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Due modelli positivi: Enea e san Paolo

Dante presenta il proprio viaggio come analogo a quello di Enea e di san Paolo e quello avventuroso dell'eroe greco Ulisse, cioè inserito in una prospettiva provvidenziale guidata da Dio e non animato da desiderio umano di conoscere . Quando nel canto II dell'Inferno, appena dopo essersi dichiarato disposto a seguire Virgilio nell'avventuroso viaggio, è colto da dubbio e da timore, Dante ricorda a se stesso e al maestro i due unici esempi a lui noti di viaggi nell'oltretomba: quello di Enea e quello di san Paolo. In entrambi, però, afferma Dante era evidente una necessità storica e provvidenziale: per esempio, Enea doveva incontrare il padre per averne notizie necessarie alla fondazione di quella città, Roma, alla quale sarebbero stati in seguito legati i due istituti politici e spirituali con funzioni di guida per gli uomini, l'Impero e la Chiesa (cfr. Parte Seconda, cap. VI).

Il destino provvidenziale del viaggio dantesco

Un tale significato Dante invece non riesce ad attribuire alla propria eventuale avventura oltre i confini della terra dei vivi. Dante troverà risposta ai propri dubbi solo nel XVII canto del Paradiso quando ormai il suo viaggio si avvicina alla felice conclusione: il beato avo Cacciaguida andrà incontro a Dante, secondo quanto affermato nella descrizione dell'episodio, così come Anchise andò incontro a Enea. È stabilito in tal modo un diretto parallelismo tra Dante ed Enea: Dante è altrettanto degno di Enea, e il suo viaggio è ugualmente voluto dal cielo e necessario alla realizzazione del disegno provvidenziale. Inoltre Cacciaguida chiederà a Dante, per prima cosa, a chi altro sia stata dischiusa ancora in vita la porta del Paradiso, con allusione evidente al caso unico di san Paolo (cfr. Par., XV,25-30)
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