Mongo95 di Mongo95
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È possibile parlare di Dio, cioè fare teologia, riguardo diverse modalità della divinità:
1) Ipseità (huwiyya): Il pensatore di riferimento in questo caso è Ghazali. Questa proprietà è caratterizzata dal concetto di trascendenza: l’identità di Dio con se stesso è una sua caratteristica esclusiva, non può accadere alle altre creature. Se Dio è se stesso, vuol dire che la sua essenza è l’esistenza: Dio esiste per essenza. Le creature non godono dello stesso privilegio, sono fatte esistere dal “di fuori”, cioè da Dio. La nostra esistenza contingente non ha coincidenza con l’essenza come accade con Dio. Quindi la Sua ipseità è implicazione della sua trascendenza, della sua distinzione ontologica.
2) Trascendenza (tanzih): Pensatori di riferimento sono Abu Yaqub al-Sijistani, persiano del decimo secolo, anche se è un’idea comune a quasi tutti i pensatori islamici. Il termine tamsik in sé implica l’idea di astrazione, nel senso che indica soprattutto la totale eterogeneità di Dio rispetto alla materialità. Qualcosa o qualcuno che è completamente separato dalla concretezza materiale. Non è solo un discorso da teologi, ma anche fa filosofi: la affrontano anche Avicenna, Averroè e Farhadi (morto nel 950, turco), affermando che Dio è puro spirito, non ha connessione con la materia. La trascendenza viene garantita attraverso l’idea dell’emanazione, cioè collocando Dio al di fuori del mondo materiale, cioè il cosmo geocentrico tolemaico composto da nove sfere concentriche alla Terra, che viene da Lui prodotto senza sporcarsi le mani con la materia, ma emanando uno dopo l’altro gli intelletti. Essi, a loro volta, muovono le sfere.

Sijistani è invece un teologo, ismailiti, quindi con una caratteristica che lo lega ai filosofi, cioè l’idea dell’emanazione (per loro derivante dal neoplatonismo). Sijistani cerca una via di mezzo tra creazione e emanazione, affermando che Dio crea l’Intelletto e poi esso emana il resto della realtà. Ciò per salvare l’idea filosofica di emanazione (che non è teologicamente accettabile) e coniugarla all’idea di creazione ex nihilo. In questo processo accade che Dio è totalmente al di fuori della realtà. Si tratta di un motivo in più per il rifiuto dell’idea dell’Incarnazione, perché implica un abbassamento di Dio, che entra nella materia. Egli è invece astratto e lontanissimo. Secondo alcuni teologi ismailiti, ciò implica addirittura che Allah non è Dio, ma l’Intelletto. Il nome di Dio non è conoscibile, Dio è oltre Allah, totalmente indefinibile e irriducibile, apofatico.
Sijistani non è così radicale, ma cerca via di mezzo tra la trascendenza assoluta e la necessità di dire qualcosa di Dio, capirlo. Afferma allora che Egli è estremamente trascendente, per cui deve essere decritto in maniera apofatica: “Dio non è…” (in arabo, non = la). Questo è il massimo della trascendenza: Dio è il non. Però si pone il problema: se per esempio dico che Dio non è corpo, dico comunque che è qualcosa, cioè è il non corpo. Per evitare questo fatto, per evitare di dire ancora qualcosa di Dio, bisogna dire che Dio è non non corpo, “la la” (“Sia lode a Dio che viene adorato con il non e il non non”).
In sintesi, quindi, la teologia apofatica (la), ma, per evitare che la prima negazione si trasformi in affermazione, la negazione della negazione (la la).

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