Dante fu cavaliere durante la battaglia di Campaldino in cui i guelfi che comandavano Firenze combatterono contro i ghibellini di Arezzo.
La sua carriera politica fu rapida: occupò diverse magistrature importanti e divenne Priore nel 1300; quel periodo fu critico perché la città era governata dai Guelfi ed era lacerata dalle lotte tra Guelfi bianchi e Guelfi neri.
Dante apparteneva alla famiglia dei guelfi bianchi, l’amico Cavalcante era capobanda dei Guelfi bianchi.
Quando Dante era priore mandò in esilio tutti i capibanda dei suoi partiti, tra cui l’amico Cavalcanti che prese la malaria e morì a Sarzana ( a nord di Lucca).
Dante andò a Roma a parlare con Bonifacio VIII che voleva sottoporre Firenze e Toscana al controllo papale, quindi alla tasse.
Dante si oppose, mentre i guelfi neri favorirono il papa. Venne trattenuto a Roma con delle scuse; intanto Bonifacio VII mandò a Firenze Carlo di Baluà, apparentemente come pacere, ma favorì la vittoria dei guelfi neri che mandarono in esilio i guelfi bianchi tra cui Dante (17 anni).

Nel 1302 Dante provò a rientrare a Firenze, ma i neri lo condannarono come barattiere; in realtà Dante era innocente e cercò di dimostrarlo.
Nel 1304 si unì a Guelfi Bianchi e ai Ghibellini ma poi si dissociò e rimase solo perché li riteneva pazzi in quanto volevano incendiare Firenze che lui vedeva come madre.
Cominciò a chiedere ospitalità ai signori nell’Italia centro settentrionale soprattutto a Verona ( signoria degli scaglieri) e a Ravenna.
Durante l’esilio Dante, ispirato soprattutto dalla credenza di essere investito da Dio della missione di ricondurre l’umanità alla salvezza, scrisse opere:
- Divina commedia-Inferno (1307-1312)
- Divina commedia-Purgatorio (1312-1316); ci da la notizia della discesa di Arrivo VII in Italia. Dante lo incontrò e nutrì il sogno di poter rientrare a Firenze, ma gli si oppose la curia romana e Arrivo VII morì inaspettatamente a 25 anni con sua moglie.
-Divina commedia-Paradiso(1316-1318)

Nel 1315 Dante rifiutò un’amnistia che prevedeva il riconoscimento della propria colpevolezza ed un umiliazione pubblica (doveva rientrare con il capo cosparso di cenere).
Si proclamò “exul immeritus” e non accettò compromessi. Anche i figli furono cacciati da Firenze; nel 1318 lo raggiunse Antonia che
Si fece suora prendendo nome di Suor Beatrice. Pietro e Jacopo divennero commentatori della sua opera. La moglie Gemma non lo raggiunse mai, forse perché troppo arrabbiata per le dediche a Beatrice.
Negli ultimi anni visse a Ravenna, presso i Da Polenta dove morì il 14 settembre 1321 di ritorno da un’ambasceria a Venezia.

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