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Il buon cortigiano: la grazia e la sprezzatura


Tutto il I libro del Cortegiano e buona parte del II mirano a individuare i valori e le strategie, i comportamenti e le regole ai quali il perfetto cortigiano deve conformarsi: la parola e lo scrivere, la musica e le arti, l’abbigliamento e gli esercizi cavallereschi, la conversazione e la scelta degli amici.
Nella molteplicità di queste circostanze c’è però una «regula universalissima », un ideale estetico ed etico: quello della grazia e della sprezzatura. I brani che riportiamo contengono la domanda di Cesare Gonzaga, uno dei partecipanti alla conversazione, su che cosa sia esattamente la grazia, e la risposta del conte Ludovico di Canossa, cui è affidato, nel dialogo, il compito di condurre la trattazione del «perfetto cortigiano» e di rispondere alle obiezioni degli interlocutori.


La sprezzatura

Questo brano ha un valore capitale nel mettere a fuoco, al di là della generale categoria classicistica della grazia, il presupposto determinante dell’agire estetico, descritto da «una nova parola»: sprezzatura. Questa parola nuova in realtà circoscrive un concetto già formulato nella retorica antica (qui richiamata con il riferimento agli «antichi oratori eccellentissimi», r. 18), quello appunto del celare artem, “nascondere l’arte” in una parvenza disinvolta ed elegante, che dissimuli la difficoltà dell’atto creativo (sia esso legato alla parola o al movimento, come negli esempi che chiudono il brano), in modo da farlo apparire naturale e non artificioso.

Affettazione e dissimulazione

Il concetto di sprezzatura (ripreso poi nell’argomentazione finale, relativa alla danza, in quello di «sprezzata desinvoltura», r. 29) si connette pertanto da un lato a un elemento negativo, quello dell’affettazione, dall’altro a una strategia contraria, la dissimulazione. In questa accezione esso identifica l’attitudine del cortigiano a conformare la propria vita, i propri atteggiamenti, gli stessi movimenti del corpo, a una regola generale (una «regula universalissima») di ordine estetico legata all’etica e al comportamento. Ne scaturiscono i due esempi finali: quello del goffo e “sgraziato” danzatore, esempio in negativo di una affettazione degenerata in disgrazia, e quello dell’evidenza positiva , capaci di ispirare a un principio di grazia il loro stesso modo di «parlar o ridere o adattarsi» (r. 30).
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