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Inferno – Canto XXXIII – L’episodio del Conte Ugolino


Siamo nella 2.a zona del IX cerchio dell’Inferno, chiamata Antenora. In essa , immersi nel ghiaccio del Cocito, da cui emergono soltanto con la testa, sono puniti i traditori della patria. La zona prende il nome da Antenore, il troiano che aiutò i Greci a prendere Troia e che poi, secondo la leggenda, fu il fondatore di Padova.

Parafrasi (vv. 1-78)
Quel peccatore [Ugolino della Gheradesca] sollevò la bocca
dal bestiale pasto, pulendola dai capelli
della testa che aveva addentato
Poi cominciò a parlare. “Tu mi chiedi di rinnovare
quel dolore disperato che mi opprime il cuor
già pensandoci.
Ma se le miei parole devono costituire un seme
che generi infamia nei confronti del traditore di cui mi sto cibando
allora vedrai che io parlerò e piangerò contemporaneamente.
Io non conosco il tuo nome e non so con quale mezzo

tu sia arrivato quaggiù; tuttavia dal tuo accento
mi sembra che tu sia fiorentino.
Devi sapere che io in vita fui il Conte Ugolino,
e costui è l’arcivescovo Ruggieri:
ora ti svelerò per quali ragione io gli sia così [ferocemente] vicino.
A causa delle sue perverse trame
fidandomi di lui, egli mi tradì
e mi lasciò morire che non occorre neanche dirlo tanta è la fama di questa vicenda.
Invece quello che puoi non sapere
è come la mia morte fu crudele-
Te lo racconterò e ti renderai conto se ho motivi per ritenermi offeso.
Una minuscola feritoia dentro la Muda [Torre dei Gualandi]
che a causa mia ora si chiama Torre della Fame
e nella quale ancora vengono rinchiusi altri dopo di me
mi aveva mostrato attraverso la sua stretta apertura
più mesi, quando io feci un orribile sogno
che mi svelò a verità.
Costui, l’arcivescovo Ruggieri, mi apparve nel sonno, capo e signore
dei cacciatori che davano la caccia al lupo e ai suoi cuccioli
nella del Monte di S. Giuliano, posto fra Lucca e Pisa.
Con le cagne bramose di addentare, desiderose ed esperte nella caccia,
[il vescovo Ruggueri] aveva schierato davanti a sé
le famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi.
Dopo un breve inseguimento il lupo ed i suoi lupacchiotti
mi sembravano stremati e vedevo che venivano azzannati
ai fianchi dai denti aguzzi dei cani.
Quando mi svegliai prima del mattino
sentì piangere nel sonno i miei due figli
che erano con me e mi chiedevano del pane.
Saresti molto crudele, se tu non provassi dolore
pensando a ciò prevedeva il mio cuore
e se non piangi di che cosa sei solito commuoverti, allora?
Si erano già svegliati e si avvicinava l’ora
in cui ci veniva portato il cibo
cosa di cui però ognuno non era sicuro a causa del sogno fatto
ed io udì inchiodare la porta
in basso a quell’orribile torre; per cui guardai
in faccia i miei figli senza proferire parola.
Non piangevo, da tanto che mi sentì raggelato il cuore:
essi piangevano e il mio Anselmuccio
disse: “Perché, padre, hai nello sguardo tanto terrore?”
Per questo non piansi, né gli risposi
né per tutto il giorno, né per tutta la notte successiva
finché non spuntò il sole.
Quando penetrò un raggio di luce
nella cella ed io scorsi nel viso dei giovinetti
lo stesso mio aspetto disperato
mi morsi entrambe le mani dal dolore
ed essi pensando che lo facessi
per mangiare, subito si alzarono in piedi
e dissero: “ Padre, sarà per noi minor dolore
se tu ti cibi della nostra carne: tu ci hai generato
e tu ci puoi togliere quello che ci hai dato.”
Allora, per non rattristarli maggiormente, tacqui;
per due giorni [dal momento in cui la porta era stata inchiodata] restammo tutti muti;
ahi o dura terra, perché non ti apristi?
Arrivati al quarto giorno
Gaddo mi si gettò ai piedi
chiedendomi: “Padre, perché non mi aiuti?”
E qui morì; e come tu vedi,
vidi morire gli altri tre, uno ad uno,
tra il quinto e i sesto giorno; per questo cominciai,
ormai già cieco a brancolare sopra ognuno di essi
e li invocai per due giorni interi.
Poi il digiuno ebbe su di me più più potere del dolore.”
Dopo aver terminato il suo racconto, con gli occhi biechi
addentò di nuovo quel misero teschio
e i suoi denti furono violenti come quelli di un cane.

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