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Machiavelli - Discorsi sopra la prima deca

i "Discorsi" non sono un testo unitario, bensì una serie di riflessioni, scritte a più riprese, sulla prima deca dell’opera di Tito Livio, "Ab urbe condita", dove trattava della Roma repubblicana. L’opera, dedicata agli amici Zanobi Buondelmonte e Cosimo Rucellai, è divisa in tre libri. Il primo descrive le iniziative di politica interna della Roma antica, il secondo analizza la politica estera e l’espansione imperiale e il terzo le azioni dei singoli cittadini, poiché furono queste quelle che contribuirono alla grandezza di Roma. Machiavelli prende come soggetto la Roma repubblicana, perché pensava che da un’analisi della storia romana si potessero ricavare esempi validi per ogni tempo e spunti per riflettere sulla Firenze del suo tempo.
I "Discorsi" non rientrano in un genere letterario preciso, infatti, non sono un trattato perché non hanno organicità e non c’è un’architettura generale. Il "Principe" è un’opera incalzante e concisa, mentre i discorsi sono divaganti. Se nei "Discorsi" è di parte filo-repubblicana, nel "Principe" studiava la forma del principato e i comportamenti che un principe doveva seguire per mantenere il governo. Per Machiavelli però è proprio la repubblica la miglior forma di governo, perché garantisce stabilità e stimola le virtù civili e militari dei cittadini. Il principe è necessario nella fase iniziale della storia di uno Stato, per la sua creazione, ma la repubblica ispirata al modello romano è necessaria per la sua sopravvivenza. Perciò nel "Principe" Machiavelli si pone l’obiettivo teorico di dimostrare come costruire uno Stato, nei "Discorsi" di come farlo durare. Secondo alcune ipotesi, più che un contrasto fra le due diverse idee politiche, ci sarebbe un legame di continuità tra i testi, che sarebbero intrecciati all’altezza del diciottesimo capitolo dei "Discorsi". Qui infatti si analizza la crisi della repubblica, che può far nascere l’idea del principato.

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