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Machiavelli, “occasione” e “fortuna”

Il richiamo agli eroi della politica non è richiamo generico alla “lezione degli antichi”, ma anche esaltazione della virtù nel suo grado più eroico, e quei grandi sono, per il Machiavelli, i santi laici di quella specie di agiografia politica che egli disegna nelle sue opere. Tuttavia egli, in quanto fa politica e in quanto è figlio del suo tempo, avverte l’esistenza di limiti all’agire umano, il quale si svolge non nel vuoto, ma in un contesto storico preciso, ed è, se non determinato, certo condizionato sempre dalla situazione. È questo ciò che Machiavelli chiama “occasione” e che noi, con termine moderno, potremmo dire “situazione condizionante”; l’uomo, anche geniale, anche “virtuoso” in sommo grado, per poter spiegare intera la sua “virtù”, deve trovarsi in condizioni che gli permettano di mettere in atto le sue doti potenziali: bisognava –pensa Machiavelli- che vi fosse nel Lazio quel certo attrito fra Amulio e Numitore perché Romolo potesse fondare Roma, come bisognava che gli Ebrei fossero schiavi degli Egiziani e smarriti nel deserto perché si rivelasse il genio di Mosé. L’azione politica, dunque, è sintesi di due momenti: la situazione storica e la virtù individuale, e solo il loro concorrere rende possibili certe azioni, e fa sì che il grande uomo si riveli.

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