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Emilio Praga


Emilio Praga nacque nel 1839 a Gorla da una ricca famiglia di industriali. Durante la giovinezza compì numerosi viaggi all’estero. Tornato a Milano si avvicinò all’ambiente della Scapigliatura, della quale divenne il maggiore esponente.
Dopo la pubblicazione di Tavolozza nel 1862, Praga accentuò ulteriormente le caratteristiche di un poeta maledetto che esalta l’anticonformismo e la ribellione rispetto ai valori e agli ideali tradizionali. Già nella sua prima raccolta, Praga si scaglia rabbiosamente contro la borghesia e il progresso, accusato di corrompere la naturale bellezza e autenticità dell’universo, ma in Penombre (1864) i temi si fanno più scabrosi e la celebrazione del vizio più spinta.

Preludio


All’interno della lirica, dapprima Praga presenta se stesso come parte di un gruppo, quello della Scapigliatura, e, parallelamente, come rappresentante di un’intera generazione che si trova a vivere in una società in via di mutamento; si nota infatti come l’esordio sia connotato dal plurale in quel “Noi siamo figli di padri ammalati”, che coinvolge l’intera sua generazione, erede di chi ha già vissuto un’epoca caratterizzata da una crisi di valori.
Nelle ultime tre strofe, il tono polemico si trasforma in una dichiarazione di intenti poetici.
I versi 30-32 rappresentano il significato più profondo della dichiarazione poetica fatta da Praga: gli scapigliati, infatti, intendono rappresentare nei loro versi il “vero”. La desolazione della vita moderna priva di ogni ideale e condannata alla Noia; per questo Praga rifiuta la figura di Manzoni, il poeta casto, e la sua poesia ricca di contenuti religiosi.

Testo


Il preludio può essere considerato il manifesto poetico della scapigliatura.
(Pars destruens: il poeta rifiuta la dissacrazione dei valori tradizionali)

Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull'agonia di un nume.
Nebbia remota è lo splendor dell'arca,

e già all'idolo d'or torna l'umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s'attende invano;

s'attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l'esausta vergine s'abbranca
ai lembi del Sudario...

Casto poeta che l 'Italia adora,
vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!... Degli antecristi è l'ora!
Cristo è rimorto!

(Pars construens: il poeta parla di un’arte e di una poetica più concreta)

O nemico lettor, canto la Noia,
l'eredità del dubbio e dell'ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,
e il tuo loto!

Canto litane di martire e d'empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.

Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro,
e l'Ideale che annega nel fango...
Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango:

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!
Noi scapigliati, siamo gli eredi dei padri ammalati (i romantici) e ci comportiamo come gli aquilotti quando stanno cambiando le piume (siamo in un momento di transizione). Svolazziamo senza una meta, stupiti, incerti, muti, attoniti per la realtà che ci circonda, affamati di una fede e di valori che non abbiamo più, senza un dio a cui credere (simbolo degli ideali romantici).

Lo splendore dell’arca (arca santa: indica la luce della spiritualità) non è una luce ma solo una nebbia lontana (metafora che simboleggia l’allontanamento dell’uomo dai valori religiosi), e già l’uomo torna ad adorare il vile denaro e, dal monte Sinai, si attende invano il ritorno di Mosè;

Mosè è atteso invano dalla musa bianca (la poesia spiritualistica, che ha come argomento la religione) e invano, la vergine ormai stanca, che per venti secoli si è ispirata ai valori religiosi, si aggrappa al lenzuolo in cui fu avvolto cristo (sindone) (la poesia cristiana si aggrappa ai motivi religiosi).

Casto poeta che l’Italia finora ha considerato importante (Manzoni, casto perché nei suoi trattati parla di religione) che sei ormai un vegliardo assorto nei pensieri religiosi, ora puoi morire (non hai più niente da dirci), è giunto il momento dei poeti anticristi (gli scapigliati)

(il poeta si rivolge al lettore, definendolo nemico perché non è abituato alla nuova poesia)
O nemico, io canto la noia (tema Baudelairiano), che deriva dal tramonto di ogni fede e di ogni certezza, che domina e tormenta (che è): il tuo re; il tuo pontefice; il tuo boia, la noia è il tuo cielo e il tuo fango (il loto simboleggia la noia, che allo stesso tempo è il protendersi verso l’ideale ma anche degradazione).

Canto inni religiosi dei martiri e bestemmie degli empi (contaminazione tra ciò che è sacro e ciò che è profano). Canto l’amore dei sette peccati (gli elementi negativi) che risiedono in me, inginocchiati dentro il mio cuore in atteggiamento di preghiera.

Canto le sensazioni intense dell’immergersi dell’immaginazione nel cielo (che rappresenta l’ideale: sinestesia), e i miseri cedimenti.
(prima il lettore è nemico perché non accetta di buon grado questa nuova poesia, adesso è diventato fratello)
Non disprezzarmi, fratello, se qualche volta sommessamente piango:

perché, più del mio tormento interiore (pallido demone che mi consuma e mi trascina nella degradazione), odio le finzioni (il minio, il belletto, la maschera, che impediscono di osservare la realtà nella sua crudezza), che abbelliscono e falsificano il pensiero, anche se canto un misero componimento lirico, canto certamente il vero.

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