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Darwin e l’evoluzionismo

Tutti sappiamo che l’esistenza dell’uomo sulla Terra è il frutto di un’evoluzione lentissima,iniziata con la comparsa delle prime, elementari forme di vita, circa 4 miliardi di anni fa, e proseguita con la formazione di organismi sempre più complessi: dagli invertebrati ai vertebrati, ai mammiferi, ai primati, cioè le scimmie e gli uomini. Ma per millenni l’uomo l’ha pensata diversamente. Ogni civiltà ha elaborato un proprio mito per raccontare l’origine del mondo, degli animali e degli uomini. Fino a nemmeno due secoli fa cristiani,ebrei e musulmani condividevano l’idea che il mondo fosse stato creato da Dio tutto completo sin dall’inizio, proprio com’era ai loro tempi, con l’uomo, le piante e ogni specie di animale che essi conoscevano. Questa teoria, detta creazionismo, viene adesso respinta dalla maggioranza delle religioni, compresa quella cattolica. Ha prevalso l’evoluzionismo.

Le premesse di questo modo scientifico di ricostruire l’origine della vita e la sua evoluzione vanno cercate nel XVIII secolo, quando i geologi iniziarono a capire che la Terra aveva alle spalle una storia molto più lunga di quella raccontata dalla Bibbia nel libro della Genesi.
Nello stesso periodo le esplorazioni in America, Asia e Africa portavano a conoscere nuove specie di animali: animali strani, che però avevano qualcosa di simile a quelli dell’Europa,come se avessero con essi un antenato comune. Nel 1809 uno scienziato francese, Jean-Baptiste Lamarck, formulò per la prima volta l’ipotesi che gli esseri viventi si evolvessero,cambiando alcune caratteristiche e lasciandole in eredità ai discendenti. La sua ipotesi più famosa riguarda il collo della giraffa, che si sarebbe lentamente allungato, generazione dopo generazione, per potere raggiungere le foglie degli alberi.
Fu il naturalista inglese Charles Darwin a elaborare nel 1859, in un libro intitolato Sull’origine delle specie,una teoria scientifica fondamentale. Al centro di questa teoria vi è la nozione di selezione naturale. In ciascun ambiente, gli individui sono in competizione fra loro. Gli esemplari che sviluppano una caratteristica che dà loro un qualche vantaggio nella “lotta per l’esistenza” hanno di solito anche maggiore successo nel riprodursi. Le caratteristiche da cui deriva un vantaggio possono essere di qualsiasi tipo, e cambiano a seconda della specie e dell’ambiente dove essa vive. Per gli erbivori, ad esempio, è importante la capacità di correre per scappare di fronte ai predatori. Gli esemplari che,rispetto ai loro simili, acquisiscono una particolare capacità di correre possono riuscire meglio a vincere le sfide dell’ambiente e a sopravvivere più a lungo, riuscendo a riprodursi in maggior numero. Nel giro di molte generazioni, i discendenti degli erbivori che per primi hanno sviluppato la capacità di fuggire velocemente diventeranno molto numerosi, e si diversificheranno sempre più dalla specie originaria: questa specie finirà per estinguersi, a meno che anch’essa non sviluppi una caratteristica egualmente utile a prevalere nella lotta per la sopravvivenza.
Attraverso questo processo, detto selezione naturale, le specie viventi evolvono continuamente.
Di qui Darwin arrivò a intuire che anche l’uomo non era stato creato direttamente da Dio, ma era il risultato di un’evoluzione: un animale che, per selezione naturale,si era evoluto sempre più, fino a raggiungere uno sviluppo così avanzato da distanziare tutti gli altri animali per intelligenza e per la sua capacità di trasformare la natura.
L’evoluzionismo di Darwin suscitò naturalmente grandi discussioni e fu duramente contestato,perché contrastava direttamente con l’insegnamento della Bibbia. Era difficilissimo per gli uomini dell’epoca accettare l’idea che l’uomo sia in realtà un animale molto vicino alle scimmie. Le ricerche successive, che tuttora non sono terminate, hanno confermato in gran parte la validità della teoria darwiniana, e ne hanno chiarito alcuni aspetti fondamentali. La genetica, per esempio, ha indagato il processo biologico con cui le caratteristiche ereditarie sono controllate e trasmesse dai geni situati nella cellula. Oggi sappiamo che il percorso dell’evoluzione è molto meno lineare di quanto immaginava Darwin, e che in molti casi l’evoluzione ha imboccato strade che si sono interrotte. L’antropologia ha mostrato poi che, nel caso di animali complessi come gli uomini, sull’evoluzione influisce anche la cultura in senso antropologico, cioè la capacità umana di produrre, accumulare e trasmettere conoscenze e strumenti di ogni tipo, utili per dominare l’ambiente e per le relazioni sociali. I nostri progenitori che svilupparono una cultura più efficace nella lotta per la sopravvivenza seppero meglio moltiplicarsi e, dunque, trasmettere le loro caratteristiche
e la loro cultura alle generazioni successive.
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