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Cecco Angiolieri_La stremità mi richèr per figliuolo


Testo


La stremità mi richèr per figliuolo,
ed i’ l’appello ben per madre mia;
e ‘ngenerato fu’dal fitto duolo,
e la mia bàlia fu malinconia,
e le mie fasce si fur d’un lenzuolo
che volgarment’ ha noma ricadía;
da la cima del capo ‘nfin al suolo
cosa non regna ‘n me che bona sia.

Po’, quand’i’ fu cresciuto, mi fu dato,
per mia ristorazion, moglie che garre
da anzi dí ‘nfin al cielo stellato;
e ìl su’ garrir paion mille chitarre:
a cu’ la moglie muor, ben è lavato,
se la ripliglia, più che non è ‘l farre.

Parafrasi


L’estrema miseria mi reclama come figlio,
ed io la riconosco come mia madre;
e fui generato dall’intenso dolore,
e la malinconia fu la mia nutrice.
E le mie fasce furono fatte di un lenzuolo
che volgarmente è chiamato molestia;
dalla testa fino alla suola delle scarpe
in me non c’è nulla che sia buono.
Poi quando diventai adulto, mi fu data,
per conforto, una moglie che grida
dall’alba fino a notte profonda;
e le sue grida sono simili a mille chitarre:
colui che resta vedovo è ben sciocco,
più insipido del farro se decide di riprendere moglie.

Commento


Il sonetto si presenta come un lamento sulla condizione esistenziale del poeta, prendendo come punto di partenza delle personificazioni (la miseria, il dolore, la malinconia, la molestia), che aggiungono vivacità al lamento. Nella seconda quartina l’espressione che in lui non c’è nulla di buono, attenua la tristezza del suo lamento, assegnando, nel contempo,alle personificazioni della prima quartina un sapore retorico. Questa caratteristica viene confermata ed accentuata con la caricatura della moglie che non si stanca di gridare dalla mattina alla sera. Nell’ultima terzina, la malinconia si trasforma decisamente in satira contro le mogli e questo dimostra che la tristezza iniziale era soltanto un sentimento superficiale.
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