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Il classicismo rinascimentale


Le corti italiane del primo Cinquecento continuano a promuovere politiche culturali finalizzate a consolidare il prestigio di un signore o di una città, attraverso fenomeni di mecenatismo e di collaborazione tra intellettuali e istituzioni. La consapevolezza di poter interagire con i protagonisti della politica e dell’economia, tuttavia, non esclude, da parte dei letterati, la percezione dell’incertezza e delle difficoltà connesse al proprio ruolo.
Di conseguenza, mentre si affina la riflessione intorno al rapporto tra intellettuale e potere, molti, per garantirsi una stabilità finanziaria e quindi una relativa autonomia di studio, scelgono di passare dallo stato laicale alla condizione di chierico, godendo così di benefici e rendite ecclesiastiche. Questa “clericalizzazione” degli intellettuali, già avviata nel Quattrocento, si diffonde sempre di più con il crescere dell’instabilità politica della Penisola nel Cinquecento. Ampi rimangono comunque gli ambiti di attività per gli intellettuali: dall’impegno civile negli organi delle repubbliche, all’impiego come precettori o come consiglieri nelle corti dei principi. Per questo molti pensatori – come Giovanni Pontano, Baldassarre Castiglione, Niccolò Machiavelli o Giovanni Della Casa – si interrogano sulle modalità e la natura del rapporto tra intellettuale e potere.
Sul piano delle poetiche, in continuità con la stagione umanistica, nei primi decenni del Cinquecento la produzione artistico-letteraria resta fedele al principio del classicismo e dell’imitazione, anche se artisti e letterati si interrogano sulla possibilità di riprodurre nella sua totalità la perfezione dell’arte classica: lo sguardo verso il mondo antico si fa meno fiducioso e limpido e più complessa l’individuazione dei criteri che regolano il conseguimento di un ideale superiore di bellezza. Nel corso del Quattrocento il dibattito sul principio di imitazione aveva dato vita a esiti e posizioni difformi e autorizzato atteggiamenti “sperimentali”, anche piuttosto liberi, nell’approccio ai modelli greci e latini. Nel passaggio cinquecentesco si cercano norme e criteri uniformi, sempre più stabili, per tentare di determinare che cosa sia il bello e come raggiungerlo; si definiscono i concetti di equilibrio, di proporzione, di armonia e si procede a fissarli in forme codificate e precettistiche come testimoniano i molti trattati che fioriscono sull’argomento. Non a caso proprio nella prima metà del secolo la Poetica di Aristotele, la cui versione latina compare nel 1536, diventa il punto di riferimento principale, insieme all’Ars poetica del poeta latino Orazio, del classicismo. Proprio nel momento in cui comincia a incrinarsi l’ottimismo nella riproducibilità dell’armonia antica, si fissano dunque le regole a cui affidarsi per sopperire a tale incertezza. Questa tendenza coinvolge non solo l’imitazione dei testi in latino, ma anche quella delle opere in volgare, come dimostrano fenomeni quali il petrarchismo e gli esiti della questione della lingua, e si estende anche agli ambiti del comportamento del perfetto cortigiano.
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