Umberto Saba

1) la vita. Nato nel 1883 a Trieste (città che apparteneva allora all'Impero austro-ungarico), Saba ebbe tuttavia la cittadinanza italiana per via del padre, Ugo Poli, discendente da una nobile famiglia veneziana. La madre, ebrea fu abbandonata dal marito prima della sua nascita. Umberto, per rivalsa, cambiò il cognome del pare, Poli, con lo pseudonimo Saba che in ebraico significa pane. Fu inizialmente affidato a una balia, cui si legò, tanto profondamente da vivere come un trauma il ritorno presso la madre. Saba (il nome d’arte comparve per la prima volta nel 1910 e fu poi ufficializzato all’anagrafe) non portò a termine nessun regolare corso di studi: la sua fu una formazione da autodidatta. Nel 1903, infatti, esordì come poeta pubblicando a sua spese il volume di versi Il mio primo libro di poesia. L'amore per Leopardi era contrastato dalla madre, che cercò di fargli leggere uno scrittore costruttivo come Parini, per combattere la sua tendenza «troppo pessimistica». La sua formazione letteraria si basava su Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Foscolo, Manzoni, fino ai contemporanei Pascoli e D'Annunzio. Il trasferimento a Firenze nel 1905 fu deludente: Saba rimase estraneo ai circoli letterari del tempo e riuscì a pubblicare le prime poesie solo pagando di tasca propria. Come Svevo, anche Saba scontò la sua posizione di intellettuale periferico, più legato alle radici della cultura mitteleuropea che agli atteggiamenti di quella nazionale. Fu un isolamento che continuò anche nei decenni successivi, per lo scarso interesse riservato dalla critica fra le due guerre: fece eccezione l’unico numero dedicato a Saba da «Solaria», con saggi pubblicati in particolare da Montale. Allo scoppio della Grande guerra tornò di nuovo sotto le armi, e fu costretto ancora una volta al ricovero per un’ennesima crisi nervosa. Dopo la partecipazione al conflitto, rilevò a Trieste una vecchia libreria antiquaria a cui si dedicò fino al 1938, trovandovi sia il sostentamento economico sia un rifugio e la possibilità di dedicarsi alla poesia. Nel ‘21 uscì iI primo Canzoniere, in cui Saba raccolse la sua precedente produzione poetica; sotto questo titolo furono comprese anche le poesie degli anni successivi. Sofferente di disturbi nervosi, nel 1928 intraprese una cura con Weiss, un allievo di Freud: si accostò così alla psicanalisi. A causa della sua origine ebraica, nel 1938 lasciò l'Italia per recarsi a Parigi: allo scoppio della guerra, l’anno dopo fu a Roma, dove Ungaretti cercò di proteggerlo; durante l’occupazione nazista, aveva vissuto nascosto anche a Firenze, ospite di Montale. Giunsero intanto i primi riconoscimenti: nel 1946 Saba aveva ricevuto il premio Viareggio, a cui seguì il premio dell’Accademia dei Lincei. Gli ultimi anni furono bui e dolorosi: Saba ricorse all’oppio, affrontò una faticosa disintossicazione, meditò in più occasioni il suicidio; infine morì in una clinica di Gorizia nel 1957.

2) La poetica e lo stile. Saba adottò un modo di far poesia semplice e (apparentemente) banale, partendo sempre dalla propria personale esperienza e rimanendo sempre nel solco della quotidianità. Il documento fondamentale della poetica di Saba è Storia e cronistoria del Canzoniere, libro in prosa in cui il poeta racconta le circostanze, gli avvenimenti che hanno influenzato la sua poesia e analizza il suo lavoro in maniera lucida e ironica. Primo documento della poesia sabiana è Quello che resta da fare ai poeti, in cui Saba afferma la necessità di una poesia “onesta”: il poeta deve ricercare il vero nella propria anima. Motivi centrali delle liriche di Saba sono ambienti, persone, oggetti e sentimenti quotidiani: una poesia che si basa sui temi del senso della vita, delle passioni, ma anche su quelli della privazione e della sofferenza interiore. Oltre alla città di Trieste, la sua produzione poetica si basa sulle immagini del mare, simbolo di fuga e di avventure spirituali, e degli affetti personali e familiari. La lingua mescola forme letterarie e rare a espressioni quotidiane, molto vicino alla prosa e al parlato: per questo, da alcuni critici fu considerato un poeta “antinovecentesco”. Le liriche assumono un andamento descrittivo e narrativo, entro il quale sono presentate anche battute popolari e frammenti di canzonette. Riguardo la forma, il poeta usa i metri della tradizione (l’endecasillabo, il sonetto e le rime tradizionali), ma con grande libertà: egli era indifferente ai movimenti letterari a lui contemporanei (Futurismo ed Ermetismo), non sperimentando esperimenti linguistici o metrici.

3) Il Canzoniere.

A) La struttura e i caratteri generali. Dopo aver dato alle stampe alcune raccolte parziali, nel 1921 Saba pubblicò la sua intera produzione precedente in un volume dal titolo Canzoniere; nel 1945 curò una seconda edizione dell’opera, aggiungendo varie poesie, mentre la terza edizione, definitiva, uscì postuma nel 1961. La raccolta fu suddivisa in una serie di sezioni disposte in ordine cronologico, che si riferiscono ai diversi periodi dell’esistenza dell’autore. Saba stesso definì l’opera “un’autobiografia in versi” e una sorta di “romanzo psicologico” che rilevano due aspetti fondamentali: la struttura unitaria e il carattere autobiografico. Quanto al primo aspetto, il Canzoniere si presenta come un testo organico non solo perchè i componimenti sono collegati dal punto di vista tematico e seguono un discorso già avviato, ma perchè ogni parte acquista significato se considerate tutte insieme. Per quanto riguarda l’autobiografismo, nel Canzoniere Saba di fatto racconta la propria vita, mostrando ogni aspetto che lo caratterizza, in particolare le sue esperienze più traumatiche, tentando anche, specialmente dopo la “scoperta” della psicanalisi, di regredire con la memoria al tempo dell’infanzia, alla ricerca delle origini della sua malattia nervosa (la sezione “Il piccolo Berto” è al riguardo significativa). L’autore così prende distanza dalle correnti del ‘900 che praticavano una poesia “pura”, non dipendente dalla realtà casuale; egli trae ispirazione dal proprio vissuto per parlare ”dell’uomo di sempre”, trasferendo la propria esperienza particolare sul piano di una riflessione generale sulla condizione dell’uomo e sulla vita. In questo senso si deve intendere il nesso tra “poesia e verità” che caratterizza l’opera: non si tratta, come avviene in Ungaretti o nell’Ermetismo, di mostrare una verità superiore e arcana, ma attraverso una verità terrena ed esistenziale, che riguarda l’uomo e le motivazioni profonde del suo agire, identiche per tutti. Lo strumento privilegiato per l’indagine e la psicoanalisi freudiana (che l’autore sperimentò nel 1928), capace di mostrare la “verità che giace al fondo”, ossia le pulsioni dell’uomo. In Saba si avverte anche l’influenza di Nietzsche, ma non l’aspetto supero mistico ripreso da D’Annunzio, ma la sua immagine di psicologo, che intuì tante verità dall’anima umana.

B) I temi e i caratteri formali. Il Canzoniere rispecchia l’umanità di Saba, nella quale convivono la gioia e il dolore, l’amore per la vita e l’angoscia esistenziale. La poesia di Saba predilige le cose: la vita militare, la sua città, la moglie, la figlia, i ragazzi, gli animali, personaggi e oggetti comuni della vita. Tra queste realtà concrete vi è anche il proprio io, mostrato con semplicità dal poeta pur negli aspetti più profondi e più difficili. Saba canta (si ricordi il titolo “Canzoniere”) non sensazioni o intuizioni sublimi, bensì le cose di tutti i giorni, e lo fa in modo chiaro, dando più importanza ai contenuti che alla forma. Tra i temi, quindi, assume grande importanza quello autobiografico dell’infanzia (in particolare in Autobiografia e Il piccolo Berto), ricco di implicazioni psicoanalitiche: l’abbandono da parte del padre e la durezza della madre, che spinge il poeta a mostrare il proprio bisogno d’affetto alla madre adottiva, sono rievocati e riconosciuti come le cause di quel tormento interiore che lacera il Saba adulto, sofferente di nevrosi. Dall’infanzia si sviluppano due principali motivi sviluppati nell’opera: la nevrosi e la scissione dell’io. Sempre dal tema “infantile” si collega quello del complesso rapporto con le donne: tale relazione riguarda il problema della maternità, e più in generale, della famiglia, mostrando una difficile situazione vissuta da Saba stesso. Altra grande protagonista del Canzoniere è la città di Trieste, cui è dedicata in particolare la sezione Trieste e una donna: i suoi luoghi rappresentano per il poeta “angoli” su cui isolarsi o occasioni per immergersi nella “vita di tutti”; riscopre in questo modo un senso di partecipazione e solidarietà. Formatosi come autodidatta, Saba conosce e ammira i classici della letteratura italiana, tra cui Leopardi, mentre ignora le esperienze contemporanee. Il suo linguaggio è fatto di lessico quotidiano e di termini arcaici tratti dalla tradizione. A differenza degli ermetici, Saba predilige la parola che definisce le cose con precisione, anziché essere evocativa, e la struttura sintattica si presenta articolata e chiara. Ancora in controtendenza rispetto alla lirica primo-novecentesca, il Canzoniere presenta un modo di far poesia semplice e (apparentemente) banale, partendo sempre dalla propria personale esperienza e rimanendo sempre nel solco della quotidianità. Il suo linguaggio si colloca al di qua della crisi novecentesca della parola: Saba rifiuta la lezione del Simbolismo e dell’Estetismo decadente per mescolare la lingua della tradizione letteraria con la lingua d’uso, in un plurilinguismo che non presenta nulla di ironico.

Testi di Saba

T1) A mia moglie. In questo componimento l'amore di Saba per la moglie si esprime attraverso una serie di paragoni con le femmine di alcuni animali: la gallina, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica, l'ape. La poesia è regolata da sei strofe: le prime 5 presentano ciascuna un paragone tra la moglie del poeta e una femmina di animale, mentre l'ultima contiene il riferimento a due animali, la formica e l'ape. La struttura del componimento è circolare, poiché la chiusa riprende i versi della prima strofa: evidentemente, è a questi versi che il poeta affida il cuore del proprio messaggio. L'andamento della poesia dà alla stessa una cadenza da inno religioso. Il collegamento al divino è esplicitato nella prima e ultima strofa, quelle più impresse di significato dal poeta, dove Saba canta la moglie come creatura capace di avvicinare a Dio, cioè all'essenza e all'origine stessa della vita. Lina, moglie di Saba, ha il portamento eretto e superbo della gallina, e il vento le spettina i capelli come le piume alla gallina; quando si lamenta, la sua triste voce si avvicina al chiocciare nei pollai. Il paragone allude al suo lato materno, lieto e festoso, affettuosa e nello stesso tempo un po' triste. Della cagna Lina ha la devozione incondizionata, un amore tenace per il suo uomo, che, però, la rende gelosa di chi lo avvicina. Come la coniglia, si rallegra degli atti di gentilezza e di cura a lei rivolti, mentre si chiude in se stessa se è abbandonata; appare quasi indifesa, pari a quella della coniglia. La moglie è colei che, come la rondine, fa tornare la primavera nella vita triste del poeta; ma diversamente dall'uccello migratore, ella non abbandona la casa, poiché fedele. È inoltre attenta come la formica laboriosa e l'ape instancabile. Questa lirica mostra come a livello sia tematico sia di struttura essa racchiude ricercati parallelismi e termini letterari precisi, frutto di una scelta poetica particolarmente studiata.

T2) La capra. Il poeta acclama un umile animale, una capra, a rappresentare il comune destino di sofferenza del mondo umano e quello animale, quindi la fraternità di tutte le creature. Il quadro è semplice e comune, addirittura umile nel suo realismo bucolico: una capra solitaria che, sazia d’erba bagnata, bela sul prato. Eppure questi dati esprimono un altissimo significato morale e umano, poiché in quel belato il poeta trova un’armonia col dolore proprio e di ogni altra creatura. Persino l’accenno al viso semita dell’animale sembra caricarsi di allusioni dolorose.. La poesia si suddivide in tre strofe: la prima ha un carattere descrittivo: l'immagine del poeta che parla con la capra rientra nel sentimento di partecipazione al mondo animale che è caratteristico di Saba, ma il tono, così diretto e realistico, suscita inizialmente il sorriso del lettore. La seconda strofa racconta come il poeta risponde all'animale, prima per scherzo, poi sulla base di una motivazione più profonda: il belato della capra esprime un dolore universale, un male di vivere che è lo stesso per tutti gli esseri viventi. Il brusco mutamento di tono costituisce un richiamo al lettore: non si tratta di uno scherzo, ma di una raffigurazione simbolica. La terza infine enuncia la conclusione: Saba mette in rapporto (attraverso il parallelismo ogni altro male, / ogni altra vita) i due termini male e vita. L'immagine della capra semita allude alle persecuzioni patite, nei secoli, dal popolo ebraico.

T3) Trieste. Alla sua città natale Saba ha sempre dedicato molte testimonianze di affetto. In questa lirica Trieste è descritta secondo il punto di vista del poeta, che esprime in una dimensione mistica i suoi sentimenti e la sua emotività. La prima strofa presenta uno spunto narrativo: il poeta raggiunge la parte alta della città e si ferma in un angolo solitario a contemplarla. Nella seconda strofa è descritto il fascino di Trieste mediante l’espressione scontrosa grazia: la città è di una bellezza delicata, ma allo stesso tempo schiva e sfuggente. Tale concetto è ripreso nell’immagine del ragazzaccio dagli occhi azzurri come il mare, generoso e avido, che offre un fiore, ma con rozza gentilezza; infine in quella di un amore, che è gelosia e possesso, dolore e gioia. Dal suo angolo di osservazione il poeta può vedere la Trieste marina, con la sua spiaggia in ogni parte viva, e la Trieste collinare, solitaria e silenziosa, come suggerisce quella casa aggrappata sulla sassosa cima. Alla descrizione subentra la riflessione: l’atmosfera della terra natia è strana, è fatta di felicità e di dolore insieme. Nella strofa conclusiva è mostrato il messaggio della lirica: il conflitto che il poeta vive tra il bisogno di solitudine (un cantuccio in cui solo / siedo, vv. 5-6; il cantuccio a me fatto, alla mia vita / pensosa e schiva, vv. 24-25) e il desiderio di aderire alla vita. La sua vita pensosa rispecchia la bellezza della città, allo stesso tempo familiare e strana, tormentosa e affettuosa insieme.

T4) Città vecchia. Nel componimento, il poeta rappresenta Trieste osservandola dall’interno di uno dei suoi vecchi quartieri popolari, dove l’esistenza è più misera e difficile. Ma nel mondo umile che anima i vincoli stretti e bui, Saba ritrova l’essenza dell’umanità: chiunque, anche il più derelitto, partecipa del mistero della vita che accomuna gli esseri viventi. La poesia nasce da abitudini semplici, quotidiane; il poeta sa riconoscere, negli aspetti più umili della vita, il senso dell’infinito, dell’assoluto. Vivere per Saba significa soffrire ma anche respirare in una dimensione d’istintiva religiosità. È tipico di Saba il bisogno di comunione con gli altri uomini. Il testo è scandito in tre momenti: il primo è narrativo; il secondo è descrittivo; infine, il terzo racchiude nei versi finali una sentenza conclusiva, come sintesi fra il momento oggettivo della narrazione e soggettivo della descrizione. La lirica evidenzia alcuni temi più caratteristici di Saba:
 l’attrazione per i personaggi della classi più umili, in quanto dotati di maggiore vitalità e di minore consapevolezza (è il “populismo” di Saba);
 una religiosità legata alla convinzione che tutti gli esseri viventi siano partecipi della medesima realtà superiore;
 l’idea che la vita sia sostanzialmente dolore. I due termini tornano affiancati (come avviene anche nella poesia La capra nei vv. 17-18).
Appare da ciò la concezione del poeta. Egli non è privo di consapevolezza di vivere: è un intellettuale, a differenza del popolo. Ciò permette la nascita della poesia, ma contemporaneamente questo privilegio costituisce, per lui, una condanna: non può partecipare nel modo più pieno alla vita di tutti.

T9) Amai. Appartenente a una delle ultime sezioni del Canzoniere, il componimento costituisce forse la migliore sintesi del mondo di Saba. In esso è presente un'esplicita dichiarazione di poetica e anche un'implicita polemica rivolta ai poeti ermetici di quegli anni: Saba non apprezza il loro atteggiamento di superiorità, la mancanza di comunicatività con il pubblico, l'idea di arte come cosa aristocratica, come dono per pochi e non per tutti. La lirica è divisibile in tre momenti grazie alla ripetizione anaforica del verbo amare, che compare due volte al passato (Amai) e una al presente (Amo). La prima strofa insiste sugli aspetti formali: qui, il poeta afferma con orgoglio la propria predilezione per un vocabolario semplice, povero in apparenza. La seconda strofa riferisce come è concepita la poesia da Saba: per il poeta, è una ricerca di verità, che va scoperta nel fondo del cuore umano e comunicata agli altri. Il tema della verità che giace al fondo richiama l’aspetto autobiografico del Canzoniere: una sorta di romanzo psicoanalitico, che ripercorre le proprie esperienze alla ricerca delle oscure ragioni dell’essere. Nella terza strofa il poeta coinvolge il lettore: la vera poesia sa creare un profondo legame d’affetto tra il poeta e il suo destinatario, entrambi chiamati a condividere un’unica, preziosa esperienza. Molte parole della poesia tradizionale paiono logorate dal lungo uso: pertanto, Saba dichiara di voler restituire alle parole la freschezza e pregnanza di significato che avevano alle origini. Assume a modello Petrarca, che nel suo Canzoniere aveva raggiunto un intenso lirismo utilizzando parole comuni, quelle di valore universale. Perciò nelle rime di Amai compaiono vocaboli quali fiore, amore, dolore, cuore.

T10) Ulisse. Confrontandosi con Ulisse, l'eroe omerico, Saba espone un bilancio della propria vita. Anche lui ha conosciuto delusioni e drammi; ma non si è fatto prendere dalla disperazione, né dalla tentazione di un riposo: ha scelto, pur con fatica, di continuare il viaggio fino ai confini del mondo, cioè, fino ad abbracciare la vita tutta intera e fino alle radici segrete del proprio io. L'eroe greco Ulisse rispecchia lo stato d'animo attuale di Saba e la sua posizione di spirito: l'autore è, infatti, nella tarda maturità (ha superato i 60 anni), ma sente di non aver raggiunto il proprio obiettivo esistenziale; anzi, la vita può ancora offrirgli verità da scoprire, purché non si accontenti dell'approdo, ma si metta in viaggio per raggiungere altre mete (temi del porto e del viaggio ricorrenti nel Canzoniere). Secondo una versione del mito, Ulisse, giunto ormai vecchio in patria, dopo molte peregrinazioni, sentì l'impulso di rimettersi in viaggio, per soddisfare la sua continua sete di conoscenza. Abbandonò perciò nuovamente l'isola natale e gli affetti familiari. Allo stesso modo, il poeta non si rassegna a una condizione di rinuncia e di attesa della morte. Come Ulisse, è animato da uno slancio giovanile e si sente destinato a nuove esperienze, anche se ciò significherà dover affrontare nuove prove e inquietudini.

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