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VERSO L'UMANESIMO

Quadro storico

Il quadro storico del XIV secolo produsse profondi cambiamenti, che si ripercossero tanto nella società quanto nel mondo culturale. Le forze dominanti del Papato e dell’Impero attraversarono in quel tempo un momento di forte crisi. Erano, infatti, gli anni della Cattività avignonese dei papi, nonché un periodo di forte debolezza per il Sacro Romano Impero. Parallelamente carestie, guerre ed epidemie di peste afflissero la popolazione in più parti d’Europa, provocandone un notevole calo.
Il Trecento fu il termine della cultura gotica medievale e l’alba di un nuovo pensiero più affine alla realtà dell’esistenza umana: il pre-umanesimo. Sul finire del secolo alla spiritualità del Medioevo si affiancarono (più che altro si contrapposero) nuovi valori laici ed una visione più terrena della vita. L’uomo fu alla ricerca di ideali e riferimenti culturali e riscoprì i classici dei grandi autori greci e latini.

Nella complessa fase di transizione trecentesca, due furono gli autori che meglio di altri testimoniarono le condizioni culturali, politiche e sociali del tempo: Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. Entrambi rappresentano un periodo fondamentale della letteratura italiana, nel quale le antiche concezioni medievali mutarono via via verso il nuovo pensiero umanistico.
Petrarca fu tra i primi autori a riscoprire la cultura classica greca e latina, e ad essa dedicò anni di intensi studi. Egli scrisse in volgare italiano Il Canzoniere (originariamente Rerum vulgarium fragmenta), una raccolta di componimenti dai toni musicali (di sonetti, canzoni, ballate), d’argomento soprattutto amoroso oltre che morale, religioso e politico. Petrarca compì, nella sua opera, un lungo percorso introspettivo tra i sentimenti più reconditi e insoluti. Fu altresì il primo a proporre una letteratura “maestra di vita” , ossia a tradurre in versi una ricerca della serenità per cui sconforto, dolore e volontà di pentimento sono motivo di speranza.
Boccaccio fu, invece, l’antesignano di un nuovo genere letterario, e cioè la novella. Tra le sue opere notevole è il Decameron, una raccolta di cento testi in prosa - novelle appunto - scritti in volgare italiano e ripartiti in dieci giornate. Nel Decameron Boccaccio realizzò un sorprendente ritratto della civiltà urbana del Trecento e offrì un’interpretazione della realtà non più spirituale ma assolutamente terrena.

La novella

Nel XIII secolo erano molto diffuse le forme letterarie degli aneddoti e degli exempla. Largamente impiegate nell’agiografia e nelle predicazioni medievali, entrambe perseguivano il fine di convincere o sorprendere gli uditori (o i lettori) attraverso esempi facilmente comprensibili. Gli esempi avevano quasi sempre finalità religiose, ma nel corso del Duecento se ne diffusero varianti, dette aneddoti profani, indirizzate all’edificazione morale e all’insegnamento di comportamenti sociali.
La più famosa raccolta di compilazioni di tal genere fu senza dubbio il Novellino, scritta in volgare alla fine del Duecento da un autore fiorentino rimasto anonimo. Nel proemio dell’opera l’autore stesso ne rivelò lo scopo tipico degli exempla: tramandare aneddoti che fornissero ai ceti sociali “minori” modelli di comportamento cortesi. Tuttavia nel Novellino si delineò un nuovo genere narrativo, poi chiamato novella, che all’intento esemplare affiancò il gusto del narrare quale mezzo di intrattenimento.
La novella assunse la sua forma più compiuta nel Trecento, con il Decameron di Giovanni Boccaccio, e subì numerose metamorfosi fino ai giorni nostri. Si distinse dai generi narrativi da cui pur spesso derivava i materiali, specialmente perché osservazione più viva ed immediata della realtà. A differenza degli exempla, i cui personaggi erano tipi astratti, incarnazioni di vizi e virtù, e dove l’ambiente era una cornice indeterminata dei fatti esemplari. Già nelle prima novella, al contrario, l’ambiente narrativo veniva colto nelle sue coordinate di tempo e di spazio ed era facilmente riconoscibile attraverso il racconto stesso. I personaggi mostravano una spiccata identità personale ed emergevano i tratti della loro psicologia.

Le caratteristiche della novella dunque, presupponevano una visione decisamente laica della realtà, che non appariva più come il prodotto di un piano provvidenziale ma come effetto del libero agire dell’uomo.

Francesco Petrarca (1304-1374)

BIOGRAFIA Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304 da un notaio fiorentino appartenente alla fazione dei guelfi bianchi. A sette anni si trasferì con la famiglia ad Avignone, dove il padre si impiegò presso la curia papale. Lì compì i suoi primi studi, sotto la guida del dotto maestro Convenevole da Prato. Avviato alla materia giuridica ebbe scarso profitto, perché attratto dagli studi classici e distratto dalla vita mondana. Alla morte della madre, nel 1326, Petrarca intraprese la carriera ecclesiastica negli ordini minori, mentre il fratello Gherardo abbracciò la vita monastica. L’anno seguente vide per la prima volta Laura (forse Laura de Noves) la donna destinata a diventare l’ispiratrice della sua poesia.
Nel 1330 Petrarca fu assunto al servizio dell’amico cardinale Giacomo Colonna e poté effettuare numerosi viaggi in Europa. Pochi anni dopo fu invitato a Roma per essere incoronato poeta e fu sottoposto a un severo esame dal dotto re Roberto d'Angiò. Turbato da una profonda crisi religiosa e morale, Petrarca viaggiò ancora a lungo in Italia e all'estero, finché si fermò ad Arquà, sui Colli Euganei, dove visse gli ultimi anni in compagnia della figlia Francesca. Morì nel 1374, il giorno prima del suo settantesimo compleanno.

PENSIERO L’essere nato ad Arezzo da esuli fiorentini generò in Petrarca un senso di estraneità verso il suo stesso luogo natio. Anche a causa dei numerosi viaggi, in Italia e all’estero, egli non partecipò mai alla vita politica delle città e non coltivò alcun ideale universalistico (come invece Dante). Petrarca credeva, tutt’al più, in una federazione di Stati, che, pur conservando ciascuno la propria autonomia, si unissero nella difesa del suolo italiano. Perciò Petrarca fu tra i primi a vagheggiare idee nazionalistiche e a considerare l'Italia l’erede legittima della romanità. Egli auspicava una federazione unita, fondata sull’autorità di una Roma repubblicana e non papale, che rispecchiasse l’esempio di operosità, saggezza politica, coraggio e genialità dell’antica capitale.
La passione di Petrarca per la romanità più autentica gli derivò dai molti studi classici che condusse. Egli fu solerte ricercatore delle opere antiche e accurato restauratore, profondo interprete, grande ammiratore. Fu l'iniziatore della nuova filologia umanistica, che rese giustizia ai classici antichi delle tante false interpretazioni che, lungo tutto il Medioevo, ne avevano manipolata l'autentica fisionomia.
Petrarca fu, insomma, un uomo moderno per i suoi tempi, non solo sul piano politico, ma anche dal punto di vista culturale. Egli fu il primo animatore di quel vasto movimento di idee che contribuì ad accelerare il crollo definitivo degli ideali medievali e ad avviare la nuova concezione di vita dell’Umanesimo. Egli intuì che la cultura e il progresso scientifico necessitavano della possibilità di condurre studi liberamente, senza la disposizione a cercare nuove avventure del pensiero e dell'azione: la lezione degli antichi è preziosa per chi sa attingervi la capacita di andare avanti; può invece divenire opprimente e negatrice di ogni progresso se la si vuole considerare definitiva e perfetta.

Petrarca, forse, non comprese appieno il contributo che egli stesso diede al cammino della civiltà: più volte tentennò, si mostrò insicuro, incerto; non seppe affrontare con determinazione il rapporto tra fede e scienza. I suoi turbamenti, tuttavia, non valsero ad inficiare l'apporto positivo che il suo pensiero diede al progresso della cultura e furono, invece, una fonte preziosa di ispirazione per la sua poesia.

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
[da Il Canzoniere (I) di Francesco Petrarca]

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nutriva ‘l core
io sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesimo meco mi vergogno;

e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Il sonetto di apertura del Canzoniere vuole trarre un bilancio dell’esperienza precedente dell’autore e mostra l’attitudine introspettiva tipica della poesia petrarchesca. Il poeta dà un giudizio negativo di sé stesso, poiché prestandosi all’amore, in passato, ha vissuto incoerentemente tra speranze e delusioni, sia sul piano personale, sia letterario. La sua poesia è stata il frutto dell’errore commesso, un prodotto disunito e frammentario che è ben definito dal concetto di “rime sparse” (primo verso). Ora Petrarca nutre la speranza di trovare compassione e pietà (seconda quartina) e questo lo induce ad essere più indulgente verso sé stesso, a perdonarsi l’errore compiuto, in fondo, in età giovanile. Tuttavia, il poeta non può sfuggire al senso di vergogna che lo accompagna e nelle terzine conclusive il tono si fa duro e amaro. La concatenazione logica che chiude il sonetto sintetizza implacabilmente il suo bilancio: l’amore è stato un vaneggiamento da cui è nata vergogna, dalla vergogna è scaturito il pentimento e la consapevolezza della vanità di tutte le cose (“che quanto piace al mondo è breve sogno”).
Petrarca tenta, però, di riscattare la sua colpa almeno sul piano letterario, attraverso il processo di catarsi (purificazione): egli cerca nei versi una redenzione formale, descrivendo contraddizioni e amarezza in uno stile volutamente elegante. Il processo è messo in luce dalla sintassi rigorosa del sonetto, che riproduce il tortuoso percorso interiore dell’autore. Ma anche a livello metrico si nota la ripartizione scandita della poesia, più dura e concisa laddove l’autore esprime tutta la sua amarezza. La catarsi di Petrarca si manifesta, inoltre, sul piano lessicale e morfologico. Nel primo caso, il fitto impiego di aggettivi negativi e pessimistici plasma l’immagine del Petrarca giovane e avvezzo all’errore. Nel secondo caso si nota, invece, l’alternarsi del tempo dei verbi e specialmente di presente e passato. Questo gioco morfologico vuole rimarcare la distinzione tra l’autore attuale e quello passato e perciò si crea una divisione netta tra la figura dell’io narrante e l’oggetto della poesia.

Erano i capei d’oro e l’aura sparsi
[da Il Canzoniere (LXXXIX) di Francesco Petrarca]

Erano i capei d’oro e l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,
e ‘l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e ‘l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’ésca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro, che pur voce umana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.

Il sonetto è centrato su un motivo di chiara ascendenza stilnovistica: rievocando l’innamoramento dell’autore per Laura, si ricollega, infatti, alla figura della donna nel fulgore della sua bellezza, cui attribuisce le definizioni inconfondibili di “angelica forma” e “spirto celeste”. Tra Petrarca e i modelli dello stilnovo, tuttavia, intercorre una sostanziale differenza: il poeta umanista colloca Laura in precise coordinate temporali (nel passato rievocato dalla sua memoria) e vi attribuisce i caratteri tipici di un essere mortale (ella invecchia e si “spegne”); gli stilnovisti, invece, solevano definire la figura della donna-angelo in un presente eterno quanto irreale, per cui la sua bellezza non poteva sfiorire.
Per questa ragione il sonetto è interamente costruito sulla contrapposizione tra passato e presente, che è espressa dal ricorrere dell’avverbio di tempo “or” e dalle forme verbali morfologicamente alterne. Infine, si nota l’architettura binaria tipica della poesia petrarchesca: entrambe le quartine sono suddivise in coppie simmetriche di versi (2+2), mentre le terzine presentano un taglio netto a metà del verso centrale, che le ripartisce in modo analogo. Esiste, inoltre, un’armonia di significati tra i due membri delle quartine e della prima terzina (“capei d’oro” / “vago lume”, “pietosi color’” / “di sùbito arsi”, “angelica forma” / “altro, che pur voce umana”). I membri della terzina finale, invece, presentano un contrasto volutamente più marcato, poiché qui Petrarca definisce la contrapposizione tra il “vivo sole” che fu e quel che non è più tale (ancora in riferimento a Laura).
Sul piano ritmico il sonetto è fluido e musicalmente piano grazie all’assenza pressoché assoluta di pause forti o di fratture all’interno dei versi. Le sole eccezioni, ai versi 4, 6 e 13, sono motivate dai contenuti.

Giovanni Boccaccio (1313-1375)

BIOGRAFIA Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo, presso Firenze, da un mercante fiorentino. Il padre lo invia a Napoli perché faccia pratica di commercio presso la compagnia mercantile dei Bardi, tuttavia Boccaccio manifesta l’intenzione di dedicarsi completamente alla letteratura. Ammesso alla corte angioina, ha la possibilità di approfondire la sua esperienza intellettuale e scrive le prime opere in versi e in prosa. S’innamora, intanto, di una gentildonna napoletana, che celebra sotto il nome di Fiammetta. La relazione inizialmente è corrisposta, ma ha presto fine per volontà di lei.
Nel 1340, fallita la compagnia dei Bardi, Boccaccio è costretto a tornare a Firenze. Nei quindici anni successivi scrive molte opere, tra cui la principale: il Decameron. Dapprima in ristrettezze economiche, Boccaccio acquista fama e ottiene vari incarichi dal Comune, soprattutto come ambasciatore. Conosce Petrarca, dal quale è invitato allo studio dei testi classici e del latino. Nel 1362 ha una forte crisi religiosa: un monaco certosino lo esorta a ripudiare le sue opere profane, al fine di salvarsi l'anima nell'aldilà. Boccaccio, stanco e ritirato da qualche anno, ne è così impressionato che pensa addirittura di bruciare tutte le sue opere.
Vive gli ultimi anni a Firenze, tra una missione diplomatica e l'altra. Nel 1373 il Comune della città gli offre l'incarico di commentare pubblicamente la Divina Commedia, ma egli si ritira a Certaldo, dove muore nel 1375.

OPERE E POETICA La formazione letteraria di Boccaccio avviene da autodidatta, entro una società mondana aristocratico-borghese, e non nel severo ambiente delle università e delle biblioteche. Egli si rivolge alla rappresentazione psicologica e realistica delle concretezze della vita quotidiana borghese, con i suoi vizi e le sue virtù. Boccaccio rimane per lo più estraneo ai temi etico-religiosi, cari, invece, a Dante e a Petrarca. Ne sono un esempio i versi che egli dedica all’amata Fiammetta: questa non è la donna angelicata degli stilnovisti, né una creatura superiore come Laura per Petrarca, ma una donna completamente terrena e sensuale, che si lascia corteggiare e sedurre, che tradisce con relativa disinvoltura. L’elemento passionale e romanzesco è accentuato nelle opere di Boccaccio. Inizialmente egli scrive testi marcatamente autobiografici, intessuti non tanto di fatti quanto di stati d'animo. Boccaccio esalta l'intelligenza che aiuta a superare tutte le difficoltà, ammira gli atteggiamenti magnanimi, generosi. La società borghese ch'egli descrive è amante della galanteria, dell’eleganza, della cortesia, delle compagnie piacevoli e intelligenti; riflette la transizione dalla società feudale alla società borghese.

Proemio (dal Decameron di Giovanni Boccaccio)

Nel Proemio del Decameron Boccaccio espone in prima persona gli intenti che lo muovono a scrivere ed indica nelle donne il pubblico a cui vuole rivolgersi. Ciò vale ad indicare un pubblico popolare, incolto, che legge per diletto e non per erudizione: nella società medievale, infatti, le donne sono costrette in casa dalle mansioni domestiche, sono prive di distrazioni e, perciò, possono alleviare la loro noia con la lettura di novelle piacevoli. Ma Boccaccio si rivolge precisamente alle donne “che amano”: il Decameron, insomma, ha alte ambizioni letterarie e, pur rivolgendosi ad un pubblico non necessariamente colto, vuole collocarsi sulla scia delle opere tradizionali più raffinate.
Un altro spunto significativo del Proemio è il proposito di “fare ammenda”, con le novelle, al “peccato di Fortuna” di cui sono vittime le donne segregate in casa, condannate all’ozio e ai pensieri tetri. Nelle novelle del Decameron si trova una costante attenzione alla condizione della donna e al costume patriarcale che la costringe e che assicura, invece, a padri e mariti un potere tirannico. Si vede chiaramente come Boccaccio sia fautore di un costume più libero e aperto, che consenta alla donna di soddisfare le sue esigenze sentimentali. Nella visione naturalistica della vita, Boccaccio introduce anche il motivo di un riparo da opporre ai colpi inferti dalla Fortuna: spesso gli eroi delle novelle misurano la propria “virtù” con il destino capriccioso, a cominciare dagli stessi dieci giovani che, nell’Introduzione alla I giornata, cercano un rifugio all’imperversare della peste.
Un’ultima indicazione interessante del Proemio emerge anche dalle molte formule in cui l’autore definisce il suo genere narrativo: “novelle o favole o parabole o istorie”. Boccaccio vuole misurarsi nelle più diverse forme narrative che concernono al modello della novella. “Novella” è infatti il termine generico che corrisponde ad un racconto breve in prosa; “favola” sta ad indicare i francesi fabliaux, “parabola” allude alla presenza di indicazioni esemplari ed educative, “istoria” indica i contenuti storici e il rimando a personaggi realmente esistiti. L’autore afferma, infine, di voler spaziare “ne’ moderni tempi” come “negli antichi”, rappresentando un vasto mondo nel libro, brulicante delle più varie forme di vita.

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