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L'ermetismo

Il ruolo dell’intellettuale, nel primo dopoguerra non ha ormai più senso. La poesia non ha più un ruolo nel materialismo, nel continuo ricercare beni materiali piuttosto che seguire l’intellettuale. La società di massa segue altro, tutto ciò che è stato inventato recentemente. Si è interessati al cinema, alla radio, alla velocità. Gli intellettuali continuano a chiedersi a cosa serva fare poesia in questo momento. Nasce così l’ermetismo, un circolo di intellettuali che si chiudono. È molto simile ai poeti maledetti, al simbolismo, al fatto che questi poeti si rinchiudono in una gabbia dorata (la gabbia d’avorio); la società non li segue più ed essi si tirano indietro. Essi non usano sostanze stupefacenti. Scrivono solo per pochi eletti. L’intellettuale isola la sua poesia e fa in modo che essa non venga appresa da tutti, usando un linguaggio ermetico, chiuso.

Il periodo fra le due guerre è cupo. Le leggi fascistissime portano una limitazione alla parola e alla pubblicazione. Questa chiusura porta l’intellettuale ad isolarsi. Molto simile all’ermetismo è il simbolismo, in cui i poeti si chiudono in una torre d’avorio come protesta contro il perbenismo borghese. Qui l’isolamento deriva dal fatto di non poter più contestare e denunciare la società. È una sorta di ritiro dalla storia. La poesia diventa interiore, intimistica, si ripulisce da tutto ciò che ad esempio d’Annunzio ha messo nella propria lirica; si va verso l’essenziale. Così come il decadentismo, anche l’ermetismo non è visto bene inizialmente. Francesco Flora nel 1936 parla in maniera polemica di questa corrente giovanile in un suo saggio intitolato “La poesia ermetica”. La massa viene esclusa: l’intellettuale va in una direzione e la massa in un’altra. La produzione è di chiusura; si scrive solamente per chi capisce. Francesco Flora si riferisce all’antico ermetismo, dottrine mitologiche e religiose nate in Egitto ed elaborate in Grecia da Ermete Trismegisto intorno al III secolo a.C. Egli sarebbe stato l’autore di libri magici in cui si rivelano i segreti religiosi capaci di rendere l’uomo partecipe della natura divina. Non è un termine spregiativo, ma polemico. Non si capisce cosa dicono questi giovani.
Altro intellettuale che parla dell’ermetismo è Carlo Bo, in cui delinea la teoria e il metodo di questa poesia. È una lirica che canta il bisogno di verità, caratteristico dell’uomo. Quest’ultimo vuole conoscere, sapere; il mistero ha sempre affascinato. Questi due critici letterari si avvicinano alla poesia ermetica.

La difficoltà espressiva coincide con una volontà di scavo interiore. C’è un rifiuto della quotidianità; si parla solo dell’essenziale, ciò di cui si ha bisogno. Quotidiano non è inteso come quella di Pascoli, delle cose semplici; la quotidianità è riferita alla storia.
Per Quasimodo il poeta non scrive più perché si è occupati, c’è il nazi-fascismo. Si è perseguitati se si scrive, si è costretti a fuggire. Se si protestava si veniva torturati, così come se non si era nazifascisti. Flora è polemico nei confronti degli ermetici perché non li capisce. Loro non vogliono farsi capire, sono il contrario di d’Annunzio, che ha bisogno della massa. Loro abbandonano la massa, che segue la storia. Loro non vogliono seguire la storia, ma andare per i fatti loro.
Questo scavo interiore va comunicato con le analogie, con i simboli, con un linguaggio evocativo (cose già viste con il simbolismo). Montale usa il correlativo oggettivo.
I maggiori poeti ermetici liberano il linguaggio da ogni genere di oratoria ed eloquenza; tolgono tutto ciò che è stato aggiunto nel tempo. È simile alla situazione del barocco seguito dal minimalismo. La poesia non va intesa come un semplice mestiere. D’Annunzio segue la massa perché vede la poesia come lavoro e deve vendere le sue opere per fare la bella vita. Gli ermetici sono umili. La poesia rappresenta la strada per conoscere sé stessi. Per ottenere l’introspezione non si deve considerare la poesia come mestiere, ma come lavoro su di sé stessi, a livello psicologico. La quotidianità è allontanata dalla loro poesia; in questo momento la quotidianità è tragica, fatta di violenza, privazioni. Di tutto parla il poeta tranne della quotidianità, la storia, quello che succede nella storia in quel momento. Il rifiuto della storia porta all’adozione di certe forme stilistiche. Bisogna scrivere in maniera individualistica; non si può fare una scrittura per la collettività. La scelta del linguaggio è particolarmente oscura e incomprensibile. Dal messaggio poetico viene escluso il pubblico abituale. Il poeta si separa dalla gente comune, segue la sua logica e la sua verità. La massa segue la storia. L’intellettuale si estranea dalla storia perché non la condivide; non scrive quindi più per la collettività, ma per sé stesso e chi lo capisce, i pochi eletti che concepiscono la scrittura e la lirica come loro. Dopo il 1945 la situazione cambia. Il poeta non è più costretto ad isolarsi a causa della fine della guerra e del nazi-fascismo. Anche i poeti ermetici si riaprono e riprendono la tradizione della lirica, che sarà comprensibile, più estesa. “Ed è subito sera” e “Alle fronde dei salici” sono due liriche di Quasimodo che evidenziano le differenze tra ermetismo e poesia successiva alla guerra.
Così come Baudelaire è stato il padre del simbolismo e del naturalismo, ma non si è mai considerato tale, così Ungaretti viene preso come esempio della poesia ermetica (le sue prime raccolte poetiche, le opere giovanili). Ungaretti tuttavia non si è mai dichiarato ermetico. Una poesia è “Mattina”. Nella sua estrema sintesi la poesia di Ungaretti è comprensibile solo leggendo il titolo, così come “Soldati”. Saba riprende le cose semplici della poesia di Pascoli, mentre Ungaretti e Montale prendono i simboli e le analogie.
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