Genius 24331 punti

Analisi del canto 13


Dante e Virgilio, guidati dal centauro Nesso, sono giunti nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i suicidi. Qui è una selva orribile e spettrale, infestata dalla presenza delle Arpie, mostruose donne-uccello. Dante sente però dei lamenti di cui non capisce l'origine. Spezza il ramo di una pianta, e da esso, per prodigio, escono sangue e rimproveri: comprende così che in quelle piante sono tramutate le anime dei peccatori. A rivolgersi a lui è Pier delle Vigne: fedele consigliere di Federico II di Svevia; egli fu colpito da calunnie e ingiuste accuse. Perseguitato, disgustato, finì con il suicidarsi: ora, dopo aver maledetto i suoi nemici e difeso l'onore del suo re, chiede a Dante di raccontare la verità fra i vivi, difendendo il suo buon nome.


Una natura stravolta


Il paesaggio della selva dei suicidi è tutto concepito come lo stravolgimento della natura terrena, che con la sua bellezza esprime l'ordine e l'armonia impressi al mondo da Dio. Ogni elemento del bosco, infatti, ne capovolge uno reale (vv. 4-6). L'unico termine di paragone con il mondo terreno è l'eccesso: neppure le zone tanto desolate della Maremma possono stare al pari di queste (vv. 7-9). Anche le Arpie rispondono a questa logica di stravolgimento, giacché in esse la bellezza delle donne diventa mostruosità, e la dolcezza del canto degli uccelli si trasforma in uno stridio orribile (vv. 10-15). La selva è una perfetta traduzione dello stato in cui si trovano le anime: essa non è solo lo scenario della loro pena, ma lo loro pena stessa. Il suicidio rappresenta infatti, nella morale cristiana, uno stravolgimento del volere di Dio (che ha dato la vita, e che solo può toglierla) e un inaridimento e una negazione della natura umana.

Il potere e l'invidia


Piero è del tutto identificato con il suo ruolo di funzionario statale: il «glorioso offizio» è per lui causa di ogni gioia e di ogni tormento (vv. 58-63). Egli parte dunque dalla difesa della propria fedeltà e del proprio onore; e, contemporaneamente, continua a difendere Federico, che pure lo ha deposto e ne ha decretato l'incarcerazione. Dante non mette in discussione la legittimità dell'ordine politico, che è in sé giusto e che trova nell'imperatore e nel suo funzionario due figure esemplari. Ciò che colpisce sono le storture che si annidano in quell'ordine, sino a corromperlo e negarlo. L'obiettivo della polemica è infatti l'invidia che alberga in tutti gli uomini, ma in particolare nelle corti (vv. 64-69). La causa del disordine politico e dell'infelicità umana (di cui Piero è un tragico emblema) non sta dunque secondo Dante nelle istituzioni, ma nella morale degli individui. Nell'ideologia dantesca, infatti, l'impero resta un sistema da difendere, sebbene non sia immune dalle confusioni che tormentano anche la vita comunale.

Il suicidio


La morale cristiana condanna il suicida come un peccatore: egli infatti pone fine alla propria vita, che Dio gli ha dato e cui solo Dio può porre termine. Dante assume pienamente quest'ottica, ma sa leggere con molta acutezza nell'animo di Pier delle Vigne. Il suo gesto è infatti segno di «disdegnoso gusto», cioè di quella fierezza e intransigenza morale che egli attribuisce al personaggio in ogni circostanza. Soprattutto, Dante coglie bene una chiusa ostinazione, un doloroso rivolgere su di sé lo sdegno che, comunque, vuole anche colpire il mondo esterno. Vittima di accuse ingiuste, Piero diventa ingiusto con se stesso. Egli riproduce insomma il male da cui è stato colpito, ma, rifiutandosi di esercitarlo su altri (egli era pur sempre un uomo giusto), finisce di rivolgerlo contro la propria persona.

Lo stile


Lo stile di questo canto è particolarmente teso ed espressivo. Possiamo distinguere due registri. Il primo, nella descrizione della selva, tende a una dura semplicità: si vedano le anafore su «Non» (vv. 1, 3, 4, 5, 6), il rigoroso parallelismo dei vv. 4-6, le sonorità aspre e consonantiche (per esempio in «fronda verde... fosco», «stecchi con tosco, «aspri sterpi... folti»). In particolare, percorre tutto il canto una serie di sostantivi e aggettivi che esprimono l'idea di una natura ridotta a materia aspra e spiacevole (»rami... nodosi e 'nvolti», «stecchi con tosco», «aspri sterpi... folti», «fiere selvagge», «orribil sabbione», «bronchi», «pruno», «sterpi», «stillo», «scheggia rotta», «tronco») e di verbi che esprimono un'idea di violenza («tronchi», «monchi», «sterpi», «geme», «cigola»). Un secondo registro è quello dell'elaborazione retorica, soprattutto nei discorsi dei personaggi. Si vedano così i giochi di parole o poliptoti che traducono lo sforzo e la drammatica tensione di Pier delle Vigne (vv. 67-68, 70-72), ma presenti anche altrove (v. 25); le antitesi (vv. 69, 72); le metafore (vv. 58-60, 64-66). Sono due modi diversi per esprimere la stessa forza e concentrazione.
Hai bisogno di aiuto in Inferno?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email