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Il Cinquecento e l'età della Controriforma


La questione della lingua


Già nel Duecento, Dante si pose il problema di selezionare una lingua letteraria tra i tanti dialetti parlati a quel tempo in Italia. La questione perdurò nei secoli fino al primo Cinquecento, quando tra i letterati si accesero dibattiti in proposito, e sorsero diversità d’intenti. Alcuni - come già Dante - sostenevano la necessità di costruire il nuovo italiano su tutti i dialetti in uso nella Penisola; altri (ad esempio Niccolò Machiavelli) ritenevano che il volgare fiorentino fosse l’unico idioma degno di essere tradotto in arte, e insistevano perché fosse assunto così com’era nell’uso vivo delle persone colte.
Tuttavia, tra le diverse soluzioni proposte, ebbe maggior successo nella considerazione degli autori successivi la “candidatura” a modelli di linguaggio dei grandi poeti trecenteschi (su tutti Petrarca e Boccaccio). La scelta fu altresì esasperata dall’Accademia della Crusca, un’istituzione fondata in quegli anni per salvaguardare e regolamentare l’uso letterario della lingua italiana. L’Accademia raccolse nel suo Vocabolario della Crusca i vocaboli ritenuti “di uso lecito”, e li attinse - ovviamente - dalle opere degli autori che sosteneva come modelli. Nel Cinquecento, perciò, Petrarca e Boccaccio divennero i principali esempi per la nuova arte letteraria, l’uno per la poesia, l’altro per la prosa.
Iniziava il periodo culminante della cultura umanistica, esaltato, nella sua fiducia per le capacità umane, dalle grandi scoperte geografiche. Nuovi autori si affermarono nel panorama letterario, e fra questi senza dubbio notevole fu Ludovico Ariosto, che compose, nel primo Cinquecento, il poema cavalleresco L’Orlando furioso. L’opera rappresenta mirabilmente tutto un mondo meraviglioso ed affascinante nel quale trovano collocazione i più diversi sentimenti umani.

L'età della Controriforma


La cultura umanistica, giunta al vertice della sua esaltazione, entrò in crisi nella seconda metà del XVI secolo, quando la Chiesa cattolica reagì al diffondersi della dottrina protestante di Martin Lutero. Con il Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa diede inizio al periodo detto della Controriforma, nel quale cercò di porre sotto controllo il libero pensiero dell’uomo. L’intero mondo culturale risentì di tale provvedimento e, mortificato dalle limitazioni impostegli, smarrì il suo spirito d’innovazione. La fiducia nelle qualità umane venne meno e si diffuse, invece, l’idea che le risorse dell’uomo fossero limitate, impotenti di fronte al destino e al peccato.
La letteratura del tardo Cinquecento assunse, dunque, un carattere cauto e timoroso. Permase la tendenza ad imitare i classici, ma i maggiori sforzi degli autori volsero a rispettare la forma e le regole indicate dalla Chiesa. D’altra parte questo impegno stilistico diede vita ad opere estremamente eleganti e armoniose, cui talvolta mancavano soltanto idee o slancio espressivo. L’autore di maggior rilievo ai tempi della Controriforma fu Torquato Tasso, la cui principale opera, La Gerusalemme liberata, offre un quadro nitido di tutti i dubbi religiosi dell’epoca.

Il principe e il cortigiano (Baldesar Castiglione)


dal Cortigiano (libro IV, capitoli V-VII, in parte, e IX-X)
Castiglione si propone di delineare la figura del “perfetto cortigiano” e all’inizio dell’opera ne concepisce l’educazione in funzione del servizio che egli dovrà offrire al suo principe. Tuttavia, quasi subito Castiglione rovescia la situazione, formulando un concetto di reciprocità e l’idea di ruolo paritario: “se possibil è, formiamo un cortegian tale, che quel principe che sarà degno d’esser da lui servito, ancor che poco stato avesse [sebbene signore di un piccolo stato, come il duca di Urbino], si possa però chiamar grandissimo signore”. Lo spunto è ripreso da Castiglione nella successiva analisi formale del problema politico: il cortigiano ha il dovere preciso di consigliare il principe e non deve temere la verità, anche quando è sgradita al suo signore. L’alta dignità, l’autonomia e l’indipendenza di giudizio devono porre il cortigiane al livello del principe e fare di lui un amico e non un volgare adulatore. Secondo Castiglione è dunque opportuno un rapporto fattivo tra potere e cultura, poiché nel suo discorso la figura del consigliere si identifica con quella dell’intellettuale, mentre il principe rappresenta l’autorità politica. Tutto rientra, però, nella visione utopica che contraddistingue l’intero Cortigiano di Castiglione: l’autore ammette che in realtà i principi sono spesso corrotti dalle “male consuetudini e dalla ignoranzia” per cui il rapporto ideale tra cultura e politica, tra cortigiano e signore, risulta impraticabile.

Vita e opere: Niccolò Machiavelli (1469-1527)


Niccolò Machiavelli nasce a Firenze da una famiglia nobile ma decaduta. Si avvia ad una formazione di stampo umanistico e si appassiona alla lettura dei classici latini. Intraprende la carriera politica e alle soglie del Cinquecento, complici la morte di Lorenzo de’ Medici e la discesa di Carlo VIII in Italia, lega la sua attività agli affari della neonata Repubblica fiorentina. Segretario della cancelleria repubblicana, partecipa a diverse ambascerie di cui realizza acute relazioni (Ritratto delle cose di Francia e Ritratto delle cose della Magna). Nel corso dei suoi viaggi Machiavelli conosce numerosi principi e capi di stato, tra cui Cesare Borgia, detto il Valentino, che lo ispirerà nella composizione delle sue opere successive.
Nel 1512 i Medici restaurano la signoria a Firenze, Machiavelli è incarcerato e sottoposto a tortura per il suo ruolo a favore della Repubblica. Costretto in esilio, compone le sue opere maggiori: i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (ispirati al testo liviano) sono un’analisi dello stato repubblicano nella sua genesi, trasformazione e decadenza; il celebre trattato Il principe tratteggia con realismo la figura dell’uomo di stato, rispettoso della “verità effettuale”; i dialoghi Dell’arte della guerra biasimano la milizia mercenaria; la commedia Mandragola è tra le maggiori del Cinquecento.
Negli ultimi anni di vita Machiavelli si riavvicina ai Medici, per conto dei quali realizza le Istorie fiorentine e svolge alcuni incarichi politici minori. Muore nel 1527, quando i Medici sono nuovamente cacciati dal capoluogo toscano.

In che modo i principi debbono mantenere la parola data (Niccolò Machiavelli)


da Il principe (Capitolo XVIII)
Nel capitolo XVIII del Principe, una volta trattato il ruolo degli eserciti e le diverse forme di principato esistenti, Machiavelli giunge ad analizzare le qualità di cui un sovrano deve disporre per essere la guida ideale del suo popolo. Machiavelli ritiene che il principe debba sempre mostrarsi pietoso, fedele, umano, coerente e religioso, perché i sudditi abbiano una buona considerazione di lui. Ma al di là di questa facciata il principe deve essere astuto e deve usare con sapienza gli strumenti della legge e delle armi per raggiungere lo scopo della sua nazione. Il fine è dunque l’obiettivo che giustifica i mezzi anche violenti, se questi ultimi comportano un vantaggio, in termini di costo, per l’intero stato. Incarnando comunque le cinque qualità di pietà, fedeltà, umanità, coerenza e religiosità, il principe deve conoscere i mezzi a sua disposizione, la legge e le armi, benché il primo sia proprio dell’uomo e il secondo delle bestie. Entrambi gli strumenti sono necessari al fine del principe, perciò egli deve conoscere tanto l’uomo quanto la bestia e dalla bestia deve saper trarre i suoi aspetti di “lione” (leone) e di “golpe” (volpe). La metafora animale rappresenta ancora i due atteggiamenti di cui il principe deve essere capace: l’impetuosità e la cautela, la furia e l’astuzia; come il leone non sa sciogliersi dai lacci ma è forte e vigoroso, la volpe non sa fronteggiare i lupi ma può vincere gli inganni.
Si nota quanto Machiavelli sia influenzato dalle letture classiche e dalla lezione degli antichi, attraverso le immagini e gli esempi con cui argomenta il suo discorso. Ma molto egli trae dalla sua esperienza e dalla visione, laica ma di derivazione cristiana (il peccato originale), secondo cui l’uomo è nato nel male e col male deve fare i conti. Per questo la vita di molti uomini è determinata dall’interesse personale, e per questo la politica non può e non deve essere influenzata da un problema morale, ma deve perseguire l’utilità in modo realista, osservando la “realtà effettuale” e cioè la realtà dei fatti.
Tuttavia il male, nelle forme legittimate da Machiavelli, non si giustifica nel fine, ma è semplicemente accettato, perché la violenza può talvolta vincere le situazioni avverse e determinare un futuro che ne sia il più possibile privo.

Quanto possa la fortuna nelle cose umane e quanto occorra resisterle (Niccolò Machiavelli)


da Il principe (Capitolo XXV)
Nel capitolo XXV del Principe, Machiavelli riprende il concetto di Fortuna, ossia il caso, la sorte: è il fiume in piena che devasta i progetti umani e che travolge nel suo incedere impetuoso anche i prìncipi più valorosi. Ma la Fortuna è solo la metà di ciò che determina il destino degli uomini, ed è ambigua e indecifrabile. Gli uomini non devono affidarsi alla buona sorte, ma devono poggiarsi sulla virtù per influenzarla a proprio favore. Virtù significa duttilità e libero arbitrio; è la capacità di scegliere, di sfruttare le circostanze avverse e di intervenire conseguentemente ad esse. È un valore, più che una dote, e va dimostrata sul campo di battaglia o nella politica.
Per questo gli uomini conducono una lotta “drammatica” con la Fortuna e sono alla ricerca del modo migliore per contrastarla. Talvolta, secondo Machiavelli, serve essere impetuosi ed affrontare le situazioni con animosità e determinazione. Altre volte, invece, è meglio essere rispettivi, cioè cauti, e ponderare ogni singola scelta. Il prìncipe, specialmente, deve sapersi comportare in entrambi i modi e a seconda delle circostanze, per quanto i due atteggiamenti siano l’uno l’opposto dell’altro.
La contrapposizione tra impetuosità e cautela è un perfetto esempio del ragionamento binario che determina la struttura dilemmatica dell’opera di Machiavelli: non esistono sfumature ed ogni argomento è analizzato nei suoi estremi contrapposti, perciò si pongono continuamente coppie di opzioni dalle quali ne derivano altre.
Machiavelli usa uno stile estremamente efficace e stringato, trae spunto soprattutto dalla propria esperienza ma ricorre anche a immagini e metafore di chiara ispirazione umanistica. Sul piano strutturale Machiavelli predilige la paratassi all’ipotassi, cioè adotta una prosa diretta e povera di subordinate. Sul piano linguistico l’autore si dissocia dal fiorentino illustre di Petrarca e Boccaccio e fa uso del toscano parlato per esprimere i concetti nella massima chiarezza. Il Principe, come le altre opere minori di Machiavelli, aborrisce lo stile ampolloso ed elegante e predilige un linguaggio noto a pochi ma dotato delle proprietà espressive della lingua parlata.

Vita e opere: Torquato Tasso (1544-1595)


Nato a Sorrento nel 1544, Torquato Tasso ha un’infanzia difficile: trasferitosi a Napoli per studiare, patisce la costante assenza del padre scrittore e nel 1556 è colpito dalla morte prematura della madre. Questi eventi determinano nel giovane Tasso la mancanza di punti di riferimento che lo accompagnerà nell’arco della sua vita. Giunto a Ferrara, Tasso inizia a elaborare la sua opera maggiore, un poema più verosimile che fantasioso sulla prima crociata, inizialmente intitolato Gierusalemme. Sulle orme del padre arriva, poi, a Padova dove partecipa attivamente al dibattito culturale sulla Poetica di Aristotele e si rivela un acuto studioso. Dopo brevi soggiorni a Venezia e a Bologna, Tasso fa ritorno a Ferrara, dove riprende la stesura del suo poema. L’autore sottopone l’opera a studiosi autorevoli, che tuttavia ne sono mal impressionati. Questo spinge Tasso a sottoporre la sua opera all’Inquisizione, perché in essa non vi sia nulla di contrario ai dettami della Chiesa. Tasso, tuttavia, si lascia condizionare dalla critica ricevuta e non riconosce il valore del suo scritto. Così ha inizio una fase tormentata della vita dell’autore, che lo pone in crescente contrasto con la corte estense per cui collabora. Nel 1577 Tasso, convinto di essere spiato, attenta alla vita di un servo di corte, dapprima è costretto in convento, poi è segregato nell’ospedale di Sant’Anna a causa delle offese rivolte al duca Alfonso d’Este e alla sua corte. Tasso rimarrà a San’Anna per 7 anni, nei quali vivrà l’esperienza terribile della reclusione tra crisi di follia e allucinazioni. Solo negli ultimi anni della sua vita riprende l’attività di scrittore. Convinto dell’eterodossia del suo poema riscrive la Gerusalemme liberata con il titolo di Gerusalemme conquistata. I suoi rapporti col Papa migliorano, ma nel 1595 Tasso muore per una grave malattia.

Proemio (Torquato Tasso)


dalla Gerusalemme liberata (Canto I)
Canto l'arme pietose e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte
d'altri diletti, che de' tuoi, le carte.

Sai che là corre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che 'l vero, condito in molli versi,
i piú schivi allettando ha persuaso.
Cosí a l'egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l'inganno suo vita riceve.

Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l'onde agitato e quasi absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i' porto.
Forse un dí fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

È ben ragion, s'egli averrà ch'in pace
il buon popol di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritòr la grande ingiusta preda,
ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l'alto imperio de' mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.


Il verso iniziale della Gerusalemme liberata (“Canto l’arme pietose e ‘l capitano”) riprende fedelmente l’incipit dell’Eneide virgiliana (“Arma virumque cano” → “Canto le armi e l’eroe”) per dichiarare l’adeguamento dell’opera ai canoni del poema epico classico. Infatti, il componimento di Tasso si contrappone alla forma poemiale moderna di Ariosto e Boiardo, non nella struttura - assolutamente identica - ma nelle tematiche. L’espressione “arme pietose”, nel primo verso, spiega la distinzione: il poema moderno è legato alla tradizione cavalleresca nella fusione dei cicli carolingio e bretone, e cioè nell’adesione delle vicende amorose alle imprese dei paladini cristiani; l’opera di Tasso si concentra, invece, sull’aspetto più nobile della materia guerresca e declassa la componente sentimentale a mero ostacolo dei fatti. L’epiteto “pietose” è particolarmente significativo, poiché in esso si riassume la divergenza tra il fine individualistico e mondano del poema ariostesco (la conquista di una donna, di un’arma o della gloria personale) ed il fine collettivo e di alto valore religioso della Gerusalemme di Tasso (la liberazione del Santo Sepolcro).
Il Proemio è costituito da cinque ottave, che forniscono indicazioni fondamentali sull’intera opera.
La prima ottava introduce alla tematica e alla struttura ideologica portante della Gerusalemme liberata. L’argomento è il conflitto, articolato su tre livelli, tra le “arme pietose” dei crociati e il “popol misto” dei pagani, tra l’autorità di Dio e l’Inferno, tra il “capitano” (Goffredo), depositario dell’ideale cristiano, e i suoi “compagni erranti”, dispersi dall’amore, dall’onore e dalla gloria personale. Si delinea, così, la struttura spaiale dell’opera, che contrappone un asse orizzontale e terreno ad un asse verticale e soprannaturale, sotteso tra Cielo e Inferno.
La seconda e la terza ottava contengono l’invocazione alla Musa ispiratrice dell’autore, che non è la Musa dei pagani, ma l’allegoria dell’ascendenza celeste cui si riferisce il poeta cristiano. Le stesse ottave forniscono importanti indicazioni poetiche sull’opera di Tasso, ma soprattutto mostrano il suo intento di conciliare l’inclinazione classicista al clima austero della Controriforma. È un conflitto tra diletto e moralità, che l’autore risolve subordinando il gusto al vero, perseguendo gli aspetti edonistici della poesia, ossia l’identificazione del buono con il bello.
Infine, la quarta e la quinta ottava contengono la dedica di Tasso al suo signore e mecenate Alfonso d’Este. Anche qui emerge una contrapposizione, tra l’ambiente della corte e la condizione di “peregrino errante” dell’autore. Sono, questi, la rappresentazione dei due poli dell’esperienza tassiana, il conformismo e l’irregolarità. È l’idea in cui si riflettono l’animo dell’autore e il clima del suo tempo, un collegamento con l’attualità e, in particolare, con la speranza diffusa in una nuova crociata contro gli Infedeli.
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