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"Zefiro torna e'l bel tempo rimena"


Questo sonetto di Petrarca, scritto dopo la morte della donna amata, ha lo scopo di celebrare e ricordare il primo incontro del poeta con Laura, avvenuto “il dì sesto d’aprile”, ovvero in primavera, del 1327. Il motivo della poesia è, infatti, il ritorno della stagione primaverile, che viene descritto dal poeta con una serie di immagini relative al risveglio della natura, tra cui “Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena” e “ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena”. La descrizione di tale rinascita, però, riguarda solo le due quartine, in quanto nelle successive terzine Petrarca descrive il proprio stato d’animo. Egli, infatti, si sente “lasso” e profondamente angosciato nel ricordare la donna amata, colei che possedeva le chiavi del suo cuore, che ora ha con sé in cielo, essendo morta. Il poeta, quindi, fa riferimento alla morte di Laura nell’undicesimo verso, con l’espressione “quella ch’al ciel se ne portò le chiavi”. Il senso di morte ed allontanamento è evidenziato anche dall’utilizzo del verbo al passato remoto che, insieme al termine “ciel”, contribuisce a sottolineare il distacco del poeta dalla donna amata. Petrarca, poi, nell’ultima terzina ribadisce il concetto di angoscia interiore già espresso nella precedente, definendo il canto degli uccellini e il fiorire dei prati come un “deserto” e “fere aspre e selvagge”.

Il poeta si riferisce in questo modo anche agli “atti soavi” delle “belle donne oneste”, ovvero alle dolci movenze di donne che, pur essendo belle e decorose, comunque non sono in grado di fargli dimenticare Laura. A livello lessicale, quindi, il sonetto è costituito da termini che hanno una forte connotazione positiva nelle prime due quartine, mentre da parole con significato negativo nelle ultime due terzine. Nelle due quartine, infatti, Petrarca descrive il risveglio della natura, che coincide con quello del sentimento amoroso, che avviene intorno a lui, ma da cui è estraneo. Le espressioni che fanno riferimento a tale rinascita sono, quindi, “Zefiro”, che è un vento tiepido che prelude alla bella stagione, “bel tempo”, “fiori”, “erbe”, “dolce famiglia”, “primavera candida e vermiglia”, “ridono i prati”, “Giove s’allegra di rimirar sua figlia”, nel senso che il pianeta Giove pare rallegrarsi vedendo la luce del pianeta Venere divenuta più luminosa. Quest’ultima espressione ha anche un riferimento ai classici latini, in quanto Giove, nella mitologia romana, è il padre di Venere. I termini, invece, che rimandano all’angoscia del poeta per il suo stato di solitudine e di lontananza dalla donna amata, sono “lasso”, “gravi sospiri”, “deserto” e “fere aspre e selvagge”. La differenza di contenuto tra quartine e terzine è evidenziata anche dal diverso ritmo che, per le quartine, è fluido e musicale, grazie soprattutto alla presenza di una serie di polisindeti, mentre per le terzine è meno armonioso a causa della presenza di incisi ed enjambements, come quelli tra il nono e il decimo verso “i più gravi / sospiri” e tra il decimo e l’undicesimo verso “tragge / quella”. A livello rimico, poi, il sonetto è costituito da quartine legate da rima alternata, secondo lo schema “ABAB-ABAB”, e da terzine legate da rima incatenata con inversione, secondo lo schema “CDC-DCD”. A livello retorico, invece, emerge la presenza di alcune dittologie, come “fiori e l’erbe” al secondo verso e “aspre e selvagge” all’ultimo, che rendono il ritmo più fluido e musicale.

È presente anche una personificazione nel quinto verso, nell’espressione “ridono i prati”, in cui una caratteristica umana, quella del ridere, viene associata ad una cosa inanimata. Tale figura retorica, infatti, consiste nell'attribuzione di comportamenti, pensieri e tratti umani a qualcosa che non lo è. Questo sonetto, sia contenutisticamente sia lessicalmente, presenta caratteristiche in comune con la poesia “Solo e pensoso i più deserti campi”. Entrambe, infatti, affrontano il tema della solitudine del poeta che, nel sonetto analizzato, è causato dalla morte della donna amata e, quindi, non è voluta, mentre nell’altro è cercata e desiderata, in risposta all’atteggiamento di scherno dimostrato dai concittadini nei suoi confronti, a causa del suo aspetto triste e mesto per l’amore non ricambiato di Laura. Quest’ultima è sempre al centro dei due sonetti, solo che nel primo è ricordata, in quanto morta, mentre nel secondo è ancora in vita. A livello lessicale, poi, le due poesie presentano termini in comune, come “piagge”, “deserto” e “aspre e selvagge”. Questi termini sono tutti riferiti alla natura che, nel sonetto “Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena”, rinasce dopo l’inverno ed è, quindi, in netta contrapposizione con lo stato d’animo negativo del poeta, mentre nella poesia “Solo e pensoso i più deserti campi” costituisce l’interlocutore con cui Petrarca si confronta durante il suo periodo di solitudine e isolamento dalla società. In entrambi i sonetti, infine, il paesaggio viene descritto dal poeta con termini generici, che non hanno lo scopo di delineare una precisa determinazione geografica.

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