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Machiavelli, pensiero politico


Per l’Italia il secolo Cinquecento fu una situazione di grave crisi politica, in quanto il Paese non aveva ancora una realtà nazionale, a differenza degli altri Stati nazionali europei, a causa dei numerosi Stati che lo spezzettavano. Questa serie di Stati regionali hanno portato dei vantaggi e degli svantaggi. Il vantaggio consisteva nel fatto che ogni città godeva del principio di sussidiarietà, il potere locale risultava migliore di quello dislocato e ciò favorì la nascita delle città d’arte rinascimentali. Lo svantaggio, invece, consisteva nel fatto che questi Stati risultavano deboli e con l’ingresso in Italia di Carlo VIII (re di Francia), il Paese perse la sua autonomia e si arrivò ad una situazione di profonda crisi.
Questa situazione di profonda crisi venne studiata dal politico Niccolò Machiavelli, un ufficiale del comune di Firenze che aveva il compito di andare all’estero come ambasciatore. Così, egli incominciò a scrivere una serie di opuscoletti che riguardavano queste osservazioni fatte all’estero. Allorché i Medici ritornarono al potere, il Principato provò diffidenza nei confronti di Machiavelli: ciò gli comportò l’esilio nelle campagne della zona durante il quale l’autore scrisse il "De Principatibus" (Il Principe). In quest’opera Machiavelli mise per iscritto le sue conoscenze politiche e donò l’opera ai Medici nel tentativo di farsi richiamare. Seppur l’opera fosse abbastanza piccola (consta , infatti, di soli 26 capitoletti), Machiavelli ricevette una fama immensa, soprattutto all’estero, e quest’opera è diventata il trattato fondamentale su cui poi si fonderà la politica europea. Questi tipi di trattati sono chiamati "specula prinicipis" (gli specchi del prinicipe): il trattato, cioè, è come uno specchio attraverso cui il principe doveva vedersi riflesso e imparare la virtù. Quest’opuscolo risulta molto innovativo sia per il contenuto che per la letterarietà.
Per quanto riguarda il contenuto, secondo Machiavelli la politica è slegata dalla morale; l’unica cosa che contava è che gli atti politici del governatore fossero stabili. Dunque il governatore doveva essere crudele con chi trasgrediva le leggi, doveva assicurare stabilità e ricchezza alla popolazione grazie a delle campagne militari forti. Affinché tutto ciò si realizzasse, secondo Machiavelli, il capo politico doveva essere un centauro (essere mitologico metà uomo e metà cavallo); cioè, a seconda delle situazioni, doveva essere clemente o spietato. Per questo motivo, seppur l’uomo tenda ad essere coerente con se stesso, il capo politico doveva possedere una flessibilità tale da poter cambiare le sue azioni a seconda delle circostanze.
Inoltre, secondo Machiavelli, essere capo politico non era né bello e né facile a causa dell’ignoranza e della malignità degli uomini la cui natura li portava più ad odiare che ad amare; per questo era molto più facile che il Principe venisse odiato e temuto piuttosto che amato.
Machiavelli, poi, consigla al principe di non ricorrere mai all’esercito mercenario, in quanto questo era un esercito formato da soldati slegati dai padroni che li avevano formati e dunque potevano facilmente passare dalla parte del nemico, se la paga fosse stata maggiore.
Per quanto riguarda la forma del trattato, Machiavelli annulla il principio aristotelico dell'auctoritas secondo cui c’era bisogno, nei trattati, di giustificare le unità di tempo e di luogo, inserendo il principio dell’osservazione e comprensione della realtà.
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