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Il classicismo e i “generi”


Dante nel De vulgari eloquentia (II, IV, 10) aveva polemizzato contro chi poetasse fidando soltanto nell’ingegno, e aveva detto necessario, per la conquista di una poesia “tragica”, lo studio assiduo dei poeti ‘regolari’, (II, vi, 7). Petrarca e l’umanesimo avevano modificato in senso classico il canone degli scrittori esemplari; l’umanesimo volgare quattrocentesco, pur fondando la letteratura volgare su quella latina, aveva tentato anche altre vie, cercando di fondere, in sintesi diverse da scrittore a scrittore, la lezione dei classici con l’attenzione alla poesia popolare, la lingua letteraria calcata sul latino con quella parlata.
Il classicismo cinquecentesco, in armonia con le spinte e i caratteri della società di cui era espressione, si sforzò di costruire “generi definiti e delimitati con precisione, ognuno dei quali avesse i suoi modelli, le sue ‘regole’, il suo stile, la sua lingua, sottraendo la letteratura d’arte all’arbitrio dei tentativi individuali e alla tentazione di ricalchi plebei. Questa tendenza a precisare, fissare, dare norme, si irrigidì nella seconda metà del secolo in un freddo accademismo; ma ora, in pieno rinascimento, espressione di una società viva ed operante, ebbe una sua vitalità e generò una letteratura “regolare”, classicheggiante, fondata sull’imitazione, consona al gusto delle corti, intesa a rifare in volgare tutti i generi che erano stati già dei latini.
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