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Proemio Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio


Il proemio costituisce «una sorta di “cappello” a carattere teorico» che Machiavelli premette all’opera (G. Procacci): centro argomentativo è la dichiarazione del valore esemplare della storia antica in ottica moderna e la conseguente affermazione dello stretto nesso che lega l’analisi storica e la politica. Da qui scaturisce anche una polemica contro i contemporanei, incapaci di comprendere l’autentico significato dei testi degli antichi storici, nei quali sono descritte virtuosissime azioni che vengono però «più tosto ammirate che imitate» (r. 20): essi sono dunque incapaci di servirsi di quegli autorevoli esempi nel governo e nel mantenimento dello Stato, come invece fanno i giuristi e i medici, che fondano la loro scienza, rispettivamente, sulle «sentenze date dagli antiqui iureconsulti» (r. 26) e sulle «esperienze fatte dagli antiqui medici» (r. 28). Per questo, conclude Machiavelli, nascono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio: per illustrare il testo liviano, favorendo quella «maggiore intelligenzia d’esso» (r. 46) utile a fare in modo che «coloro che leggeranno queste mie declarazioni possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle storie» (rr. 46-48).
Decisivo appare il richiamo finale all’utilità, che misura il valore attribuito da Machiavelli alla storia antica; mentre sempre presente resta il criterio dell’esperienza, sebbene in tono minore rispetto al Principe. Sarebbe dunque riduttivo pensare ai Discorsi come a un’opera eminentemente storica, che nulla abbia a vedere con l’azione politica.
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