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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 – Torino 1950)

Introduzione: tema chiave è spesso l’antitesi fra città (Torino) e campagna (Langhe), sentita come contrasto fra l’inautenticità dell’età adulta, della storia, e l’autenticità dell’infanzia, seguono lo sradicamento, l’emarginazione e l’antinomia corruzione-salute.

Biografia: vive a Torino, conseguendo la laurea in Lettere nel 1930. Fra il 1935 e il 1936 sconta una condanna al confino a Brancaleone Calabro per motivi politici. La sua posizione però rimane agnostica. Dopo la Liberazione, diventa collaboratore della casa editrice Einaudi. Inoltre fonda e dirige la collana di “Studi religiosi, etnologici e psicologici”. S’iscrive al PCI e scrive per l’Unità. Muore suicida dopo il “Premio Strega” per “La luna e i falò”.

Le opere. Lavorare stanca: è la prima e più notevole raccolta poetica. Sono “poesie-racconto”, vista la narratività dei testi. L’opera è leggibile in chiave autobiografica, come l’”avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.

Semplicità: composta durante il confino, è lo specchio dell’uomo solo, lontano, escluso. “L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione ogni volta che morde in un pezzo di pane. In prigione sognava le lepri che fuggono. Uno crede che dopo rinasca la vita. Si esce fuori una sera, e le lepri le han prese e le mangiano al caldo gli altri, allegri”.

La casa in collina: è un romanzo che sviluppa il tema dell’isolamento e dell’impotenza dell’agire dell’intellettuale nell’epoca fascista. Al centro della vicenda è Corrado, insegnate torinese che abita in collina con una vecchia e la figlia Elvira, zitella 40enne che nutre per lui un amore rassegnato. Corrado ha costruito la sua vita nella solitudine e così ha raggiunto il suo equilibrio. La guerra ha perfezionato questa condizione: “Con la guerra divenne legittimo chiudersi in sé, vivere alla giornata, non rimpiangere più le occasioni perdute”. Ma una sera, un incontro casuale con Cate, ex amante, gli riaccende la voglia di un contatto umano. Nella Resistenza, Cate e i suoi compagni cadono mentre Corrado inerme si salva. Torna nelle langhe per ritrovare le primitive certezze. Invece lo spettacolo della guerra lo costringe alla resa di fronte alla sua viltà, che non lo spinge all’azione ma gli fa riconoscere la necessità di ciò. “M’accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il ciclo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più”.

Alzai le spalle anche stavolta: è il serrato e nervoso resoconto dell’armistizio e della reazione popolare a Torino. In città regnano incertezza e disordine. Cate sente il bisogno di organizzarsi, fare qualcosa; Corrado invece “alza le spalle”, opponendo all’attivismo ingenuo ma generoso dei semplici la sua superiore capacità di analisi dei fatti. “Alzavo le spalle ma bevevo le voci. Se qualche volta mi tappavo le orecchie, era perché sapevo bene, troppo bene, quel che avveniva ma mi mancava il coraggio di guardarlo in piena faccia”.

La luna e i falò: concentra i temi-chiave di Pavese: il disadattamento e l’estraneità (qui segnalati dalla condizione sociale del protagonista, un trovatello che ignora perfino il suo vero nome); la fuga lontano dal paese (qui la città è dilatata nell’America); la ricerca dell’identità attraverso il ritorno al luogo d’origine (le consuete Langhe); il tentativo di instaurare un rapporto umano con l’amico Nuto e il ragazzo Cinto).
Il protagonista Anguilla narra in prima persona il ritorno al paese natale, dal quale partì in cerca di fortuna fino a raggiungerla in America. Ma il successo economico non gli “riempie” la vita, e Anguilla è quindi tornato, perché “un paese vuol dire non essere soli”. La natura e i luoghi sono sempre gli stessi, ma l’ambiente umano è irrimediabilmente cambiato: perduti i genitori adottivi, il casotto dove abitava è ora del Valino. Le tre figlie del proprietario della Mora, la cascina dove era servitore, sono morte. Anche il casotto è distrutto poi da un incendio. L’unico a salvarsi è Cinto, figlio di Valino, ragazzetto storpio che Anguilla protegge poiché vi rivede se stesso. Cinto è affidato all’amico Nuto, mentre Anguilla se ne va, rivelando la propria incapacità a radicarsi. Si tratta di un mix di Realismo (rapida e precisa rassegna di eventi storici, come la guerra civile) e Simbolismo (il ritorno al paese nativo visto come ricerca delle origini).

Non ero più di quella casa: siamo a metà romanzo. Anguilla “misura” le distanze fra le aspettative e le realtà del ritorno. Dei conoscenti rimane solo Nuto, solo i luoghi rivelano ricordi dolci. “Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna, ma le facce e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi non c’erano più. Era come una piazza alla fine della fiera o una vigna dopo la vendemmia. Crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire”.

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