La vita è bella


Roberto Benigni è nato nel 1952 a Castiglion Fiorentino. Dopo l'esordio in teatro con il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulio, Benigni ha raggiunto la notorietà grazie alla trasmissione televisiva L'altra domenica (1977). Come attore ha lavorato in Berlinguer ti voglio bene di Bertolucci, Chiedo asilo di Ferreri, Il pap'occhio di Arbore. Come regista-interprete ha girato Tu mi turbi, Non ci resta che piangere, Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro.
Di particolare intensità La vita è bella (1997), insignito di tre Premi Oscar nel 1998 (miglior film straniero, miglior interprete maschile e migliori musiche originali), nel quale affronta, senza rinunciare alla sua vena comica, un tema drammatico come la persecuzione nazista. Insieme con Vincenzo Cerami, autore della sceneggiatura del film, ha pubblicato, oltre al libro omonimo, anche E l'alluce fu (1998).
Il libro “La vita è bella” ambientato nel 1938, durante il periodo fascista, è la sceneggiatura originale del film omonimo, per cui risulta diviso non in capitoli ma in 82 scene. Esso è incentrato sulla storia d’amore di Guido Orefice, cameriere toscano di origini ebree, e la maestrina Dora, che però verranno reclusi insieme in un Lager nazista ma la presenza del figlio Giosuè terrà in loro sempre accesa una piccola fiammella di speranza che permetterà a Guido di salvare il bambino e proteggerlo dagli orrori della guerra, pur sacrificando la propria vita.
Questo libro è nettamente diviso in due parti: la prima si apre direttamente con l’arrivo ad Arezzo dei due amici, Guido e Ferruccio, pieni di progetti e speranze. Il primo, innamoratosi di Dora, una maestrina incontrata il giorno del suo arrivo, la conquista attraverso uno travagante corteggiamento, forma con lei una famiglia e realizza il sogno della libreria. Dopo un’ellissi temporale iniziata con l’ingresso di Guido e Dora nella serra e terminata con l’uscita di Giosuè, frutto di un atto d’amore, si apre la seconda parte, che ci propone la famiglia, spezzata dalla Shoah, che cerca disperatamente di sopravvivere allo sterminio e ricongiungersi.
I primi due temi principali sono l’amicizia tra Guido e Ferruccio e l’amore tra Dora e Guido. Il primo si evidenzia fin dalla prima scena quando i due arrivano dalla campagna nella città di Arezzo. Ferruccio, personaggio secondario, è un tappezziere che aspira alla professione di poeta e grazie all’aiuto dell’amico viene in contatto con una grande scrittrice disposta a pubblicare le sue poesie. Egli è presente solo nella prima parte del libro, infatti fa la sua ultima apparizione nella scena 37, ma è comunque una figura importante poiché è l’unico vero amico di Guido.
Dal loro linguaggio molto colloquiale e ironico si intuisce lo stretto rapporto che c’è tra i due, ma il più evidente segno di amicizia è l’aiuto da parte di Guido a realizzare il sogno del giovane poeta facendogli conoscere una nota scrittrice, mentre Ferruccio gli insegna un trucco che gli servirà poi in futuro nel lager per far allontanare dei cani. Purtroppo il loro rapporto verrà stroncato dalla guerra che li separerà per sempre.
Il secondo tema, l’amore, viene sviluppato per tutta la durata del libro e in tutte le diverse angolature. Il protagonista, Guido Orefice, è un giovane ebreo pieno di allegria e vitalità che si trasferisce con l’amico Ferruccio nella città di Arezzo con l’intento di avverare il suo sogno di aprire una libreria, ma nel frattempo lavora come cameriere nel Grand Hotel in cui lo zio è il maitre. In città incontra Dora, e già dopo pochi incontri che si realizzano quasi magicamente se ne innamora. Fin dalle prime “scene” dimostra uno spiccato senso dell’umorismo e della fantasia; è anche un uomo molto deciso e sicuro di sé e delle proprie capacità sia nel campo lavorativo che nelle sue vicende sentimentali, nelle quali si dimostra romanticissimo ma anche furbo e audace, ad esempio quando fa salire Dora sulla sua macchina con un trucchetto o quando si presenta alla scuola elementare sotto le veci dell’ispettore solo per farle una sorpresa.
Grazie a queste sue qualità Guido riesce ad annullare il matrimonio dell’amata rapendola dal suo futuro sposo durante il pranzo della promessa di matrimonio in groppa al cavallo dello zio e così si sposano.Tutti questi avvenimenti hanno la stessa trama e la stessa atmosfera di una favola, nella quale il principe rapisce la principessa dal pretendente scelto dalla famiglia e la fine è naturalmente il loro matrimonio. Questa favola viene però cancellata dalla deportazione nel Lager, in cui Guido riesce a mantenere il suo modo di fare simpatico e divertente anche e soprattutto per nascondere al figlio la realtà. Grazie alla sua sorprendente inventiva s’inventa la scusa del gioco, il carro armato, i mille punti da conquistare, le prove da superare ecc. Padre veramente esemplare per la sua capacità di non permettere ai nazisti di rovinare l’infanzia del suo bambino.
Dora invece è una maestra della scuola elementare “Francesco Tetrarca” fidanzata, come già detto, con un burocrate arrogante che fortunatamente evita di sposare grazie alla fuga con Guido, del quale si innamora subito nonostante appartenga ad un ceto sociale basso, mentre lei fa parte della medio-alta borghesia. Questo dimostra che è una donna molto semplice e che non si cura troppo degli interessi economici e preferisce sposare un giovanotto di campagna piuttosto che un funzionario dello stato che le avrebbe certamente assicurato una stabilità economica ma non l’amore. Dora dimostra anche di avere un grande senso della famiglia, fatto testimoniato dal modo con cui si prende cura del piccolo Giosuè e dalla decisione di seguire figlio e marito nell’oscuro viaggio verso il campo di concentramento, atto che fa molto riflettere e che dimostra il suo amore sincero e assoluto. Questo perché la donna è consapevole che le probabilità di sopravvivere sono molto poche, tuttavia decide di seguire il destino dei suoi familiari perché per lei rappresentano la sua unica ragione di vita; è bellissimo e allo stesso tempo tragico il fatto che preferisce passare ancora qualche istante con loro anche a costo di morire.
Anche Guido dimostra il suo amore cercando in tutti i modi di comunicare con lei per farle sapere che sia lui che il piccolo Giusuè sono ancora vivi e stanno bene. La cerca tra i pallidi volti delle donne raggruppate nel piazzale del lager, le parla dall’altoparlante, la chiama disperatamente nei gruppi di donne alla fine della guerra ma perde la vita, cosa che rappresenta il massimo grado dell’amore: il sacrificio, il mettere a repentaglio la propria vita solo per rivederla un’ultima volta.
Un altro tema molto importante è il razzismo, o meglio l’odio dei nazi-fascisti verso gli ebrei. Questo tema viene a galla già nella prima parte, quando la casa dello zio viene messa a soqquadro e sul suo cavallo viene scritto “cavallo ebreo”con della vernice verde, ma anche quando il futuro marito di Dora e la direttrice discutono della risoluzione di un problema aritmetico non badando al contenuto razzista. Sorprendente il modo di Guido di affrontare la situazione in modo tranquillo e con la sua solita vena d’umorismo; in fondo lui è un uomo che ama la vita e non si lascia opprimere dal razzismo, pur consapevole di esserne una vittima.
Questo tema viene poi ampliato nella seconda parte, quando Giosuè e Guido, dopo essere stati separati dalle donne, vengono portati nella loro baracca contenente cuccette strettissime e senza coperte. Le condizioni di vita erano pessime, sia dal punto di vista alimentare che lavorativo, infatti tutti gli uomini, senza nessuna eccezione, erano costretti ai lavori forzati e non gli era consentito neanche un attimo di riposo. Inoltre i bambini e gli anziani venivano subito uccisi nelle camere a gas e Giosuè si salva solo aggregandosi ai bambini tedeschi. Orribili poi sono i modi dei militari tedeschi nel trattare i deportati come animali, ridotti alla fame, al freddo, alle malattie e ad una perdita completa di dignità.
L’ultimo, ma importantissimo tema che emerge dal libro è il mondo dei bambini, del gioco, della fantasia, rappresentato da Giosuè, il figlio di Guido e Dora, che nel tempo della storia ha circa cinque anni. Odia fare la doccia e questo lo salverà dalla morte; Guido riesce a mantenere intatta la sua infanzia, facendogli credere che sia tutto un gioco in cui si devono conquistare mille punti affrontando prove tremende per vincere il premio finale: un carro armato. Per convincerlo ancora di più si improvvisa traduttore spiegando le regole del gioco anziché le leggi del lager e, quando il bambino vuole ritirarsi, il padre lo incita a restare dicendogli che avevano la vittoria in pugno. Il bambino vive così il nazismo come fosse un gioco a punti ed è costretto a nascondersi per tutto il tempo della reclusione e rischia di morire quando, pranzando con dei bambini tedeschi, ringrazia in italiano. E’ un bambino molto allegro, affettuoso ed educato, che genera subito tenerezza e compassione nel lettore che è consapevole della reale situazione in cui si trova. Il gesto di Guido è una delle cose più belle dell’intero libro, perché non è facile riuscire a 2giocare” con un bambino consapevole della situazione in cui ci si trova e del destino a cui si va incontro. Ma questo è anche un modo per farci capire che questo assurdo odio per il popolo ariano può essere spiegato solo con il fatto che sia stato solo una finzione, un’irrealtà, un semplice gioco.
Gli altri personaggi che fanno parte della storia sono: lo zio Eliseo, la madre e il fidanzato di Dora, i soldati nazisti (che rappresentano gli antagonisti), il soldato americano che porta in salvo Giosuè, i compagni di cuccetta nel lager e altre piccole comparse.

Il libro ha una struttura molto particolare, perché costituisce la sceneggiatura del film, perciò il narratore, anche se dapprima potrebbe sembrare esterno, è invece onnisciente e con un punto di vista a focalizzazione zero, perché, essendo il regista, conosce perfettamente non solo le vicende e le parole dei personaggi, ma anche i loro pensieri e il loro modo di essere.
La fabula e l’intreccio non coincidono perché, in primo luogo, è presente un grande salto temporale, l’ellissi, che divide la prima dalla seconda parte; vi sono anche parti in cui il narratore si sofferma maggiormente, effettuando un’analisi, oppure omette completamente. Non ci sono indicazioni temporali, se non quelle di “giorno” o “notte”, tuttavia il periodo in cui la storia è ambientata è tra il 1938 e il 1945. Per quanto riguarda invece gli ambienti, la prima parte è ambientata nella città di Arezzo, mentre la seconda in un lager nazista di cui non viene precisata posizione geografica.
I personaggi sono tutti presentati direttamente in azione attraverso il discorso diretto, che è l’unica tecnica utilizzata per riportare le parole dei personaggi. Per finire, le sequenze sono in gran parte dialogiche, tuttavia compaiono alcune descrizioni di ambienti e paesaggi da parte della “voce fuori campo”.
Il linguaggio è molto semplice, divertente, allegro e viene usato un lessico gergale e un tono molto colloquiale proprio per la presenza dei discorsi diretti. Frequentissima l’esclamazione “Porca…!” ed altre espressioni linguistiche derivanti dal dialetto toscano come “Non ce la fo!”. Nel libro sono citati anche molti indovinelli formulati da un dottore tedesco che il protagonista sembra risolvere con molta facilità, e naturalmente qualche parola in lingua tedesca dovuta all’ambientazione nel Lager nazista.

Il mio giudizio su questo libro e sul suo autore, il grande Roberto Benigni, è estremamente positivo, perché tratta un tema molto serio e delicato come quello dell’Olocausto utilizzando un sottile humor senza offendere né sminuire o ridicolizzare avvenimenti così tragici. È un libro molto commovente che ci fa capire che, anche nei momenti più critici, ci sono cose e persone che non ti fanno mai perdere la speranza nel credere che un giorno tutto questo finirà. Anche se è ambientato negli anni della seconda guerra mondiale, può essere riferito anche a ciò che sta accadendo in questo periodo nel mondo, in particolare in Irak, paese che è quotidianamente teatro di stragi e attentati contro gli americani e i loro alleati. Purtroppo sono cose difficili da capire e da risolvere, ma io spero che un giorno l’uomo si renderà conto che la vita non va sprecata con guerre e massacri perché la vita è una cosa preziosa, anzi, LA VITA E’ BELLA.

Hai bisogno di aiuto in Cinema?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email