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Per “umanesimo” (deriva da umanista, un neologismo che indica il cultore delle humanae litterae, cioè lingue e letterature classiche) si intende quel vasto processo di rinnovamento culturale che cominciò a manifestarsi in Italia alla fine del ‘300 e agli inizi del ‘400.
L’iniziatore dell’umanesimo è considerato Petrarca. Lui è il primo proporre con forza la necessità di un ritorno allo studio degli autori classici, non solo per averli come modelli preziosi di stile e eleganza, ma anche esempi di virtù morale.
Gli umanisti lessero e rilessero con avidità i classici che circondavano in rare copie manoscritte, ma si andò anche a frugare nei monasteri dove centinaia di opere giacevano a marcire nella polvere. Il risultato fu che nel ‘300 quasi tutti gli uomini di cultura sapevano il latino, ma quasi nessuno il greco.
Nel ‘400 la situazione mutò perché arrivarono eruditi greci, vennero in Italia spinti dalla minaccia turca, e insegnarono il greco. Con la riscoperta dei classici sia greci che latini, rinacque la filologia per opera di Lorenzo Valla (scienza che consente di restituire i testi il più possibile vicini agli originali, sanando errori, aggiunte e modifiche).

La dignità dell’uomo, secondo gli umanisti, si esprimeva attraverso il valore attribuito alle arti, tecniche e dottrine che l’uomo usa per vincere la natura, dare ordine alla società, accrescere la propria conoscenza del mondo, apprezzare le bellezze della vita. Leon Battista Alberti esalta l’uomo che conosce la buona e santa disciplina del vivere e che la mette in pratica sia negli affari pubblici che nella famiglia. A Marsilio Ficino l’uomo appare un microcosmo nel quale si fonda uomo e natura.
L’umanista fu legato alla borghesia cittadina, I valori umanisti ebbero un carattere universale perché l’affermazione della dignità dell’uomo era l’affermazione del valore universale di umanità.
La vecchia concezione tripartita entrò in crisi quando agli oratores si affiancarono i litterati o philosophi che avevano il compito di istruire. Questa modifica rileva l’ascesa dell’uomo di lettere sempre più coinvolto nella vita pubblica.
Con l’umanesimo emerse la laicizzazione che non vuol dire ripudio di religiosità, ma autosufficienza dell’autonomia delle attività umane. La politica, la scienza e la storia erano valutate per se stesse indipendentemente da qualsiasi concezione metafisica. Si frantuma così la concezione totalizzante.

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