Fabrizio Del Dongo
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Indice

  1. La famiglia
  2. La gioventù
  3. Il Priorato
  4. L’esilio
  5. La proposta di rientrare a Firenze

La famiglia

La famiglia di Dante vantava un’antica nobiltà ed egli accenna varie volte ad una propria discendenza dagli antichi legionari romani che avevano fondato Firenze.
Nei canti XV e XVII del Paradiso, ci presenta il trisavolo Cacciaguida che era stato al seguito dell’imperatore Corrado III da cui era stato nominato cavaliere. Cacciaguida aveva perso la vita lottando contro gli infedeli, aveva sposato una donna originaria della valle del Po, di nome Alighiera che aveva così fissato il nome della famiglia.
Da Cacciaguida, in linea diretta erano discesi Alighiero, Bellincione e un altro Alighiero, padre di dAnte. Seguaci irremovibili del partito guelfo, gli alighieri furono spesso coinvolti nella vita politica di Firenze e vittime di esilio e confische dei beni.

La gioventù

Quando nel 1265 Dante nasce, la famiglia era ormai decaduta: godeva di un minor prestigio e anche la situazione economica non era molto solida. La madre, Bella, morì quando il figlio aveva pochi anni. Per questo motivo la fanciullezza del poeta non fu molto felice; era solito vivere in disparte, raccolto in se stesso, senza partecipare alle attività ludiche dei suoi coetanei. Nonostante questo, sappiamo che si dedicò con passione agli studi, era molto religioso, aveva poche, ma buone e gentili amicizie e provava gusto e amore per la poesia. Questi sono gli anni in cui incontra Beatrice e durante i quali aderisce lentamente alla corrente poetica del dolce Stilnovo.
In questi anni, Dante si impegna anche nell’attività militare, combattendo contro Arezzo, nella battaglia di Campaldino nel 1289 e partecipa all’assedio del castello pisano di Caprona.
Nel 1293, gli ordinamenti di Giano della Bella vietano ogni incarico politico a chi non esercitasse un’arte; per questo, a Dante dovette rinunciare ad ogni aspirazione alla vita politica. Due anni dopo, la normativa fu modificata: bastava essere iscritto nei di un’arte anche senza esercitarlo. In questo modo, Dante scelse di iscriversi all’arte dei medici e degli speziali per cui ebbe ben presto degli politici ufficiali.

Il Priorato

Nel 1300, fu nominato uno dei sei priori della città: il priorato era la più importante magistratura di Firenze. In quegli anni, la città era agitata da tutta una serie di agitazioni. Infatti i guelfi erano in due fazioni opposte: i guelfi di parte bianca e i guelfi di parte nera e la libertà di Firenze era minacciata dalle mire espansionistiche del papa Bonifacio VIII.. Dante cerco di mantenersi al di sopra delle parti, perché ricercava soprattutto la pace e la giustizia. Fu per questo che non esisto a far esiliare perfino il suo migliore amico, Guido Cavalcanti, per ché facente parte della fazione avversa.

L’esilio

Nel 1301, Bonifacio VIII inviò a Firenze Carlo di Valois ufficialmente per riportare la pace in città, ma con l’intento segreto di favorire il predominio dei guelfi di parte nera. Dante si recò in veste di ambasciatore presso il Papa per chiedergli di scongiurare un simile pericolo.
Nel frattempo Carlo di Valois entrava in Firenze e iniziava le vendette contro i guelfi di parte bianca. Con un processo sommario, Dante fu accusato di corruzione, condannato a pagare una multa, mandato in esilio e interdetto per sempre dai pubblici uffici. Addirittura, due mesi dopo, fu condannato ad essere bruciato vivo, se mai fosse stato preso. Fortunatamente, Dante non si trovava a Firenze, dove però aveva lasciato la moglie Gemma Donati e i figli Piero, Jacopo, Antonia e Giovanni. Inizialmente si legò in amicizia con i compagni di esilio, poi si isolò da essi ed inizio le sue peregrinazione da una corte all’altra, alla ricerca di protezione e di pace. Di questo periodi le notizie sono scarse e saltuarie. Sappiamo che fu ospite degli Scaligeri a Verona, dei Malaspina, in Lunigiana, nel Casentino, a Lucca e a Ravenna, ospite dei Da Polenta. Pare che abbia soggiornato anche a Parigi per assistere ad alcune lezioni della Sorbonna.

La proposta di rientrare a Firenze

Nel 1315, gli fu prospettata la possibilità di tornare in patria purché si umiliasse pubblicamente dichiarandosi colpevole e pagando un’ammenda. Senz’altro egli pensò alla dolcezza del ritorno fra i suoi cari, e alla possibilità di trascorrere in pace la vecchiaia. Tuttavia insorse in modo viero contro questa forma di avvilimento che gli veniva proposta perché, accettando la proposta , egli avrebbe calpestato la giustizia e accettato così il trionfo del male sul bene: Dante non poteva pagare la propria pace rinnegando quei princìpi a cui era stato sempre fedele. A Ravenna rimase fino al 14 settembre 1321, anno della sua morte. In ogni modo, senz’altro gli spostamenti di Dante durante l’esilio furono più numerosi di quanto risulta dai pochi documenti che ci sono stati tramandati.
Durante l’esilio non sono importanti le corti che lo hanno ospitato, quanto piuttosto i sentimento e lo stato d’animo in cui il poeta si è trovato di volta in volta: nostalgia, speranza di rientrare a Firenze, disinganni, gli ideali, ansia di pace e di giustizia.

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