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⇒ La scapigliatura
La scapigliatura non è una scuola con una poetica comune ma è un insieme di scrittori che operano
- nello stesso periodo → anni 60-70 dell’800
- negli stessi luoghi → Milano, Torino, Genova..
Essi sono accomunati da una insofferenza per le convenzioni della letteratura contemporanea.
→ L’origine del termine
Cletto Arrighi fu colui che propose questo termine per la prima volta nel suo romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio” del 1863 in cui descrive un gruppo di ribelli tra i 20 e i 35 anni, i quali amano vivere una vita eccentrica e disordinata.
Questo termine era una sorta di equivalente italiano del francese bohème
→ Bohème
Significava vita zingaresca in quanto si credeva che essi provenissero dalla Boemia (Europa est).
La loro era una vita irregolare, diversa dalle norme di vita delle comunità contadine e agricole dell’Europa e ciò generava repulsione.
Nella metà dell’800 i “bohème” erano quegli artisti che disprezzavano una società fondata sul mercato e sulla produttività, che li spingeva ai margini e li costringeva a vivere in condizioni di miseria.

La risposta di questi artisti, i quali provenivano da ogni ceto e condizione sociale, consiste nel vivere una esistenza irregolare, disordinata; rifiutando i valori e le convenzioni borghesi ed esaltando come unico valore la miseria.
Così si viene a creare il mito, prettamente romantico, dell’artista povero che vive una vita libera e scioperata nelle soffitte parigine, tra amore e culto disinteressato dell’arte.
Il mito della bohème ebbe una consacrazione a livello popolare con il melodramma di Puccini, il quale inizia proprio in una soffitta.
→ Il dualismo degli scapigliati
Ci troviamo in una società politicizzata in cui i rampolli si contrappongono al modello sociale e loro sono anche propositori di nuova cultura, loro sono il sentimento che caratterizza gli intellettuali italiani negli anni della destra. Questo sentimento è diviso in una parte ottimista e una parte malinconica.
Questi artisti sono caratterizzati da una lacerazione interna da cui deriva la base poetica degli scapigliati: dualismo tra luce-ombra.Questo dualismo si rifà ai modelli preromantici e gotici del nord Europa.
Questi modelli sono nati in una società in cambiamento, di fronte alla quale gli intellettuali hanno paura ma sono anche incuriositi da essa stessa.

⇒ La scapigliatura e il romanticismo straniero
Il fatto che queste manifestazioni compaiano a seguito dell’unificazione non è un caso: il “nero” romantico era un insieme di spettri di una società che si trasforma e questo un po’ spaventa, è un insieme di forze terribili che si erano scatenate nel mondo moderno, creando sconvolgimenti e generando angoscia.Tutto ciò coincide proprio con l’istituzione dello stato unitario.

→ I modelli
> Hoffman, Jean Paul, Heine
> Baudelaire(poesia maledetta), il quale aveva cantato dell’angoscia della vita moderna nelle grandi metropoli.La sua opera “I fiori del male” è definita da Emilio Praga come <<un’imprecazione, cesellata nel diamante>>.
> Edgar Allan Poe(arte neogotica), con i suoi racconti fantastici e orrorosi, con la sua vita disordinata e “maledetta”.Egli è definito da Emilio Praga come <<il poeta dell’Inesplicabile>>
> I poeti del Parnasse, una scuola affermatasi in Francia negli anni tra 1866-76.Essa mirava ad una forma perfetta, cesellata ed impeccabile.

⇒ Introduzione scapigliatura e il 6 febbraio
La situazione si ambienta a Milano, nel 1853, tra il 3-6 febbraio, quando vi è il passaggio dalla prima alla seconda guerra d’Indipendenza. In questo periodo Milano si ribella e ci sono numerose insurrezioni.
Il protagonista della storia è emblema degli scapigliati e si chiama Emiliano.Questo scapigliato si oppone agli austriaci e alla sua famiglia: viene cresciuto dal medico che l’aveva fatto nascere perchè il padre lo aveva abbandonato.In uno scontro il ragazzo si trova a combattere con lo stesso padre.Egli apparteneva a una famiglia aristocratica ma anche in queste famiglia i figli venivano ripudiati come in questo caso.
Nell’introduzione gli scapigliati vengono definiti vero pandemonio del secolo e veniamo subito informati del fatto che loro provengono da ogni ceto, ogni grado sociale
→ L’ideale che prevale è quello che identifica la speranza con la religione.La fierezza è il loro scudo; la povertà è il loro carattere essenziale.
→ L’aspetto dualistico: gli scapigliati sono caratterizzati da due lati
> un profilo più italiano che milanese pieno di brio speranza e amore; questo perchè Milano è inizialmente il fulcro della storia ma la scapigliatura guarda a tutta l’Italia.Questa è sicuramente la parte positiva, costituita da artisti, poeti, rivoluzionari.

> un volto smunto, solcato, cadaverico, con la sua felicità inarrivabile, le sue lagrime di sangue, le sue tremende sfiducie e la sua finale disperazione.
Nel suo complesso quindi la scapigliatura è tutt’altro che disonesta, se non che, come nei partiti politici degli anni 60, è caratterizzata dalla presenza di finti scapigliati: persone depravate, corrotte.I ribelli scapigliati sono onesti, si presentano semplicemente per quello che sono.
L’introduzione si conclude dicendo che si tratta di gente nata e vivente nel fango.


⇒ Emilio Praga
Praga è sicuramente il più scapigliato degli scapigliati in quanto rifiutato dalla famiglia; egli vive una vita corrotta e, quindi, breve.
Nasce a Gorla(Milano) nel 1839 da una famiglia agiata.Egli viaggiò molto ma, dopo la morte del padre, si diede all’alcol ed a una vita disordinata, insomma, lui rispecchia perfettamente quel “maledettismo” derivato da Baudelaire.
Praga si affermò anche come pittore, prediligendo l’impressionismo.
Morì in miseria, distrutto dall’alcolismo, all’età di 36 anni, nel 1875
→ La strada ferrata 1878(nel pieno delle riforme della sn)
>Metro: quartine di endecasillabi, ABBC rima incrociata, ultimo verso tronco e rima con l'ultimo della strofa successiva.Invece dal v.97 ci sono strofe di sei versi.
La poesia inizia con un addio che rimanda all’Addio Monti di Lucia dell’8 capitolo.
Egli dice addio ai boschi ombrosi, alle ondeggianti campagne, ai villaggi in cui i bambini giocano.Addio alle solitarie abitudini. Il poeta dà addio a tutto ciò perchè insidiate dal ferrato cammin, la strada ferrata che l’operaio deposita sul verde pendìo.

Successivamente emerge una critica anticlericale ai vizi dei monaci nella terza strofa.
Viene inoltre descritta la misera condizione dei contadini i quali sono sottoposti alla tassa sul macinato(1868). L’aratro, definito il congegno diletto, diventa il confronto fatale.
L’autore interviene nel testo affermando che con i soldi si può far tutto, infatti dice :”coll’oro si fabbrica l’ale”. Egli è inoltre ironico nei confronti dei ricchi dicendo :”veh, se i ricchi le sanno pensar!”
Il treno viene identificato con un mostro, si cita infatti “Satana”, con un terrificante pennuto: “penne”. Alcuni vedendolo negano la il fatto che sia fumo quello che espelle, ma i più furbi bisbigliano che non solo è fumo, ma che può spazzare via tutta quanta la campagna con un soffio.
La popolazione ovviamente reagisce in modo negativo e si rifiuta di salire sul treno in quanto non è stato dato dal Signore, come l’asinello che, quindi, è migliore.
I contadini vengono definiti “razza mesta” in quanto apparentemente inferiore ma effettivamente superiore al proletariato cittadino.
In modo ironico si parla dell’Unità forzata e del patriottismo indotto in quanto si dice che il fischio fugace del treno gira il mondo e affratella le genti. La locomotiva è definita come l’arca novella di pace che, appunto, dovrebbe portare la pace tra i popoli.
Al verso 96 si conclude la prima parte.
Nella seconda parte cambia la struttura perché cambia lo stato d’animo del poeta: propagandare il progresso è un dovere che lui deve portare avanti, è un obolo da pagare, ma il suo cuore è altrove.Lui sente la nostalgia delle bellezze naturali e delle bellezze artistiche del passato, che la macchina sta distruggendo.
Il poeta nella seconda parte cita la Musa, scusandosi con lei se ha dovuto adottare un repertorio tematico tradizionalmente estraneo alla poesia.L’intellettuale riflette sul suo nuovo ruolo: la poesia deve diventare civile e parlare di fatti o rimanere fedele al suo ideale?
I poeti si occuperanno esclusivamente di dipingere la carta bollata(carte burocratiche) e cantare la fisica applicata?

⇒ Arrigo Boito
Egli nacque a Padova nel 1842, studiando al conservatorio di Milano.
Boito scrisse libretti per Verdi(padre del melodramma dell’800) come l’Otello e Falstaff e un melodramma Metistofele.Tra il 1862 e il 1867 scrisse il Libro dei versi, tra cui è presente il Dualismo del 1863.
Nel 1912 fu nominato senatore durante il periodo giolittiano.Morì a Milano nel 1918.
→ Dualismo, 1863
>Metro: settine di diversa struttura, di cui primo e terzo sdruccioli, il secondo, il quarto e il quinto e il sesto piani, il settimo tronco.Il verso finale fa rima con l’ultimo verso della strofa successiva.
Fin dal primo verso si dice che gli scapigliati son luce ed ombra.
Il narratore sente nei suoi intimi pensieri la bestemmia dell’angelo che quindi diventa quasi una figura sinistra. Segue una serie di opposizioni che affascinano il poeta, come il pianto che contiene in sé quello fanciullesco e quello della disperazione.
Successivamente si racconta di come gli uomini, chiamati creature fragili, siano forse l’homunculus(facendo riferimento al Faust di Goethe o anche Frankestein) di un chimico demente.Si fa inoltre riferimento alla genesi degli scapigliati(introduzione) dicendo che gli uomini siano fatti di fango e foco, creati da un Dio malvagio, il quale li ha poi scagliati sulla terra umida(= umida gleba), guardandoli e ridendo dall’alto.Un giorno, questo Dio demiurgo, li schiaccerà col piede.Per questo gli uomini vivono di illusioni, affidandosi talvolta alla religione(fatto criticato ironicamente dalla voce poetica).Emerge il tema preromantico dell’illusione, tanto caro a Foscolo e Leopardi.
E’ la stessa poetica romantica che dà vita al suo estro creator e quindi sogna un’arte celeste che trae le sue leggi dal cielo. → si conclude qui al v.77 la parte positiva della poesia.
Dal v.78 inizia la parte negativa in quanto si perde di vita l’ideale e il poeta immagina l’arte seduttrice di Circe e sogna un’arte ribelle con immagini false che inneggiano alla bestemmia.
Questa è la sciocca vita che li fa innamorare, lenta che pare un secolo, breve che pare un’ora, un agitarsi tra paradiso e inferno.
Come un equilibrista che si muove su un popolo desideroso di vedere il rischio, fa finta( fa pompa) di perdere l’equilibrio su una corda tesa → così è la vita, così è lo stato umano: lasciato a sospeso tra sogno di peccato(= angelo corrotto) e sogno di virtù(= diavolo che vuole redimersi).

⇒ Iginio Ugo Tarchetti
Tarchetti è sicuramente un altro scapigliato: ha accettato di allontanarsi dalla sua famiglia, vivendo in povertà. Ha una vita breve e muore presto di tisi. Egli è molto prolifico, è conosciuto per la sua produzione narrativa; il suo modello di riferimento è Poe(scrittore neogotico), riprendendo, quindi, una visione macabra, cupa e satanica della realtà. Riscrive i testi di Poe e scrive anche testi immaginari. Egli scrive la “U” in cui parla delle immagini che producono questo suono (Foscolo usò questo suono nel Carme dei Sepolcri citando l’upupa).
Il suo testo più famoso è “Fosca”(inconcluso), in cui anticipa il tema della donna vampiro contrapposta alla donna angelica(Laura nella tradizione letteraria).

⇒ L’attrazione della morte, di Iginio Ugo Tarchetti, da Fosca
In questo testo emerge in modo molto chiara la morbosità dell’amore.
Il protagonista, Giorgio, è combattuto tra due donne: Clara, la quale è bella e serena e Fosca.
Giorgio la descrive come portatrice di bruttezza orrenda: lei era eccessivamente magra, consumata dal dolore, i suoi capelli erano voluminosi, folti, neri e lunghissimi; i suoi occhi erano nerissimi, grandi e velati; la sua persona era alta e giusta. In contrasto con la sua bruttezza, che in parte era causata dal dolore, vi erano i suoi modi dolci e gentili e la soavità della sua voce.
Giorgio e Fosca vivono come due amanti, trascorrono gran parte del loro tempo insieme, spesso il primo vegliava al capezzale della ragazza per gran parte della notte; per lui era impossibile allontanarsi da lei nonostante i suoi difetti.
La ragazza era costante sono nell’amare e nel contraddirsi, tutto era contraddittorio in lei.
La malattia di Fosca è molto grave, infatti lei è colpita da convulsioni talmente forti da far credere a Giorgio che stesse per morire; era inoltre colpita da forti emicranie che la facevano impazzire. Nel suo dolore, però, non si dimenticava del suo amato: lo stringeva finchè il dolore non fosse passato.
Nei pochi momenti di calma leggevano un libro o parlavano del loro passato; alla sera, dato che la stagione era ancora calda, uscivano per una passeggiata in carrozza, attraversando strade di campagna, strette solitarie, aperte in mezzo ai vigneti ed ai prati.
In quei momenti Giorgio avrebbe voluto pensare a Clara, con la quale aveva avuto una relazione stabile, ma Fosca lo riportava subito alla realtà.
Nel finale Giorgio riflette dicendo che Fosca doveva morire presto e, il vederla consumata, era un qualcosa che ogni giorno gli ricordava la fine che avrebbe dovuto subire la sua amata e ciò lo fa soffrire molto.

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