Concetti Chiave
- Manzoni ha influenzato profondamente la prosa italiana, contribuendo a definire una lingua poetica tradizionale attraverso opere come gli Inni sacri e il Cinque maggio.
- La dottrina linguistica di Manzoni si è evoluta da una lingua letteraria sopradialettale a un modello toscano, fino a raggiungere quello fiorentino, segnando una progressione verso una forma più compiuta.
- Nei Promessi Sposi, Manzoni ha cercato una maggiore concretezza linguistica, superando le strutture grammaticali tradizionali per creare un'armonia interna e realistica nel suo stile.
- La ricerca di concretezza di Manzoni si manifesta attraverso correzioni lessicali e sintattiche, con un linguaggio che si avvicina alla realtà e utilizza immagini concrete, in contrasto con le astrazioni di Leopardi.
- L'eredità linguistica di Manzoni si traduce in una lingua letteraria valida per tutta la comunità italiana, superando i limiti dei dialetti e mirando a una comunicazione universale.
L'influenza di Manzoni sulla lingua italiana
I risultati affermati nella tradizione della lingua poetica dal Leopardi, furono raggiunti, compiutamente, nella prosa, contro le stesse sue intenzioni, da Alessandro Manzoni(1785-1873). Raramente una esperienza umana, complicata, si contrappone a un problema di storia linguistica con tanta nettezza, e finisce per risolverlo con tanta decisione. Tradizionale, soprattutto nel ritmo, è la sua lingua poetica, che si afferma negli Inni sacri e nel Cinque maggio. Essa si mantiene a un livello notevole, proprio perché la materia di questo epos particolare si adatta ai suoi ritmi scanditi: quasi una parata ideale profilasse le sagome di vite e vicende del Vangelo o tappe successi e sconfitte dell’imperatore. Questo momento, in fondo pre-leopardiano, nella storia della nostra lingua poetica, si chiude assai presto, col Manzoni non ancora quarantenne.
La dottrina linguistica di Manzoni
Il Manzoni si era affacciato alla tradizione linguistica italiana dal di fuori, dominandone essenzialmente il solo aspetto espressivo attraverso la padronanza del dialetto, e quello tecnico sopranazionale attraverso la conoscenza del francese.
La sua familiarità con la lingua letteraria era modesta e convenzionale. Si dice talvolta che la sua dottrina linguistica è stata triplice, prima quella di una lingua letteraria sopradialettale, arieggiante a quella dantesca, poi quella di un modello toscano, a cui segue quella del modello fiorentino. In realtà non si tratta di dottrine diverse, ma di una ascesa progressiva verso una dottrina, passando da forme rudimentali a forma più compiute. Sue prime riflessioni teoriche sul problema della lingua sono nelle due lettere a C. Fauriel scritte a distanza di quindici anni (1806 e 1821), con appena una tenne traccia di sviluppo teorico. Nella prima l’italiano è detto "lingua morta", nella seconda "lingua povera", cui bisogna ancora fissare i significati delle parole. Nella lettera a G.B. Pagani, del 1808, egli elogia poi il Botta come "purgato e ottimo", divenuto tale per il lungo studio dei bravi scrittori.
L'evoluzione stilistica nei Promessi Sposi
Uno spunto costruttivo compare in una lettera a L. Rossari (1825)~, nell’accenno alla "lingua toscano-milanese che vagheggiamo insieme" e che nel Vocabolario milanese-italiano di F. Cherubini (1814)4, aveva la sua base. E gli Sposi promessi [= Fermo e Lucia]mai pubblicati dal Manzoni [...] sono una fonte di lessico forse più milanese che toscano, più artificioso che parlato, certamente grigio, convenzionale, demoralizzante. La presentazione di don Abbondio è diversa, non tanto per la mancanza del nome quanto perché teneva "socchiuso il libro nella destra mano" e perché a un certo momento giunse a una "rivolta della strada". Tuttavia gli Sposi promessi non sono solo un "tesoro lessicale" malamente assortito. La struttura del periodo appare ormai matura; lo sforzo che il Manzoni ha compiuto nella successiva elaborazione lessicale, aveva già avuto, nel campo sintattico, buon successo. Esso consisteva nella ricerca di una concretezza, per la quale il periodo, breve o lungo che fosse, contrapponeva alla struttura esclusivamente grammaticale e formale del periodo tradizionale, dal Boccaccio al Leopardi, un richiamo costante alle cose. Quel ramo del lago di Como con quel che segue, non si presta a una analisi logica, a una scomposizione di proposizioni coordinate e subordinate chiusa in se, ma veramente gradua montagne e rilievi del terreno, il lago e i piccoli rii, in un rapporto nel quale la bravura sintattica non è più una meta raggiunta o un peso sopportato, ma uno strumento padroneggiato compiutamente, con naturalezza. Il periodo manzoniano che non indulge né a velleità melodiche né a rotondità classicheggianti, raggiunge già in questo tempo una armonia interna, concreta. La prima edizione autorizzata dei Promessi sposi (1827) non si allontana da queste posizioni. Ma la crisi ulteriore, decisiva, appare presto nelle due lettere a G. Borghi del febbraio e aprile 18295. Il passaggio dalla precedente tesi contaminatoria a quella toscana, e poi fiorentina, diventa presto definitivo. Alla crisi segue un’esperienza umana, il viaggio e il soggiorno a Firenze, e il lungo periodo di riflessione, alla fine del quale compare la seconda edizione dei Promessi sposi (1840), radicalmente rinnovata nel vocabolario.
La ricerca di concretezza linguistica
Nel capitolo XXXIII si leggeva nel 1827 e si lesse nel 1840: (1827) "Dopo un lungo battagliare, si addormentò finalmente e cominciò a fare i più scuri e scompigliati sogni del mondo"; 1840 "Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente si addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del Mondovì Una ricerca essenziale di concretezza domina queste correzioni particolari e compie nel campo del lessico lo sforzo precedente svolto nel campo della sintassi del periodo.Questa aderenza alle cose fa parere astratto e schematico il periodare altrui. Tale la similitudine del malato che si rivoltola nel letto e il Leopardi rappresenta, genericamente, così: "ognuno di noi... è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco: e dura così tutta la notte, sempre sperando... ". Il Manzoni: "L’uomo... è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a se altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello; e si figura che ci si deve star Lenone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo a un dipresso, alla storia di prima"ó. L’immersione nella lingua viva non è soltanto di pronuncia e lessico toscano, ma di imagini concrete, di concreti bernoccoli e lische. L’ideale fiorentino è realizzato piuttosto nel senso della lingua dell’uso che in quello della espressività: questo spiega la non-fiorentinità di certi particolari. Questo spiega però anche come [. . . ] i Promessi sposi battano con la loro giovinezza perenne, non solo tutti gli scritti contemporanei, ma anche scritti di mezzo secolo più recenti.
L'eredità linguistica di Manzoni
La costrizione linguistica del Manzoni ha dato alla sua scultura compattezza e non rigidità. La elaborazione della teoria vera e propria si conclude dopo un trentennio: dal Sentir messa (1836) alla lettera a G. Carena sul "Prontuario" per un vocabolario metodico della lingua italiana e alla "Relazione" della commissione incaricata dal ministro Broglio di proporre i mezzi migliori per diffondere la buona lingua e la buona pronuncia (1868)7. Ai termini di confronto vaghi che si chiamavano superamento di dialetti, aderenza al tempo in cui si vive, fini dello scrittore rivolto ai posteri e non agli antenati, si sostituisce ora un termine di confronto, un modello unico, che teoricamente passa dalla etichetta toscana a quella fiorentina, mentre praticamente si ispira subito, senza esitazioni e attenuazioni, a Firenze. La visione aristocratica, nella quale erano accomunati il Cesari e il Monti, è superata; superato è pure il complesso di inferiorità rispetto al francese; ma più di tutti sono lontani i principi generali della grammatica settecentesca. Tutto è rivolto al presente, e cioè all’avvenire. Ci sono stati solo vantaggi nella accettazione integrale del fiorentinismo? Evidentemente, chi pensi soltanto alle ostilità [del M. ] verso il dittongo uo, così spesso sostituito da o nel tipo bono, rileva un particolarismo sproporzionato. Ma è questo il lieve prezzo, che si doveva pagare in confronto del vantaggio nato dalla validità universale e automatica del modello. Questo agisce costantemente, è sempre pronto a rispondere a qualsiasi dubbio, a riempire qualsiasi lacuna, non lascia mai il campo per soluzioni o disquisizioni artificiali, arbitrarie, disarmoniche. Ma, se ha una importanza polemica decisiva nel trasportare il modello dal passato al presente, ha l’inconveniente come teoria, di identificare il presente in una forma eccessivamente ristretta, così dal punto di vista topografico, Firenze, come dal punto di vista sociale, l’uso medio di questa città. Una lingua letteraria che debba valere per tutta la comunità nazionale italiana, deve apparire sempre diversa a tutti gli italiani, così dal punto di vista geografico, come da quello sociale. Se a Milano la differenza obiettiva fra il dialetto e la lingua letteraria è grande e a Firenze è minima, questo non ha importanza: la letterarietà è, per definizione, diversa dall’uso, sia pure per sfumature, e i fiorentini non distinguono né rifiutano meno nettamente il loro vernacolo di quel che non facciano i milanesi per il loro dialetto. La posizione manzoniana è stata feconda nelle mani del Manzoni solo perché è stata mezzo e non fine.
Domande da interrogazione
- Qual è l'impatto di Manzoni sulla lingua poetica italiana?
- Qual è la dottrina linguistica di Manzoni?
- Come si evolve lo stile nei "Promessi Sposi"?
- Qual è la ricerca di concretezza linguistica di Manzoni?
- Qual è l'eredità linguistica lasciata da Manzoni?
Manzoni ha raggiunto risultati significativi nella prosa, influenzando la lingua poetica italiana, in particolare attraverso opere come gli "Inni sacri" e "Il Cinque maggio", che si caratterizzano per un ritmo tradizionale e una materia che si adatta perfettamente a tali ritmi (testo).
La dottrina linguistica di Manzoni si sviluppa in tre fasi: una lingua letteraria sopradialettale, un modello toscano e infine un modello fiorentino, rappresentando un progresso verso una forma più compiuta e concreta della lingua (testo).
Nei "Promessi Sposi", Manzoni mostra un'evoluzione stilistica significativa, passando da un lessico più artificioso a una struttura del periodo matura, caratterizzata da una ricerca di concretezza e da un'armonia interna (testo).
Manzoni cerca una concretezza linguistica che si manifesta nelle sue correzioni lessicali e sintattiche, rendendo il suo stile più aderente alla realtà e alle esperienze umane, contrariamente a stili più astratti (testo).
L'eredità linguistica di Manzoni si caratterizza per la sua ricerca di un modello linguistico unico, superando le influenze dialettali e le rigidità della grammatica settecentesca, mirando a una lingua letteraria valida per tutta la comunità nazionale italiana (testo).