Fabrizio Del Dongo
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Indice

  1. Sintetica presentazione dell’autore
  2. Meraviglie del Paradiso (da “De Jerusalem celesti”)
  3. Trasposizione in italiano moderno

Sintetica presentazione dell’autore

Di Giacomino da Verona ci sono giunti due pometti: il De Babilonia infernali e il De Jerusalem celesti. Il primo descrive le pene dell’inferno, con immagini crude e virulenti; l’altro, dipinge le gioie e la bellezza del paradiso, rappresentandole con scene e immagini più gentili, ma ugualmente distanti dalla vera poesia. Non soltanto sotto l’aspetto artistico, ma anche sotto quello culturale, la distanza fra Giacomino da Verona e Dante appare enorme. Di comune, c’è soltanto il tema dell’aldilà che ha portato alcuni studiosi di un tempo a cercare fra di loro un legame.
Verso la fine del De Babilonia, in una sorta di congedo, troviamo il verso 335 in cui l’autore stesso pone il suo nome e in particolare sulla propria persona: “Jacomino da Verona de l’ordeno de Minuri”. Il rimatore apparteneva, quindi, all’ordine dei minori francescani e questa è l’unica notizia che abbiamo di lui.

Meraviglie del Paradiso (da “De Jerusalem celesti”)

Il testo si compone di strofe di quattro versi alessandrini, e quindi derivati dall’accoppiamento di due settenari. I versi sono legati da rime o da assonanze; a volte, nella quartina, le rime sono alternate.

Trasposizione in italiano moderno

...Le sue onde sono limpide più del sole che risplende [descrizione del fiume del Paradiso]
trasportando gemme di oro fino e di argento,
e pietre preziose, perennemente,
simili alle stelle poste nel firmamento.
Delle quali ognuna ha così tanta virtù,
che esse fanno tornare giovane l’uomo anziano,
e l’uomo che è giaciuto mille anni nella tomba,
appena ne toccato da tali pietre, si leva su vivo e sano.
[In questa quartina l’influenza dei lapidari medioevali è notevole. L’usanza di attribuire delle virtù magiche alle pietre preziose, già presente durante il periodo ellenistico, si estenderà fino all’epoca rinascimentale]
Inoltre, i frutti degli alberi e dei prati,
che sono piantati sui bordi del fiume,
appena assaggiati se ammalati si ritrova la salute,
e sono più dolci del miele e di ogni altra cosa
Le foglie e i tronchi degli alberi
che portano questi dolci frutti
fioriscono dodici volte all’anno [ ogni mese]
non perdono mai le foglie e nemmeno diventano secchi.
E ognuno è per se stesso talmente profumato,
che si può sentire il profumo ad una distanza di più di mille miglia;
per cui, tutta la città, dentro e fuori,
sembra che sia piena di cinnamono (= cannella) e di menta [da notare che il poeta non riesce mai ad allontanarsi dagli elementi terreni].
Calandre, usignoli e al begli uccelli
Giorno e notte cantano [appollaiati] su quegli alberelli,
emettendo i loro canti, belli e preziosi
che [nemmeno] le viole, le arpe e le zampogne sono in grado di produrre.
Lassù i giardini sono sempre verdeggianti
nei quali passeggiano e trascorrono dei momenti lieti le anime beate [nel testo, le anime beate sono dette “cavalieri” per influenza dei cicli epici medioevali]
i quali mai si lamentano e si preoccupano
se non di benedire il Creatore dei cieli.
Il quale si siede in mezzo a loro, su di un trono dalla forma rotonda
e gli angeli e tutti santi sono disposti intorno a lui,
lodando, giorno e notte il suo nome ammirabile,
grazie al quale vivono le persone in questo mondo….

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