Saggio breve sull'Islam


In occasione della creazione di una nuova pagina del giornalino scolastico intitolata “Islam”, ho deciso di stendere un saggio sulle origini dell’islamismo e sui suoi elementi caratteristici, in modo da far conoscere a tutti i ragazzi della mia scuola la vera storia di una religione che oggi non viene vista molto di buon occhio.
L’Islamismo nasce in Arabia, una terra che si estende tra il mar Rosso e il Golfo Persico ed è costituita da due diverse zone: la parte meridionale, fertile grazie alle piogge portate dai monsoni, nella quale in breve tempo furono fondate grandi città e regni che si dedicavano all’agricoltura e al commercio; la parte settentrionale invece è dominata dai deserti, abitati dai cosiddetti beduini, popolazioni nomadi di origine semitica che vivevano di pastorizia e di razzie ed erano divisi in tribù, formate da più famiglie e guidate da un capo, lo sceicco. Essi erano utilizzati come guide dai mercanti nell’attraversare il deserto per trasportare merci provenienti dall’India e dall’Estremo Oriente, come seta, metalli preziosi, gemme, spezie, profumi.
Occorre qui sottolineare il ruolo dell’impero Islamico come mediatore per gli scambi tra Oriente ed Occidente. Nel libro “L’islam, storia di una civiltà”, l’autore Miquel afferma che proprio l’impero musulmano, “garantendo per secoli la sicurezza delle vie commerciali, permise la diffusione in Europa di innovative tecniche produttive agricole e industriali”, da prodotti come il riso, la canna da zucchero, il limone, l’arancia, la pesca e l’albicocca, all’allevamento del montone e, soprattutto alla coltivazione del cotone, l’allevamento del baco da seta e la produzione della carta.
Dal punto di vista religioso, tra gli abitanti delle città si diffuse prima l’ebraismo e poi in cristianesimo, mentre la religione praticata dai beduini rimase quella politeista, legata alla natura e a particolari amuleti e pietre. A questo proposito, lo storico Andrea Barlucchi, nella sua opera “L’onda lunga dell’islam”, ci dà qualche notizia sui loro riti religiosi, evidenziando in particolare il culto delle pietre sacre, che si dividevano in immobili, come la Pietra nera custodita nel santuario della Mecca, e mobili che, collocati in preziosi tabernacoli, seguivano gli spostamenti delle tribù e, arrivati a destinazione, veniva edificato un piccolo santuario per ospitare la pietra e celebrare rituali solenni da parte di alcuni indovini, i cosiddetti kahin, affiancati da delle veggenti che praticavano la danza orgiastica in modo da incitare i guerrieri alla battaglia. Tuttavia all’interno di ogni famiglia esistevano dei particolari amuleti che la proteggevano dalle avversità e dalla sfortuna, perciò ne deduciamo che non vi erano elementi religiosi unificanti non solo tra una tribù e l’altra, ma anche tra nuclei familiari.
L’unico fattore unificante di tutta la popolazione araba erano la lingua e il comune riferimento al santuario della Mecca, la città santa, nella quale era custodita la Pietra Nera, probabilmente un meteorite caduto dal cielo che costituiva un richiamo del divino e perciò era luogo di incontro e di culto, preghiera e adorazione.
In questa città nacque nel 580 d.C. un mercante di nome Maometto che, rimasto presto orfano di entrambi i genitori, durante i suoi viaggi commerciali in Palestina, Siria e Mesopotamia, ebbe la possibilità di conoscere la religione ebraica e cristiana, così senti il bisogno di un libro sacro venuto dal cielo che ponesse gli Arabi sullo stesso piano di ebrei e cristiani. Le sue meditazioni notturne lo portarono ad avere una lunga serie di visioni e di rivelazioni che gli sembravano arrivare direttamente da Dio. Di queste rivelazioni Maometto rese partecipe secondo la tradizione la cerchia di "giovani, deboli e schiavi" che si formò ben presto attorno a lui, ma il crescente successo della sua predicazione, imperniata sul concetto di totale sottomissione a un unico Dio onnipotente (in arabo islam), suscitò l'ostilità dei notabili della Mecca, interessati anche economicamente ai pellegrinaggi e altri riti pagani, così nel 622 egli fu costretto all'emigrazione (ègira) a Medina dove organizzò anche politicamente una comunità che si impose, con spedizioni militari e razzie, sugli ebrei e sugli altri dissidenti locali. I musulmani combatterono la cosiddetta "guerra santa" e nel 630 conquistarono La Mecca. Maometto mantenne però a Medina la capitale del nuovo Stato teocratico che, con la sottomissione delle tribù beduine, si estese a tutta la Penisola Arabica.
Il messaggio di Maometto, trascritto dopo la sua morte dai discepoli, è contenuto in un libro sacro, il Corano, dal quale emerge la credenza in un dio unico e onnipotente, Allah. In esso viene rifiutata la Trinità Cristiana e ogni idea di figliolanza divina; Allah non fu generato e non generò, ma creò l’universo e inviò sulla terra una serie di profeti, il primo Adamo stesso e l’ultimo, prima di Maometto, Gesù.
Per quanto riguarda il culto, l'islamismo non è caratterizzato tanto dai riti, quanto dall'adesione totale alla volontà di Dio. La precettistica cultuale si riduce ai cosiddetti «cinque pilastri» della fede: la professione di fede, che si pronuncia davanti a testimoni e introduce nella comunità islamica; la preghiera rituale, che costituisce uno dei segni più tangibili della sottomissione a Dio e deve essere recitata cinque volte al giorno alla stessa ora, con gli stessi gesti e nella stessa direzione, cioè verso la Mecca, mentre il venerdì, il giorno sacro, si prega collettivamente alla moschea e la funzione deve essere celebrata alla presenza di almeno 40 uomini; l’elemosina di legge, stabilita per soccorrere i più bisognosi, che costituisce la prova dello spirito di solidarietà che anima il credente; il digiuno obbligatorio nel mese del Ramadan, che corrisponde al mese in cui Dio ha inviato la rivelazione al Profeta; esso, accompagnato dall’astinenza sessuale, non è una rinuncia in onore di Dio, ma piuttosto un rovesciamento dell’ordine usuale, infatti vale soltanto per le ore diurne, mentre di notte tutto è permesso, come a significare che l'attività mondana, normalmente svolta di giorno, in questo periodo eccezionale si svolge di notte; infine il grande pellegrinaggio, da compiersi almeno una volta nella vita recandosi a La Mecca per venerare la Pietra nera custodita nella Kaaba, per mezzo del quale il credente rinsalda i rapporti con la comunità locale e con il popolo di Allah.
Un altro dovere, anche se non compreso fra i cinque pilastri, è la Jihad (guerra santa). Secondo lo storico Bellinger, come scrive nell’Enciclopedia delle religioni, essa è “una guerra di per sé intesa ad estendere i confini della legge di Allah, più che a convertire nuovi popoli”, infatti gli Arabi rispettavano i fedeli delle altre religioni, ma non permettevano loro di accedere alla vita politica né di contrarre matrimoni con famiglie mussulmane. Questa parola letteralmente sta a significare la lotta di ogni credente contro se stesso per non cedere alla tentazione del male, ma indica anche la guerra che si deve condurre contro gli infedeli per la difesa dell’islam e per la loro conversione alla religione assoluta. Come si afferma nel libro “Storia uomini e civiltà nel tempo 2” a pagina 108, nel Corano troviamo concetti contrastanti tra loro, infatti, mentre alcuni versi sembrano un incitamento alla tolleranza, altri invece spingono alla persecuzione e all’uccisione degli infedeli, con parole come “Ammazzateli dovunque essi si incontrino; se la smettono cessate le ostilità meno contro quelli che si intestardiscono; Dio ha collocato qualche gradino più in su, nella scala dei valori, coloro che combattono a differenza di coloro che non si cimentano”.
In realtà si sono date diverse interpretazioni alle parole dei Corano, infatti la maggioranza dei musulmani, che sono oltre un miliardo, rifiuta il concetto della violenza religiosa e osl oun piccolo gruppo di integralisti puntano ad applicare integralmente i precetti religiosi a tutti i campi della vita sociale. Nell’ambito del diritto, ad esempio, questi gruppi invocano la svaria (legge divina), che prevede tra le pene anche fustigazioni e mutilazioni. Nei paesi integralisti, come l’Afghanistan, sia la giustizia che la politica e l’informazione sono gestite dai religiosi: i mullah e gli ulema (sacerdoti), gli ayatollah (sacerdoti di grado elevato), gli imam(capi della comunità). A loro spetta il compito di emettere le fatwa (sentenze) ed eventualmente di dichiarare la jihad (guerra santa), che verrà combattuta dai mujahiddin (guerriglieri). Alle donne invece viene imposto, a seconda del grado di rigore, il chador, velo che lascia scoperti gli occhi, oppure il burqa, mantello che ricopre completamente la persona, lasciando solo una grata di stoffa all’altezza del viso.
Abbiamo visto dunque che sia sbagliato generalizzare sull’islam giudicandolo come una religione inducente alla violenza e alla guerra santa: è giusto invece distinguere tra musulmani e integralisti, e che sono solo questi ultimi a provocare stragi e attentati contro il mondo occidentale, pur danneggiando il proprio paese e uccidendo i propri concittadini.
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