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Carlo Emilio Gadda (Milano 1893 – Roma 1973)


Biografia: nato da buona famiglia borghese e lombarda, studia al Liceo Classico Parini e si iscrive alla facoltà di ingegneria al Politecnico. Reduce dalla guerra, dopo la laurea Gadda svolge “lavoro ingegneresco in società elettriche” in Sardegna e Lombardia, in Argentina, a Roma, nella Lorena e nella Ruhr (1922-1931). Sconfortato dalla professione, si iscrive alla facoltà di Filosofia alla statale di Milano ma non perviene alla laurea.

Le opere. La Madonna dei filosofi: è una serie di racconti che si apre con un quadro alto-borghese e cittadino, “Teatro”, satirico, a cui risponde simmetrico in penultima posizione il vivace “Cinema”, popolano, domenicale e ironico-grottesco. Il ricordo della guerra dà vita al testo “Manovre di artiglieria da campagna”, mentre in zona centrale troviamo otto frammenti descrittivi liricheggianti (“Studi imperfetti”).

La Madonna dei filosofi (1928): è l’ultimo racconto del libro. Siamo nel primo dopoguerra. Nella campagna lombarda, la dolce Maria Ripamonti, di illustre famiglia, ha perso in guerra il giovane fidanzato Emilio, proiezione di Enrico, fratello di Gadda. Da qui, una grave depressione, fino all’incontro coll’ingegner Baronfo, alterego di Gadda, biondo e colto bibliofilo, che ebbe un figlio da una prostituta. Una disavventura che lo portò alla nevrosi, mitigata da intensissime letture filosofiche. Maria e il Baronfo, attratti a vicenda, vengono, in una giallistica sequenza, aggrediti dall’ex amante di lui che lo ferisce con la pistola: ma il lieto fine è assicurato dal matrimonio. I primi due capitoli (dei 4 totali) descrivono la proprietà Ripamonti e l’amore fra Maria ed Enrico.
“Promessa in sposa all’avvocato Pertusella, di cui riusciva a stento a ricordare il naso, Maria non voleva rassegnarsi a credere che il mondo sia proprio tutto un brutto sogno. Ci doveva essere qualcosa di vero anche a costo di inventarlo. A 17 anni, Maria aveva avuto il torto di trovare estremamente simpatico il figlio di un commerciante rovinato. Enrico era il suo nome. Statura media, taciturno, sanissimo, biondo. Amava l’Ariosto e scriveva versi. Si arruolò a 19 anni, nel 1915. Maria ed Emilio si scambiarono una fitta corrispondenza, ma lui smise dopo un po’ di tempo. Fu dichiarato disperso. A Maria non rimase che chiedersi se la parola “vita” non significhi spesso “spettrale sopravvivenza”.

L’Adalgisa: raccoglie 10 testi di anni precedenti. Si ha l’evocazione della Milano contemporanea: domestiche, garzoni, lavandaie, giovinastri, tutti nella concorde rappresentazione satirica della borghesia lombarda incolta, gretta, bigotta, negata all’umorismo. I valori positivi che invece emergono sono il rigoroso senso del lavoro e l’attaccamento alla proprietà privata. La varietà sociale dei personaggi consente un linguaggio composito.

L’Adalgisa: è il racconto che chiude il volume, nonché quello più esteso. La popolana e avvenente Adalgisa, già cantante lirica, è vedova di Carlo Biandronni, ragioniere, filatelico ed entomologo; ma il matrimonio è sempre stato guardato con severità dai parenti di lui a causa del diverso livello sociale (“Ero una qui, ero una là, cantavo nei teatri di strapazzo, per i militari; avevo una cinquantina d’amanti…sì cento, mille, un milione!”).
In un lungo dialogo ai giardini, accompagnandovi i due figlioletti, l’Adalgisa si sfoga con la benevola cognata Elsa, rievocando con molti tratti di ironia involontaria la figura di Carlo, i suoi travolgenti passatempi e la loro placida vita coniugale.
“Il povero Carlo, per quanto affetto da onestà cronica, utilizzava il suo diploma di ragioniere “amministrando” alcune case popolari. Come dice anche solo il nome, Carlo!, egli era un bravo e bell’uomo. I suoi baffi, al loro tempo, avevano trionfato in Libia. Lo studio, la scienza, erano il suo pane. Non era certo uno che viveva per il ventre. Nelle poche ore libere studiava sui libri. Leggeva fino all’una, in letto, che io ero già bell’e addormentata”.
“Il povero Carlo era anche entomologo; ragione per cui alcune signore di mia conoscenza, tra le più colte, lo dicevano professore d’etimologia. L’Adalgisa non vedeva di buon occhio la nuova inclinazione, ma pensava fra sé e sé: ‘Meglio questo che i vizzi,…o quai cornett…’”.

La cognizione del dolore: la vicenda narrata, che svaria di continuo tra i poli opposti di violenta satira, nobile lirismo e tesa drammaticità, è questa: in una Brianza travestita da Sudamerica (per suggestione del soggiorno argentino) e chiamata pittorescamente Maradagàl, dopo una disastrosa guerra, domina una sospetta e truffaldina organizzazione, il “Nistitùo de vigilancia para la noche” (emblema del corrotto regime fascista). Vive a Lukones (la odiata Longone delle villeggiature estive) il nobile decaduto ponzalo Pirobutirro, con la madre (la “Signora”). Gonzalo, proiezione dell’autore, è ingegnere, ha studiato al Politecnico di Pastrufazio (= Milano), ha fatto la guerra, vi ha perso il fratello, è dedito a lavori tecnici che detesta e ha segrete propensioni per filosofia e letteratura.

Ponzalo detesta la società che lo circonda: i borghesi arricchiti, i contadini che formano la cenciosa e profittatrice piccola corte della “Signora”, la meschinità, la corruzione, la cialtroneria, l’inciviltà collettiva. Il suo rabbioso rigore si ritorce però contro la madre: e avendo egli rifiutato la vigilanza notturna, la madre viene uccisa misteriosamente, lasciando l’identità dell’omicida in una zona ambigua.

La madre e Gonzalo: nella seconda parte, si affronta con intensità lirico-drammatica il conflittuale rapporto fra la madre e Gonzalo: ella si adopera per preparare una modesta cena al figlio, reduce dai suoi viaggi di lavoro, conoscendone e paventandone le ire improvvise e i malumori. La donna ha intuito con angoscia “il male oscuro”, cioè la tormentosa nevrosi che domina il figlio e tenta invano di placarne le furie.
“La madre disse: ‘Oh Gonzalo, come stai?’. Il figlio la salutò appena, neppure le sorrise. Ella non insiste a cercarne lo sguardo, non chiese del viaggio. Aveva un’insofferenza verso l’inanità della campagna, aveva maledetto la villa insieme col mobilio e con la memoria del padre che l’aveva costruita. Impotente rabbia era in lui: sembrava l’urlo di un demente dal fondo di un carcere. La cucina era vuota e fredda. Non gli si poteva preparare manco un ovo. Si sarebbe imbestialito anche per ciò, maledicendo l’inadempienza dei polli e i parenti. La disperazione del figlio non conosceva misura. A certe ore pareva malato nel volere. ‘Un po’ di buona volontà…’ gli diceva la madre. ‘La volontà – rispondeva lui – che è indispensabile agli assassini…’. Ciò la impauriva, cercava di mutar discorso. Forse era stanco”.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: ancora un “giallo”, un assassinio insoluto, ancora un romanzo incompiuto nonostante la rielaborazione a più riprese. Lo sfondo è una Roma vivacissima, rappresentata nei suoi vari strati sociali, e nei corrispondenti livelli linguistici. La vicenda, articolatissima perché dispersa in mille episodi, in false piste investigative, in continue divagazioni (potente è la satira antifascista, la storia è ambientata nel 1927) è la seguente: in un edificio borghese di via Merulana hanno assassinato la giovane e ricchissima Liliana Balducci, moglie di Remo, tormentata dall’assillo della maternità mancata, che la fa circondare da giovani cameriere opportuniste e profittatrici e nipoti d’adozione a mò di “risarcimento”. Nell’ambiente proletario di Roma, da dove Liliana pescava le sue protette, indirizza le proprie indagini il commissario Ingravallo, amico di famiglia dei Balducci, di origine molisana. Le indagini si susseguono con molti colpi di scena ma senza approdare a fortunate conclusioni.

Il dottor Francesco Ingravallo: la prima scena del romanzo presenta con accurata puntigliosità il protagonista dell’opera, il commissario, e i comprimari, come Liliana, il marito, la nipote di turno e l’avvenente domestica. Il livello linguistico è subito scompigliato dall’incontro di almeno tre livelli: l’italiano di base, il dilagante romanesco e il molisano di Ingravallo.

“Don Ciccio, comandato alla mobile, nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, era uno dei più giovani: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Trentacinquenne, nonostante la sonnolenza, aveva memoria pronta, infallibile, pragmatica. La signora Liliana sospirava e diceva ‘Mah!’ quando lo invitò a pranzo l’ultima volta. E chi dice ma, cuore contento non ha.

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