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Giacomo Leopardi


Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati dal conte Monaldo un nobile il cui patrimonio stava decadendo e da Adelaide Antici una donna con che impartì ai propri figli una rigida educazione. All’età di 14 anni gli vennero affidati due istruttori, ma arrivato ad un punto in cui non aveva più nulla da imparare da loro, prosegui i suoi studi da autodidatta leggendo accanitamente tutti i testi della biblioteca di famiglia, cosi facendo imparò altre sei lingue oltre l’italiano rendendolo un ragazzo prodigio. Uno dei suoi primi obiettivi fu quello di allargare l’orizzonte culturale del tempo, proprio per questo motivo tradusse l’Eneide ricevendo l’elogio di tantissimi letterati del tempo. Tra i diciassette e i diciannove anni abbracciò il movimento neoclassicista, e durante questo periodo iniziò la stesura dello Zibaldone dei pensieri. Con Pietro Giordani avviò una corrispondenza e un’amicizia che gli diede la possibilità di aprirsi ad un orizzonte culturale nazionale e europeo. Nel 1819 venne colpito da una malattia agli occhi che gli tolsero anche il piacere delle letture, tutto ciò contibui ad accresce la sua malinconia e la solitudine. Durante questo periodo Leopardi raggiunge la sua maturità passando dall’età giovanile ricca di fiducia e immaginazione all’età adulta nella quale scopre la speranza, il dolore e la nullità delle cose. Nel 1823 a seguito del ritorno da Roma, dove aveva soggiornato per alcuni mesi, iniziò la stesura delle operette morali uno dei suoi più grandi capolavori. Nel 1825 soggiornò in alcune città italiane per poi stabilirsi a Pisa, ed è proprio qui che compone gran parte delle sue liriche. Ultima sua meta fu Napoli dove morì nel 1837.
Leopardi si oppone al movimento Romantico accettando però il modo in cui essa critica il classicismo definendolo “cieco e servile delle regole”. Convinto che la letteratura necessitasse di una lingua che si distinguesse, nelle sue opere utilizzò un linguaggio molto più ricco rispetto a quello del tempo: lingua popolare (molto più versatile, inventiva e espressiva). Secondo Leopardi il compito della letteratura è quello di dare spazio a ciò che è oltre natura e storia, in modo da recuperare il piacere dei sensi che con il progresso erano andati persi (ridare la capacità all’uomo di fantasticare e immaginare), tuttavia lui stesso capì che era impossibile recuperare nella realtà moderna la virtù degli antichi. Il ritorno alla poesia apre un nuovo capitolo per la produzione leopardiana con l’intento di offrire agli uomini una possibilità di bellezza e armonia nelle sue opere. Userà una poesia strettamente intrecciata alla conoscenza dell’arido vero e ai sentimenti che ne derivano, con l’abbandono delle figure retoriche classiciste. La ragione e la filosofia danno una spiegazione razionale a tutto tuttavia spogliandole delle bellezze, compito della poesia è dunque quello di restituire loro un tocco di magia e immaginazione, Leopardi mette cosi a punto una nuova poetica del vago, dell’indefinito e della rimembranza, di grande importanza diventa anche la memoria attraverso la quale l’esperienza del dolore acquista senso e bellezza.
Il pensiero di Leopardi è sempre stato messo in secondo piano rispetto alla sua raccolta poetica, dato che è sempre stato visto come un impaccio per il dispiegarsi delle sue capacità letterarie. Primo fra tutti fu l’isolamento, sia materiale dato la difficoltà di relazioni interpersonali, e intellettuali, dato che la sua visione materialistica e pessimistica lo allontanarono dalla società romantica a lui contemporanea. Solo dopo la metà del Novecento il pensiero filosofico venne rivalutato come una delle caratteristiche della sua modernità. Le fasi del suo pensiero sono quattro:
1. Il pessimismo storico Dal 1817 al 1818: durante questi anni i temi utilizzati dal giovane Leopardi ruotano intorno all’Illuminismo e in particolare si sofferma ad analizzare il problema dell’infelicità umana, la felicità dell’uomo viene vista come il frutto della natura perché capace di nascondere i mali, tuttavia il progredire della ragione e della consapevolezza del male contribuirono alla perdita dei nobili valori antichi. Per Leopardi i mezzi principali per ritrovare questi valori sono l’azione e l’eroismo.
2. Il pessimismo cosmico dal 1819-1823: durante questo periodo il poeta abbandona il cattolicesimo e si avvicina al senso illuministico e a un rigoroso materialismo, notiamo anche una crisi nella fiducia del ritrovo dei valori antichi. L’infelicità dell’uomo, indipendente dalle condizioni storiche, è dunque causata dalla natura il quale lo ha reso un essere limitato e oggettivo ed è per quesito immodificabile. Una gran parte della colpa lo assumono le religioni le quali non fanno altro che
alimentare gli uomini di illusioni vane, mantenendoli in uno stato infantile e allontanandoli dalla verità.
3. Dal 1823-1827: per questo periodo Leopardi si dedica maggiormente alle opere in prosa come le Operette morali, utilizzate per giudicare la cultura romantica italiana del tempo come il progresso e il recupero della religiosità e del cattolicesimo. Contro di essi Leopardi si scaglia con forza ma al tempo stesso cerca di utilizzare un apparente leggerezza attraverso l’ironia.
4. Dal 1830 in poi: il pensiero di Leopardi entra in una nuova fase, molto più costruttiva, nella quale utilizza una nuova morale lirica non più fondata sulle fantasie, sulle illusioni ma sulla nuda verità che la ragione ci addita. Per cui l’obiettivo dell’uomo è quello di cercare di attenuare gli effetti dell’infelicità.
L’ultima produzione è caratterizzata dalla mescolanza della poesia e della filosofia “poesia filosofica” nella quale il bisogno di illusioni, armonia, bellezza sono strettamente intrecciate, il vero e la ragione non sono più nemici dell’uomo, ma hanno una funzione liberatrice, basandosi sul recupero dei valori dell’antichità, fondate sulla verità, in modo da rispristinare il senso originario della comunità e di opporsi ai limiti che la natura impone sulla loro esistenza.
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