Indice
Introduzione
Nel suo manuale, Libro del Cortigiano, al capitolo I, XXVI-XXVIII, il Castiglione sostiene che all’interno dei modi di comportamento consigliati al suo cortigiano perfetto, assume un ruolo assai importante la lingua da adoperarsi nella conversazione, ovviamente nella conversazione tenuta negli ambienti signorili. Lp scrittore parla della lingua dibattendo il problema costituito dai tre concetti “grazia”, “affettazione”, “sprezzatura”, cioè delle regole molto generali del perfetto comportamento cortigiano. Lo scopo primario è soprattutto quello di evitare ogni forma di affettazioneRiassunto del passo
In passo può essere diviso in tre parti:1. Definizione di “grazia”. Si tratta della fuga dall’affettazione, cioè dall’ostentazione e dalla sprezzatura, un neologismo inventato dallo scrittore che indica una forma di disinvoltura e trascuratezza molto studiata. Lo scopo di tale “fuga” è di far apparire naturale il proprio comportamento. Invece, è disgrazia, l’atteggiamento di coloro che mostrano sforzo e fatica. Un altro termine-chiave del brano, usato non con significato di “sventura”, ma come contrario di “grazia”, cioè “goffaggine e bruttezza” è ”disgrazia” (“….. e per lo contrario il sforzare, e come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa….”)
2. Nella parte seguente, lo scrittore fornisce degli esempi di grazia e di disgrazia. Costituisce un esempio di “grazia” i cavaliere che cavalca con tutta scioltezza e che mantiene un atteggiamento di modestia, ossia che parla poco e che non si vanta delle proprie qualità. Invece è un esempio di “disgrazia” colui che si tiene in sella in modo rigido (a quel tempo si diceva “alla veneziana”, perché i veneziani erano abituati a spostarsi in barca per cui, non trovandosi a proprio agio a cavallo, in questo caso si mostravano molto impacciati). Costituisce un esempio di “disgrazia” anche colui si loda in continuazione, che è solito bestemmiare con atteggiamento da smargiasso, dando così l’impressione di minacciare tutti. Questa non è altro che un’ostentazione di voler sembrare valoroso.
3. La grazia nel parlare consiste nell’evitare affettazione e inutile esibizionismo, un difetto presente soprattutto in coloro che pretendono di parlare nel toscano del Trecento. Si tratta di un difetto in cui incorrono soprattutto coloro che sono originari dell’Italia settentrionale (definite dal Castiglione “Lombardi”). Questi se sono rimasti per un anno fuori casa, al rientro parlano francese, spagnolo o in dialetto romano, in modo abominevole e addirittura si mettono d’impegno ad acquisire questo vizio così odioso. “È come se, continua il Castiglione, se nella mia opera, adoperassi, con notevole sforzo, la lingua degli autori toscani del Trecento, ormai arcaica e percepita obsoleta dai Toscani stessi.” Questa lingua arcaica era stata riproposta da Pietro Bembo all’interno della tanto dibattuta questione della lingua, ma limitatamente all’uso scritto e non come lingua di conversazione.
Sintesi
Pertanto, secondo il Castiglione, la grazia è l’ingrediente indispensabile e sempre valido di tutto ciò che un perfetto cortigiano è chiamato a fare: cavalcare, utilizzare le armi, conversare. La “grazie” si oppone all’ “affettazione”. Basta quindi evitare ogni atteggiamento affettato per avere la garanzia di muoversi nell’ambito della grazia. D’altra parte anche evitare l’affettazione, può in certi casi, dar luogo ad atteggiamenti esagerati. Interviene poi il termine “sprezzatura”, intesa come una sorta di disinvoltura propria dei nobile che ha lo scopo di far sembrare naturale ogni gesto del cortigiano. A questo ideale, si deve conformare anche la lingua parlata a corte, che deve essere sempre lontana da ogni forma di mistificazione.Commento - La sprezzatura
Il termine indica un’elegante disinvoltura di comportamento e di linguaggio, necessaria per assicurare al cortigiano la grazia necessaria. Dietro questa sprezzatura c’è tuttavia tutta un’arte, cioè una competenza acquisita con molta fatica, con esercizio e allenamento. Da questo punto di vista, si potrebbe affermare che Castiglione definisce per la prima volta lo “stile italiano” famoso nel mondo per la sua apparente, ma studiata, semplicità. Il concetto di “sprezzatura”, che ha antecedenti nella massima latina “ars est celare artem” (= la vera arte consiste nel dissimulare l’arte), appare essere agli antipodi dell’attuale cultura di massa, che sembra prediligere l’esibizionismo, la forzatura, la provocazione e i contrasti stridenti. Trova invece una singolare corrispondenza nell’estetica giapponese, chiamata “shibui” in cui si ritrova il rifiuto dell’affettazione e la ricerca della semplicità e di una naturalezza molto studiata.La lingua che deve adoperare un cortigiano
Anche in questo caso la norma indicata dal Castiglione è più che mai attuale.Le antiche parole toscane sono un’affettazione linguistica e indice di cattivo gusto. Alcuni pensano di essere raffinati, infarcendo il proprio parlare con termini stranieri o presi da altri dialetti, credendo in questo modo di dar prova di cosmopolitismo e di apertura verso il mondo. Per il Castiglione si tratta di un semplice esibizionismo, oltre modo detestabile. Cercare di conversare con i vocaboli di Dante e di Petrarca o infarcire il proprio discorso con termini francesi o spagnoli, sono forme diverse di affettazione. Il perfetto cortigiano deve usare la lingua attuale, quella che si parla correntemente, evitando però termini volgari e troppo popolari.
Se ben si riflette, è quello che sta succedendo anche oggi. Per dare sfoggio della propria cultura, molti utilizzano termini inglesi nonostante in italiano esistano i termini corrispondenti, magari più adatti e precisi per i concetti che veicolano: è un indice di esibizionismo e di provincialismo che il Castiglione avrebbe sicuramente condannato in nome delle buone maniere.