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Il poema cavalleresco

Accanto alle forme tradizionali della poesia lirica d’amore, popolare o burlesca si colloca, tra Trecento e Quattrocento, la poesia a carattere narrativo, che comprende il particolare genere del poema cavalleresco. Questo non è espressione della soggettività del poeta, bensì riguarda la materia cavalleresca carolingia o bretone, e si diffonde soprattutto in ambito popolare.
In realtà, il poema cavalleresco è la forma più elevata del genere, si rivolge alle corti o ai cittadini altolocati ed è composta in una veste letteraria compiuta. Lo spunto vero e proprio per la sua diffusione ha, però, origine dai cosiddetti cantari, componimenti in versi recitati nelle piazze da cantastorie girovaghi, per soddisfare un pubblico incolto e avido di divertimento. Il metro prediletto è l’ottava, cioè la strofa di otto versi endecasillabi con rime ABABABCC. I motivi ricorrenti sono l’amore e la comicità, che aderiscono alla tipica atmosfera bretone e alle gesta eroiche dei personaggi del ciclo carolingio (Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, etc.). I cantari fanno uso di meccanismi narrativi elementari e ricorrono continuamente alle vicende che più soddisfano gli ascoltatori. Lo stesso gusto è ripreso da autori come Ariosto, Boiardo e Luigi Pulci, i quali ne riportano i caratteri fondamentali nella veste perfezionata del poema. Le opere di Pulci (il Morgante) si avvicinano più delle altre alla formula dei cantari; gli scritti di Boiardo e Ariosto (L’Orlando innamorato e L’Orlando furioso) mostrano invece una qualità letteraria maggiore.

Proemio (Matteo Maria Boiardo)
dall’Orlando innamorato

Signori e cavallier che ve adunati
per odir cose dilettose e nove,
stati attenti e quïeti, ed ascoltati
la bella istoria che ‘l mio canto muove;
e vedereti i gesti smisurati,
l’alta fatica e le mirabil prove
che fece il franco Orlando per amore
nel tempo del re Carlo imperatore.

Non vi par già, signor, meraviglioso
odir cantar de Orlando innamorato.
Ché qualunque nel mondo è più orgoglioso,
è da Amor vinto, al tutto subiugato;
né forte braccio, né ardire animoso,
né scudo o maglia, né brando affilato,
né altra possanza può mai far diffesa,
che al fin non sia da Amor battuta e presa.

Questa novella è nota a poca gente,

perche Turpino istesso la nascose,
credendo forse a quel conte valente
esser le sue scritture dispettose,
poi che contra ad Amor pur fu perdente
colui che vinse tutte l’altre cose:
dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.

L’Orlando innamorato di Boiardo nasce nel particolare contesto della corte estense e, ponendosi sulla scia dei cantari popolari, è il primo esemplare realmente significativo di poema cavalleresco. L’origine dell’opera traspare nello stile, differente dalla forma tipica degli autori toscani (Pulci, de’ Medici, …): il testo mostra connotazioni linguistiche padane e quindi, in parte, non toscanizzate.
Sul piano tematico l’Orlando innamorato realizza la fusione dei cicli cavallereschi bretone e carolingio, i quali sono il fondamento del poema cavalleresco fin dalla sua genesi popolare. Precisamente, il motivo dell’amore, tipico del ciclo bretone/arturiano, si fonde, nel poema di Boiardo, con i personaggi del ciclo carolingio e con il loro ideale di combattimento a salvaguardia della fede cristiana. Orlando è al centro della vicenda ed incarna il modello del paladino impavido e integerrimo in cui il cortigiano moderno desidera identificarsi. Ma Orlando, qui, cede all’innamoramento, dimostrando che anche il paladino più “meraviglioso” può essere vinto dal sentimento. Nella finzione di Boiardo l’episodio è stato nascosto dai cantori delle avventure carolingie, per non deteriorare la figura eroica di Orlando. Ma ora egli lo narra e nel Proemio dell’opera (le prime tre ottave) ne presente i tratti distintivi e i principali intenti.

Ludovico Ariosto (1474-1533)

Per secoli la critica letteraria ha identificato Ariosto con il carattere disteso e fantasioso delle sue opere, ritenendo anche la sua vita un modello esemplare di serenità. In realtà l’esistenza dell’autore emiliano non è stata priva di contraddizioni, né di episodi, comunque tipici, che l’hanno determinata.
Nato nel 1474 a Reggio Emilia, Ludovico Ariosto è avviato dal padre agli studi di diritto e giurisprudenza, sebbene si interessi fin da giovanissimo alla letteratura. Giunto a Ferrara per ragioni di studio, Ariosto prosegue la sua formazione, mentre ha modo di partecipare alle attività sociali e culturali della corte estense. Scrive le prime opere principalmente per diletto, ma in seguito alla morte del padre le difficoltà economiche lo investono di responsabilità, verso sé stesso e verso i suoi otto fratelli. L’attività letteraria diventa un impiego a tempo pieno: stipendiato dagli Estensi Ariosto compone liriche in latino e in volgare, ma ciò non basta a sostenere le sue spese. Ariosto è costretto ad assumere gli ordini religiosi e perciò non può sposarsi con la donna che ama. Entra a servizio del cardinale Ippolito d’Este, per il quale svolge numerosi incarichi amministrativi e diplomatici. A tempo perso studia e scrive commedie, mentre elabora l’idea di un poema cavalleresco. Nel 1516 Ariosto pubblica la prima edizione dell’Orlando furioso (seguito ideale dell’Orlando innamorato di Boiardo, interrotto al terzo canto) e la dedica al cardinale, suo protettore. Una seconda edizione è pubblicata nel 1521, e una terza nel 1532, con accorgimenti, tagli, e nuove impostazioni linguistiche sul modello del fiorentino tradizionale.

Quando Ippolito d’Este lascia la corte emiliana per l’Ungheria, Ariosto si rifiuta di seguirlo ed entra a servizio del fratello Alfonso d’Este. Ancora, svolge incarichi amministrativi e viaggia per l’Italia. Negli ultimi anni di vita Ariosto risente del decadimento dell’ambiente cortigiano e dell’instabilità economica dovuta al conflitto tra Ferrara e lo Stato pontificio. Nasce, così, il suo spirito polemico e sottilmente ironico verso le corti ed i modelli tradizionali dell’ambiente signorile. Ariosto si dedica alla traduzione dei classici latini e compone le Satire, dei testi autobiografici a tema sociale, politico, culturale e morale. Muore nel 1533.

Proemio (Ludovico Ariosto)
dall’Orlando furioso (Canto I, ottave 1-4)

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d'Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d'uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m'ha fatto,
che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l'umil servo vostro.
Quel ch'io vi debbo, posso di parole

pagare in parte e d'opera d'inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m'apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L'alto valore e' chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Il proemio dell’Orlando furioso sintetizza perfettamente le caratteristiche dell’opera, il suo fine encomiastico e lo stile estremamente vario.
I versi d’apertura, “Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori” e “le cortesie, l'audaci imprese io canto”, introducono il tema dell’opera (la vicenda di Orlando, impazzito per amore) e, secondariamente, replicano la fusione dei cicli cavallereschi carolingio e bretone già operata da Boiardo nell’Orlando innamorato: l’amore, elemento distintivo delle vicende arturiane, si integra con personaggi ed episodi tipici del ciclo carolingio (Carlo Magno, lo stesso Orlando e la lotta contro i Mori). Attraverso una serie fittissima di enjambement, la prima ottava mette in luce lo stile incalzante e ricco di suspense dell’Orlando furioso: i versi sono interconnessi logicamente l’uno al successivo, così da rendere il discorso fluido e quasi pressante. Questo aspetto preannuncia il carattere intrecciato del poema, che ricorre spesso al meccanismo dell’entrelacement (intreccio, appunto) per mantenere la tensione e l’interesse del lettore. In pratica, il testo alterna continuamente filoni narrativi diversi (la vicenda di uno o dell’altro personaggio) senza pervenire prematuramente al loro completamento.
Il proemio prosegue con l’identificazione tra Ariosto e la vicenda di Orlando, impazzito per amore. Nella seconda ottava Ariosto ricorda, infatti, la sua tormentata relazione con una donna ferrarese (tale Alessandra Benucci) che era impossibilitato a sposare per via dei suoi voti religiosi. La terza ottava presenta, invece, la dedica dell’opera alla famiglia estense, ed in particolare al cardinale Ippolito d’Este cui Ariosto era estremamente devoto. È il fine encomiastico, che tuttavia viene meno nelle ultime edizioni dell’Orlando furioso per il raffreddamento dei rapporti tra l’autore e la signoria ferrarese.

Cloridano e Medoro (Ludovico Ariosto)
dall’Orlando furioso (Canto XVIII, ottave 164-173, 183-192 e inizio del Canto XIX)

Tra il diciottesimo e il diciannovesimo canto dell’Orlando furioso si narra della vicenda di Cloridano e Medoro. I due soldati saraceni si recano di notte al campo dei nemici cristiani per recuperare il corpo dell’amato re Dardinello d’Almonte, caduto in battaglia. Al sorgere del sole, Cloridano e Medoro sono però scoperti; Medoro non vuole rinunciare all’impresa ma il corpo del sovrano gli ostacola la fuga e viene gravemente colpito. Cloridano lo crede morto e, accecato dalla furia, si scaglia contro gli avversari. Solo, viene ucciso, mentre Medoro, in realtà, si riprenderà, e avrà un ruolo fondamentale nella vicenda amorosa di Orlando.
L’episodio ha un riferimento illustre nell’Eneide di Virgilio (Euriolo e Niso) e perciò testimonia l’interesse tipico dei letterati umanisti e dello stesso Ariosto per i classici dell’antichità. Si notano gli strumenti letterari usati dall’autore per modellare il suo poema. Nell’ottava 171 del canto XVIII ricorre un’anafora (una ripetizione) sull’espressione “anch’io” (“E verrò anch'io, / anch'io vuo' pormi a sì lodevol pruove, / anch'io famosa morte amo e disio”) il cui scopo è di indicare l’estrema partecipazione emotiva di Cloridano alla proposta dell’amico Medoro. Nell’ottava 186 dello stesso canto si nota, invece, l’enjambementd'amaro / pianto”, usato da Ariosto per enfatizzare la concitazione del testo. Infine, al termine del canto, si ha un esempio perfetto delle interruzioni cui l’autore ricorre per mantenere la suspense e l’attenzione del lettore: la vicenda viene lasciata in sospeso, quasi sul più bello, ed è ripresa nel canto successivo.
Il brano di Cloridano e Medoro evidenzia due particolari visioni di Ariosto, che hanno fondamento l’una nel contesto culturale del tempo e l’altra nell’esperienza personale dell’autore. In primo luogo si nota l’opinione distorta dei cristiani del Rinascimento rispetto ai musulmani, che sembrano politeisti e pagani, benché credano, come i cattolici, in un unico dio. In secondo luogo, all’inizio del canto XIX, l’autore ha modo di esprimere il suo giudizio critico sull’ambiente cortigiano, che ritiene corrotto e decadente.

La follia di Orlando (Ludovico Ariosto)


dall’Orlando furioso (Canto XXIII, ottava 100 - Canto XXIV, ottava 14)

L’episodio ha un ruolo centrale nel poema di Ariosto e non a caso è posto esattamente a metà dell’opera (canto ventitre su quarantasei). Si narra di Orlando, che lentamente ma inesorabilmente viene a conoscenza dell’amore tra Angelica e Medoro. Egli vuole rifiutarlo, vuole convincersi che gli indizi ritrovati sono falsi, ma non può ignorare la realtà. In lui si genere il meccanismo complicato della follia, che lo distinguerà nel seguito dell’opera. Ma la pazzia di Orlando non è frutto dell’irrazionalità, bensì nasce dall’esasperazione della ragione e dalla ricerca, ostinata e vana, di una giustificazione accettabile. Questo processo dà adito alla realtà distorta che in primo luogo appare a Orlando: egli sospetta un inganno o un equivoco, arriva a credere di essere il Medoro di cui legge, come se Angelica l’avesse definito con tal nome. Impietosamente i fatti lo smentiscono, in una sequenza tragicomica di avvenimenti. Si mette in luce, così, l’ironia sottile con cui Ariosto narra l’episodio. L’autore si avvale più volte dell’iperbole per rimarcare la vanità, l’ingenuità e l’ostinazione dei meccanismi psicologici di Orlando, che persistono anche quando i fatti sono ormai inequivocabili. È una critica pungente a ciò che Orlando rappresenta, a quell’ambiente cortigiano che lo stesso Ariosto ritiene corrotto e decadente. La figura del cavaliere nobile e impavido viene rivestita di ironia e si trasforma nell’esatta antitesi dell’amore cortese, platonico e idealizzato: l’amore, infatti, non porta Orlando all’esaltazione spirituale, alla scoperta del bello e del divino, bensì lo degrada ad una condizione bestiale.
Il tutto è narrato secondo lo schema a intrecci tipico di Ariosto e con gli strumenti letterari già intravisti nel proemio dell’opera: la realtà proposta dall’autore non ha una sola chiave di lettura e non conduce ad una meta precisa; è un intreccio, un continuo intercalare di situazioni e personaggi. Questo è ben evidenziato anche dal ricorrere del chiasmo, il procedimento retorico per cui si invertono le posizioni di elementi omologhi in due frasi parallele.

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