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Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura dalle rime di Pietro Bembo


L’intento del poeta è di fornire una definizione della bellezza muliebre basata su una serie di attributi femminili che vengono elencanti, seguendo il procedimento dell’enumerazione, verso dopo verso.
Nel componimento si evidenzia la volontà del Bembo d’imitare i moduli del petrarchismo: la scelta dei vocaboli e le forme stilistiche sono infatti desunte dal Canzoniere del Petrarca.
L’assimilazione del linguaggio del Petrarca non significa mancanza di originalità poetica o d’ispirazione personale da parte del Bembo, ma testimonia l’ammirazione, sua e degli altri poeti italiani del Rinascimento, verso la poesia del Petrarca, che permise loro di liberarsi dai modi espressivi della cultura medievale e d’adoperare un nuovo stile che poi diffusero nel resto dell’Europa. Tuttavia l’imitazione del Bembo non va oltre la lingua del Petrarca; diverso è infatti il sottofondo ideologico e psicologico. Prova ne è il fatto che la trasposizione dei motivi lirici petrarcheschi operata dal Bembo non sempre viene utilizzata da quest’ultimo per esprimere un analogo sentimento o stato d’animo.
Il Bembo ebbe dell’amore sia una concezione mistica, spirituale, basata su un ideale di bellezza divina in senso platonico (una bellezza armoniosa ed incorruttibile), sia una concezione terrena, sensuale, incentrata sul desiderio di una donna reale. Tale binomio, tra amore spirituale ed amore dei sensi, trova in questo sonetto la sua più alta realizzazione poetica.
Il poeta, mediante una serie di metafore, similitudini ed antitesi, evidenzia nell’ordine: i capelli, il volto, gli occhi, il sorriso, le labbra, i denti, le mani, la voce, la maturità del carattere, la grazia, la bellezza, l’onestà.
Per la metrica, il componimento è formato da due quartine ed altrettante terzine di versi sisposti in rima secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, DEC.
Nel sonetto del Bembo sono molti i prestiti petrarcheschi: nei due versi iniziali, l’allusione ai capelli biondi della donna richiama la celebre poesia del Petrarca Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, senza ovviamente alcun riferimento al gioco di parole tra “l’aura” e Laura, la donna amata dal Petrarca; nei due versi successivi, l’elogio degli occhi della donna riprende parole già usate dal grande poeta del Trecento: “occhi soavi”, “più chiari che ‘l sole”, che possono “far chiara la notte e oscuro il giorno”; nella seconda quartina, le espressioni “rubini e perle”, “man d’avorio”, che “ristringe” e “fura” sono tipicamente petrarchesche; nella prima terzina, “senno in sul giovenil fiore” e “perser canuti in giovanile etade”; nella terzina finale, identico è il concetto della “somma beltà” congiunta all’ ”onestade”.
Nel verso conclusivo del sonetto, il poeta afferma che la grazia e la leggiadria della sua donna sono qualità che il cielo, con generosità (“largo”), concede (“destina”) soltanto a poche creature.
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