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Chiare, fresche et dolci acque


Questa canzone di Petrarca è costituita da cinque stanze, divise, a loro volta, in una fronte, costituita da due piedi, e in una sirma, costituita da due volte. Fronte e sirma sono unite da un verso detto “chiave di volta” e la canzone si conclude con una piccola strofa conclusiva, il congedo. I due piedi della fronte sono legati da rime ripetute, secondo lo schema “abC-abC”, mentre le due volte della sirma presentano rime secondo lo schema “deeDfF”. L’ultimo verso del secondo piede, poi, rima con la chiave di volta. I tredici versi di cui si compone ogni stanza, inoltre, non sono tutti endecasillabi, in quanto nove sono settenari, perché il poeta vuole conferire maggior fluidità alla canzone, che sarebbe meno scorrevole se tutti i versi fossero ampi endecasillabi. In questa lirica Petrarca ricorda la bellezza di Laura immersa nella natura primaverile e spera che un giorno, quando morirà, possa essere sepolto in questo bosco tanto caro alla donna amata, ma soprattutto si augura che ella si dimostri più dolce di quanto non lo sia stata in vita, andando a pregare sulla sua tomba. Petrarca tiene viva nella sua memoria l’immagine della donna gloriosamente immersa nella natura, che ha inizialmente suscitato in lui un forte sbigottimento, come sottolinea l’espressione nel cinquantaquattresimo verso “pien di spavento”. Nella quinta stanza, poi, con la spiegazione del poeta circa i motivi che l’hanno spinto a prediligere quel luogo, viene resa nota la ragione per cui nella prima stanza egli aveva scelto come suoi interlocutori gli elementi naturali del luogo stesso. Emerge, quindi, la struttura ad anello della canzone, sottolineata anche dalla presenza dell’espressione, alla fine della quinta stanza, “Da indi in qua mi piace questa erba sì, ch’altrove non ho pace”, in cui viene ripreso il termine “erba” già utilizzato nel settimo verso della prima strofa. La parola “erba”, inoltre, associata all’aggettivo dimostrativo “questa”, costituisce una sineddoche, in quanto indica una parte, l’erba, per il tutto, il luogo. La canzone si conclude con il congedo, che è costituito da tre versi, il primo e il terzo endecasillabi, e il secondo settenario. Tali versi rimano secondo lo schema “DfF”, che ricalca quello della seconda volta della sirma. Petrarca in questa poesia inserisce anche alcune espressioni riferite all’aspetto di Laura, come “belle membra” al secondo verso, “bel fianco” al sesto, “gonna leggiadra” tra il settimo e l’ottavo verso, “begli occhi” all’undicesimo, “bella” al ventinovesimo, “trecce bionde” al quarantasettesimo, “divin portamento” al cinquantasettesimo verso e “dolce riso” al cinquantottesimo. Tra queste espressioni spicca, in particolare, la presenza dell’aggettivo “bello”, che Petrarca utilizza molto spesso nella caratterizzazione fisica della donna. Tale aggettivo, pur essendo abbastanza generico, comunque conferisce un ritmo musicale alla poesia, grazie alla sua sapiente collocazione. Tutte queste espressioni riferite all’aspetto fisico della donna, però, sono convenzionali e fanno riferimento al campo semantico dell’ideale stilnovista di donna, non definendo, quindi, una figura concreta. L’idea che si ha leggendo questa canzone è che Laura sia una donna molto bella e con i capelli biondi, ma non si riesce a comprendere il suo reale aspetto esteriore. Tale stilizzazione della figura femminile è propria di tutto il “Canzoniere” di Petrarca. Non mancano nella poesia, però, riferimenti all’inquietudine e al tormento interiore del poeta, che tuttavia non vengono posti al centro del componimento, in quanto emergono per lo più solo nelle prime due strofe. Le espressioni che fanno riferimento alla sofferenza di Petrarca sono: “con sospir mi rimembra” al quinto verso, “le dolenti mie parole extreme” al tredicesimo verso, “ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda” al sedicesimo, “spirto lasso” al ventitreesimo verso e “la carne travagliata e l’ossa” al ventiseiesimo. Queste espressioni occupano, quindi, un ruolo marginale nel componimento, in cui ad emergere maggiormente sono gli aspetti positivi dell’amore e la delineazione di Laura come donna più amorevole e affezionata al poeta. Non in tutte le liriche, però, Petrarca descrive gioiosamente il sentimento amoroso, come nel sonetto “Padre del ciel, dopo i perduti giorni”, in cui, invece, tratteggia negativamente l’amore e si rammarica per avergli ceduto, al punto da chiedere perdono a Dio per il suo lungo “vaneggiare”. Egli ricorda anche come siano trascorsi undici anni dal momento in cui iniziò la sua sottomissione al “dispietato giogo”, ovvero quando si innamorò di Laura, e chiede al Signore di ricondurre i suoi pensieri “vaghi” a “miglior luogo”, cioè di indirizzarli ad una meta migliore, il cielo. L’alternarsi all’interno del “Canzoniere” di poesie che esprimono gioia e felicità per il sentimento amoroso provato e componimenti, invece, che lo condannano fortemente, rispecchia il dissidio interiore del poeta, che tende contemporaneamente a due condizioni opposte, l’interesse per il divino e la propensione per il profano. A livello linguistico e lessicale, infine, nella canzone si susseguono sostantivi che indicano elementi della natura, come “acque”, “erba”, “fior”, “aere”, “pietre”, “rami”, “onde” e “bosco”, e parti del corpo, quali “membra”, “fianco”, “occhi”, “grembo”, “trecce” e “volto”. Gli elementi di ciascun campo semantico che si ripetono con maggior frequenza sono quelli della tradizione lirica precedente, trobadorica e stilnovistica. In particolare i sostantivi riferiti alla natura compongono il “locus amoenus”, ovvero l’immagine di un luogo di gioia e di delizie, mentre quelli attinenti alle parti del corpo sono parte del formulario tradizionale della bellezza femminile. Ricorre, poi, la parola “ove” (vv. 2, 4, 11 e 30), costituendo un’anafora, che è un avverbio di luogo, così come “altrove” (v.65). Il termine “ove”, però, è un avverbio di luogo relativo, poichè introduce una proposizione subordinata relativa. Infine, analizzando l’ultima strofa dal punto di vista sintattico, emerge la presenza di quattro proposizioni principali, che sono: “Quante volte diss’io allor pien di spavento”, “costei per fermo nacque in paradiso”, “così carco d’oblio il divin portamento e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso m’aveano” e “da indi in qua mi piace questa erba”. Vi sono, poi, altre proposizioni in questa stanza, quali: “e sì diviso da l’imagine vera”, che è una coordinata alla principale, “ch’i’ dicea”, che è una subordinata alla principale, di primo grado, consecutiva, esplicita, “sospirando”, che è una subordinata di secondo grado, modale, implicita, “Qui come venn’io, o quando?”, che è una proposizione interrogativa diretta, “credendo”, che è una subordinata di terzo grado, implicita, causale e “esser in ciel”, che è una subordinata oggettiva, esplicita, di quarto grado.
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