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Il rinascimento non è ateo: è meno superstizioso rispetto a gran parte del medioevo, che rappresenta più bassamente l’uomo, con ovvie eccezioni ai precursori del rinascimento stesso, quali S. Francesco e Petrarca. L’Uomo di riconosce valido in quanto ha in sé l’impronta divina e dio stesso si è incarnato in un uomo. La forma terrena non deve essere svalutata. Questi sono i presupposti all’orazione di Pico della Mirandola. Nella prima riga dio è insolitamente definito Architetto, perché l’epoca vede nella capacità di intervento sullo spaccio, nella capacità di modificare la realtà il potere.
L’intelligenza permette all’uomo di non essere schiacciato dalla realtà, la prospettiva di abbracciarla. Disegnando, l’uomo acquista migliore conoscenza in ciò che ha davanti. Quando l’uomo riesce a disegnarla realtà si sente avanzato di un gradino sul controllo della stessa. La prospettiva era già conosciuta ai Romani e non è una invenzione del ‘400, benché nel medioevo fosse in disuso, a causa del disinteresse all’empirismo delle misurazioni, surclassate dal rapporto con Dio. La Natura non controllata dalla razionalità, come nella situazione odierna, non era gestita dall’uomo. Il rinascimento insegna che l’uomo è caldamente invitato alla gestione, un attestato che dio ha assegnato alle piante e agli animali un posto in graduatoria, ma all’uomo l’auto determinazione. L’ottica rinascimentale vede la necessità di organizzare spazi e tempi, finendo per interrogarsi sul rapporto fra lui e la realtà.

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