Video appunto: Canto 13 Inferno - Analisi (2)

XIII canto



Dante e Virgilio accompagnati da Nesso, superano il Flegetonte e si inoltrano in questo bosco, fitto cupo e terrificante, abitato dalle arpie. In realtà è un bosco ma è privo di qualsiasi forma vegetale, ci sono semplici cespugli spogli. È un riflesso della morte. In questo bosco sono puniti i violenti contro se stessi e gli scialacquatori, coloro che danno via il loro denaro senza una ragione.
Dante sente dei lamenti ma non vede nessuna persona da cui possano venire questi lamenti, in quanto i suicidi sono trasformati in piante, che però conservano il loro intelletto, e quindi possono parlare. Le arpie, che sono creature infernali che hanno un viso di donna è un corpo di uccello, si nutrono dei rami degli alberi, e naturalmente provocano dolore nei dannati. Gli scialacquatori invece, sono inseguiti da cagne fameliche, che li raggiungono, li sbranano ma il loro corpo si ricrea nuovamente in eterno.

Il contrappasso è che i suicidi hanno negato la propria natura di uomini, quindi sono trasformati in piante a cespuglio con rami intrecciati. Intrecciati perché alludono alla perdita della razionalità nel momento del suicidio: la mente contorta.(questo provoca maggiore dolore ai cespugli) Gli scialacquatori invece, siccome hanno sprecato i loro beni sono sbranati da queste cagne fameliche, che potrebbero simboleggiare o la vergogna o i rimorsi o i creditori che li inseguono. Tutto questo ambiente e ricco di simboli. I suicidi hanno negato la propria natura di uomini, quindi ora sono recessi a una natura minore, quella delle piante. Per cui è negata loro la dignità di conservare il corpo fisico pur mantenendo la loro sensibilità. La pianta quindi presenta due nature. La natura vegetale nell’aspetto, però è umana nel sangue, visto che spezzando i rami esce fiato e sangue, nella parola, nel rimorso, nel dolore, nell’intelletto e nel ricordo. Le stesse piante non hanno una vegetazione sono solo rami, una sorta di anti piante, piante negate, richiamano l’anti vita dei suicidi. Questi dannati quindi possiedono l’intelletto e la parola. La parola però, è accompagnata dal dolore e dalla sofferenza, nello stesso modo possono sfogarsi ed esprimersi. Dante in questo modo vuole anche sottolineare come la loro umanità sia legata alla sofferenza, perché le loro parole sgorgano insieme al sangue come se fossero state ferite. Dante è curioso perché non vede nessun personaggio, nessuna figura, tranne che delle piante, così Virgilio lo invita a spezzare uno dei rami. Nel momento in cui si spezza un ramo Dante rimane impressionato perché vede appunto che dal ramo escono parole e sangue. Si tratta proprio di Pier Delle Vigne, un funzionario della corte di Federico II che raggiunse una tale importanza, che godeva della totale fiducia dell’imperatore. Così tanta fiducia che questo suscita l’invidia degli altri cortigiani, e quindi il sospetto di tutta la corte anche se basata su prove infondate.

Per la vergogna di questo sospetto Pier delle Vigne si suicida. Dante nel conoscere quale persona ci sia dietro quel cespuglio, rimane commosso e non riesce a trovare le parole. Però per mezzo di Pier delle Vigne che si proclama innocente, Dante critica l’ambiente delle corti, luoghi dove si coltiva l’idolatria dei beni terreni. In qualche modo si può stabilire un confronto con il canto V dove l’amore cortese conduce Paolo e Francesca alla morte, e l’invidia che porta Pier delle Vigne a un atto estremo, come il suicidio. Dante prova molta simpatia per Pier delle Vigne, proprio perché, si riflette in lui, visto che anche il suo esilio è avvenuto a causa dell’invidia della sua posizione. Ancora una volta ribadisce la sua posizione di esule senza colpa. Non dice questo esplicitamente ma si riferisce alla sua situazione. Un ulteriore punizione che colpisce i suicidi si attuerà nel momento del giudizio universale. In quanto anche loro, come tutte le anime riacquisteranno il loro corpo, ma loro non potranno indossarlo, potranno solo appenderlo a uno dei rami. Il corpo non si riunirà con l'anima, poiché Dante sostiene che non sia giusto che gli sia restituito qualcosa che loro stessi si sono privati.