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Il romanzo nel Ventesimo secolo


Ciò che un tempo accomunava i romanzi era il rapporto con la realtà, personaggi ben delineati psicologicamente, categorie spazio/temporali ben definite.
Negli anni ’20 del Novecento avviene, invece, il cambiamento: scrittori come Proust, Kafka, Joyce, Svevo e Pirandello pubblicano i loro romanzi che riflettevano la crisi storico-sociale che si verificò tra le due guerre.
Le nuove teorie e le nuove tecnologie mutarono i canoni del romanzo tradizionale: la teoria della relatività dello spazio e del tempo di Einstein (infatti, Non esiste il vero assoluto ma solo verità relative: non vi è un solo punto di vista, superiore assistenze, ma più prospettive per adeguarsi alla mutevolezza della realtà), l’importanza attribuita all’inconscio da Freud, determinarono un nuovo modo d’intendere la realtà e il rapporto tra l’uomo e l’ambiente.
I romanzieri non si interessano più alla realtà così com’è, bensì si interrogano sulla possibilità di rappresentare la realtà.
Di conseguenza, gli elementi come la trama, i personaggi vengono usati in maniera diversa: ad esempio si riprendono gli archetipi mitici e vengono letti in maniera psicologica.
I romanzieri incentrano le loro opere sul mondo interiore e la soggettività dei personaggi, di conseguenza, vengono adoperati stili innovativi, che possano riprodurre al meglio l’interiorità: le frasi sono sospese, i periodi frammentati, linguaggi misti e la punteggiatura particolare.
Il tempo è interiorizzato e visto in maniera soggettiva: passato e presente si intrecciano continuamente e la trama si sviluppa in maniera discontinua tra flash back e flussi di coscienza.
Infine, i personaggi non sono più unitari, chiusi in un carattere, ma riflettono la crisi della coscienza, le ansie e le insicurezze dell’uomo contemporaneo.
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