Indice
Introduzione generale
Il pastore Corinto ama di un amore non corrisposto la ninfa Galatea e ne invoca pietà. Il poemetto si articola in 193 versi, quelli oggetto di questo sono i versi 31.81 e 163-193 che sono i più significativi.Lorenzo il Magnifico si è ispirato a temi simili, già cantati da Teocrito e da Virgilio, soprattutto nella II ecloga, ma l’influenza letteraria non è più insistente di quanto avvenga in altri composizioni di Lorenzo e in genere il molti altri poeti del Quattrocento
Parafrasi
….Ti prego, non ti comportare nei miei confronti in modo così severo! (Corinto si rivolge a Galatea)Ormai per quindici della tua vita
sei a servizi della dura Diana
non sufficiente? Ora concedimi un qualche aiuto,
o ninfa, anche se tu non provi alcuna commiserazione per me.
Ma, infelice che sono, non odo la tua voce.
Se almeno una sola delle invocazioni, fra le mille che ti ho rivolto, avesse un seguito!
Io so che i versi poetici, possono far venire dal cielo verso la terra
la luna, se essa si sente?
Una volta, le popolazioni italiche
trasformarono gli animali feroci in verdi prati:
i versi sono in grado di piegare i serpenti dal sangue freddo (Si tratta di un’immagine realistica, tratta dalle conoscenze scientifiche che esprime il concetto dell’animo che si placa)
Pertanto consegneremo al venti i miei versi poetici non ricercati
e scarsi di ornamenti; ed ora ho visto come
i miei lamenti saranno portati al suo cospetto
Il vento muove le alte chiome degli alberi,
che si muovono facendo un dolce mormorio,
che riempie l’aria e i boschi del suo (= di Galatea) nome:
(= Sarà il vento a trasportare le parole del poeta, il vento che muove le cime degli alberi e gli reca il nome dell’amata nel mormorio delle fronde. Oppure, potrebbe trattarsi dell’eco che rimanderà à Corinto il suo pianto)
se il vento mi porta tutto ciò, non ti sia di peso
portare il mio lamento a questa donna dal cuore duro
attraverso le alte montagne e le vallate profonde.,
in cui abita Eco, che riecheggia il mio pianto:
o questo (= l’eco) o il vento lo portino con sé verso di lei;
so che le lacrime versate su di una pietra non danno alcun frutto (= non arriva a smuovere i cuori insensibili)
Forse essa è vicina, in una grotta e [da qui] ode [il mio lamento].
Non so se ti trovi nelle vicinanze (Questo passaggio alla seconda persona, come se Galatea fosse vicina, rende l’invocazione e il lamento più vivi): so soltanto che io,
fuggo sempre dietro a te e sono sempre con te.
Se la tua crudele volontà provasse pietà nei miei confronti
Se ti potessi vedere qui, se io ti potessi toccare
le bianchi mani e il tuo bel viso, o Dio!
Se tu si sedesse con me in mezzo all’erba,
con la corteccia di un pieghevole salice costruirei
una zampogna e accompagnerei il tuo canto.
Con le sue chiome al vento, in seguito raccolte con uno tralcio,
io vedrei il suo candido piede muoversi sull’erba
ballando e dando dei calci all’aria (Questa è l’unica espressione rozza del testo. Le altre sono ingenue e pur avendo la semplicità di un mondo primitivo restano sempre affettuose. Alcuni critici hanno avvicinato il canto di Corinto al canto del Valera, nella “Nencia da Barberino”. Quest’ultimo è, però più ingenuo ed ha una venatura di comico con lo scopo di prendere in giro)
poi, presa dalla stanchezza, ti sdraieresti sotto una quercia:
io coglierei nel prato fiori di vario tipo
e li farei cadere sopra il tuo viso, come se fosse pioggia.
mille colori e mille profumi.
Tu, ridendo faresti nascere [col tuo sorriso] nuovi fiori
laddove io avevo colto i primi.
Quante ghirlande porrei sopra i suoi bei
capelli biondi, intrecciando fronde e piccoli fiori!
Tu saresti molto più bella di loro.
Il mormorio dei piccoli ruscelli dalle acque limpide
risponderebbe al sentimento amoroso fra di noi
come pure il canti degli uccellini innamorati
(La scena richiama il Petrarca anche se in questo caso, tutto si trasferisce su di un piano più ingenuo, come si trattasse di un sogno molto vago, visto come realtà)
O ninfa, che da te fugga ogni forma di crudeltà
elimina dal tuo cure questo crudele pensiero:
di prego, non rendere la tua bellezza tanto da essere causa di morte.