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Emilio Praga: opere


In questa poesia composta nel 1864, Praga parla a nome di tutti gli scapigliati; tratta temi che fanno riferimento al dualismo. Gli Scapigliati si sentono Eredi della generazione che li ha preceduti, quella romantica, malata perché combattuta tra realtà e ideale. Introduce inizialmente il velleitaismo, presenta i poeti come delle aquile che vogliono spiccare il volo, ma non hanno i mezzi per farlo; svolazzano cercando nuove strade, ma non riescono a spiccare il volo. Il verbo "svolazziamo", suggerisce l'idea di un movimento privo di meta precisa e con punti di riferimento certi. I poeti, infatti, hanno alte ambizioni, ma non riescono a realizzarle. I Poeti scapigliati, sono attoniti da quello che lo circonda, e affamati di luoghi ideali Si fa riferimento a Manzoni, il "casto poeta", ormai vecchio, ma pur sempre autorevole, rimane un termine di riferimento; per altri, il "nume" sarebbe l'idea di Dio, in avanzato stato di declino; in ogni caso ha la funzione di accentuare la condizione di smarrimento, di perdita delle certezze da parte di una generazione. Successivamente si fa riferimento ad una metafora, si afferma che la nebbia remota è lo splendore dell'arca. Attraverso i riferimenti alla storia ebraica, l'autore intende rappresentare l'allontanamento dell'uomo dei valori religiosi, soppiantati, nella società contemporanea, dal culto dei beni materiali. La condizione del poeta è paragonabile a quella degli ebrei nel deserto per i quali L'Arca Santa e le tavole della legge sono lontane nel tempo, avvolte come in una nebbia che offusca la memoria; gli uomini hanno cominciato ad adorare il vitello d'oro (idolo d'oro) ed invano si attende dalla vetta sacra del Sinai Il ritorno del Profeta Mosè (il patriarca). Spera che Mosè ritorni, che faccia delle nuove leggi come fece in passato; usa delle immagini bibliche per parlare della modernità. Tutta questa strofa è una metafora che, attraverso i riferimenti alla storia ebraica, intende rappresentare l’allontanamento dell’uomo dai valori religiosi, soppiantati, nella società contemporanea, dal culto dei beni materiali. Si fa poi riferimento alla poesia religiosa, cristiana, identificandola con una Musa bianca. Si è ispirata per 20 secoli ai valori religiosi rappresentati dal sacrificio di Cristo; ora, inutilmente la musa, ormai stanca, si aggrappa al Sudario, il panno con cui fu avvolto il corpo di Gesù. La poesia cristiana, si ispira ai valori religiosi, ma non riesce più ad avvicinarsi alla religione come faceva in passato. Cercare di ristabilire i valori cristiani è un’azione sterile, che non porta a nulla perché la musa della religione si era allontanata. La fede è ormai svanita, i valori cristiani sono ormai svaniti, tutto è concentrato sul denaro, la
poesia cerca di mantenere vivi i valori religiosi; vuole combattere il materialismo, il senso di vuoto. Successivamente si rivolge a Manzoni, che in quegli anni era stato nominato senatore; casto per i sentimenti di pudore, innocenza, purezza che animano i protagonisti delle sue opere, ma anche per la sobrietà e la semplicità del costume di vita personale. Viene definito "vegliardo" non solo per il fatto che Manzoni all'epoca avesse 79 anni, ma anche perché l'età avanzata conferisce al poeta autorevolezza e sacralità. Gli viene augurata la morte, ma non tanto quella fisica, quanto la fine della sua influenza letteraria. La società contemporanea e dominata da uno spirito antireligioso: per questo Cristo è morto per la seconda volta (rimorto), condannato dalla religione delle macchine e del profitto. Viene infatti affermato che questa è l’ora degli anticristi. L'anticristo, nell'apocalisse di Giovanni, è la personificazione Diabolica che combatterà contro Cristo e la chiesa alla fine dei secoli. Il lettore è definito “nemico”, perché l'autore lo sente ostile alla poesia degli Scapigliati, in quanto borghese e benpensante; vuole dunque sfidarlo. Questo è un tema principale contenuto nel testo proemiale dedicata al lettore de "i fiori del male" di Baudelaire. Il poeta dice di cantare la noia, uno dei temi centrali della poesia di Baudelaire, che ebbe grande diffusione negli ambienti letterari italiani di questi anni in cui Il medio-borghese giudica sulla base di stereotipi, segue la morale comune. La noia opprime lo spirito moderno; è il prodotto di ogni fede e certezza; è allo stesso tempo re, carnefice, e boia; in quanto la noia domina, e al tempo stesso tormenta il poeta. Descrive la situazione dell’uomo moderno che si sente morire e contemporaneamente carnefice. La noia, viene definita come prodotto della perdita di ogni fede e certezza; dimostra il protendersi insoddisfatto verso l'ideale, ma è anche degradazione e abbrutimento, infatti si usa il termine "loto" che significa "fango". Il poeta afferma di cantare le litanie del martire, tormentato dal bisogno dell'ideale, ma anche dell'empio, perché nega e bestemmia ogni fede positiva. Afferma anche di cantare gli amori dei sette peccati capitali (è attratto dal profano; mischia il sacro con il profano, ha il gusto della provocazione; personificazione dei 7 peccati: sono persone inginocchiate), dell'immergersi dell'immaginazione nel cielo, una rappresentazione ideale. Riprende la lirica "Elevazione" di Baudelaire, successivamente Si rivolge al lettore chiamandolo "fratello", perché in realtà sono accomunati dalle stesse colpe; il poeta sente di fare parte di quel mondo, condividono gli stessi vizi, piange perché l’ideale è perduto. Il poeta è consumato dal tormento interiore che lo trascina nell'abiezione. Conclude affermando di odiare il trucco, e tutto quello che maschera, ovvero l’idealismo che impedisce di rappresentare la realtà in tutta la sua bruttezza; egli vuole cantare il vero.
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