Video appunto: Leopardi, Giacomo - Sua vita e suo pensiero

Giacomo Leopardi



La vita



Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati che all'epoca faceva parte dello Stato della Chiesa, uno dei più razionali e conservatori. Si trovò a vivere in un ambiente gretto, chiuso, meschino. La situazione famigliare era molto difficile. Giacomo faceva parte di una famiglia nobile.
Il padre era Conte Monaldo, intellettuale e scrittore. Negli anni la situazione economica della famiglia diventò sempre più critica. La madre, con cui non ebbe un bel rapporto, era una donna molto fredda ed era preoccupata di fingere che la famiglia stesse bene economicamente e per questo sottoponeva i famigliari a delle restrizioni notevoli. Leopardi aveva altri due fratelli, un maschio e una femmina, con i quali ebbe un buon rapporto. In quegli anni le famiglie nobili studiavano con dei precettori privati e così fece anche Leopardi. Ben presto però i precettori si rivelarono inutili. Leopardi studiava tantissimo perché aveva a disposizione la Biblioteca del padre che rese accessibile per chi avesse voluto sfruttarla. In questo modo Leopardi arrivò a saperne molto di più dei suoi precettori.
Prima fase della sua formazione

Si tratta della fase dell'erudizione. Erudizione significa 'accumulare conoscenze fini a se stesse'. Questa formazione viene definita 'scolastica' e si basa sui testi antichi tipici della cultura classica e costituisce la base per il pensiero futuro di Leopardi. In questo primo periodo della sua vita, Leopardi cercò di studiare il più possibile. A diciassette anni aveva già scritto varie opere, le più importanti sono: 'Saggio sull'astronomia' e 'Saggio sopra gli errori popolari degli antichi'. A quell'età già conosceva, scriveva e traduceva perfettamente del greco, dal latino, dall'ebraico e dal sanscrito. Per sette anni continuò a studiare e questo periodo venne definito da Leopardi stesso 'un periodo di studio matto e disperatissimo'.

Prima conversione



Per 'Conversione' s'intende 'passare da una situazione all'altra'. Non ha nulla a che vedere con la religione, Leopardi non era religioso. La prima conversione è quella dall'erudizione al bello. Per 'bello' s'intende la 'poesia'. Leopardi scoprì che non era necessario studiare tutto, ma che c'erano poeti fondamentali che fanno apprezzare la poesia in sé. Quindi iniziò a studiare i poeti antichi, come Omero, e arrivò fino ai poeti contemporanei. I suoi precettori non volevano che lui conoscesse gli scrittori illuministi perché venivano considerati dei giacobini, rivoluzionari e pericolosi per i giovani. Leopardi allora studiò da solo la cultura moderna. Scoprì la poetica classica romantica. Leopardi si definì u 'difensore dei classici' quindi si dichiarò 'anti-romantico'. In realtà era un poeta classico-romantico.
Avvenimenti importanti

Successivamente alla prima conversione si colloca il tentativo di fuga di Leopardi. Giacomo sentiva l'ambiente di Recanati molto meschino e ciò che gli dava più fastidio era non avere la possibilità di parlare e di confrontarsi con altri intellettuali come lui. Nel frattempo aveva iniziato a scambiarsi delle epistole con Pietro Giordani, uno scritto dell'epoca. Leopardi quindi pensò che fuori dal suo paese le cose fossero completamente diverse e cercò di scappare a Roma. Il padre inizialmente cercò di fermarlo. Leopardi nel frattempo si ammalò: aveva disturbi agli occhi e un problema alla schiena che successivamente si spostò nei polmoni e causò la sua morte. Negli anni successivi il padre decise di mandare Leopardi a Roma da un parente. Non fu particolarmente esaltata perché si rese conto che anche lì c'erano intellettuali abbastanza insignificanti, quindi tornò deluso a Recanati. A questo punto decise di rendersi indipendente e andò a Firenze dove lavorò per un'importante 'Antologia', quella di Vieusseux. A causa del suo malessere dovette licenziarsi e visse grazie ad un assegno che gli facevano arrivare mensilmente e in anonimo i suoi amici intellettuali. L'ultima fase della sua vita la passò a Napoli con l'amico Ranieri. Qui elaborò una nuova visione della vita e passò alla seconda conversione.
La seconda conversione

Segna il passaggio dal bello al vero. Il 'vero' è il 'sistema filosofico' che Leopardi elaborò e che ci permette di conoscere il suo pensiero.
Filosofia di Leopardi

Si è discusso per anni se fosse giusto considerare Leopardi un filosofo o no. Le opposizioni sono venute dalle tendenze della filosofia dei primi anni del 900. Si diceva che Leopardi non potesse essere considerato un filosofo perché il suo pensiero non era organizzato, non era organico, no era completo e nemmeno inserito all'interno di opere filosofiche. Questo NON è vero. Leopardi ha elaborato un pensiero filosofico che lui stesso chiamò 'Sistema'. Si può dire però che il suo metodo non è sistematico perché Leopardi era principalmente un letterato che si dedicava alla filosofia e si interrogava sul 'senso della vita'. Il suo pensiero possiamo ricavarlo dalle due opere in prosa: 'Zibaldone', il suo diario. Il significato del titolo è 'Brogliaccio' ovvero 'Insieme di appunti.'. è importante perché all'interno, oltre allo sfogo dell'animo, c'è anche tutto quello che Leopardi pensava di scrivere da lì in poi. Contiene idee di poetica e idee filosofiche. Un'altra opera importante è 'Operette morali', scritte dal 1828, il periodo più cupo per Leopardi perché era preso dal 'pessimismo cosmico' e pensava che questo gli impedisse di dedicarsi alla poesia. L'ultima opera importante è l' 'Epistolario', cioè lettere con l'intento di comunicare con altre persone. Quelle fondamentali sono quelle a Giordani, quelle per il padre e quelle per i fratelli.
Il pensiero di Leopardi

Leopardi era ateo, quindi con lui si parla di materialismo, come per Foscolo. Nelle sue opere non c'è Dio, a c'è un sistema meccanicistico che governa il mondo. Leopardi parla della Natura, intesa come un'entità che regola il funzionamento della natura e dell'uomo. Leopardi si chiede se l'uomo è felice e risponde 'No'. Leopardi spiega che l'uomo quando nasce, fin da subito, aspira alla felicità. Questa deve essere duratura, quindi l'uomo vuole essere felice sempre, e soprattutto intensa, quindi l'uomo vuole essere tanto felice. Il problema è che non è concesso all'uomo di essere sempre felice, ma ci saranno solo momenti o fasi in cui lo sarà. Quindi Leopardi dice che l'uomo è impossibilitato a raggiungere la felicità proprio perché gli è data per pochi attimi e non per sempre come vorrebbe.
Motivi dell'infelicità dell'uomo - Pessimismo storico e Pessimismo cosmico

C'è una prima fase del pensiero di Leopardi che viene definita 'Pessimismo storico'. In questo primo momento Leopardi pensava che da una parte ci fosse la Natura e dall'altra ci fosse l'uomo. Gli uomini è come se venissero protetti dalla Natura che Leopardi considera 'Benigna'. La Natura quindi cerca di non far vedere agli uomini che la vita è infelice, è come se mettesse un velo sulle cose brutte. Secondo Leopardi, quindi, gli uomini antichi erano felici perché vivevano nell'illusione. Però, mentre gli antichi son più vicini allo stato di natura e credono a quello che la natura fa vedere, gli uomini di Leopardi vanno a togliere il velo. Più gli uomini si avvicinano all'età moderna, più utilizzano la ragione, non si accontentano di quello che la natura gli mostra, ma approfondiscono e scoprono l'infelicità. Giacomo dà quindi la colpa agli uomini stessi perché se si fossero accontentati di quello che la Natura concedeva a loro, senza indagare, forse la loro vita sarebbe stata più serena. La causa dell'infelicità è quindi la ragione.
Ad un certo punto Leopardi si rende conto che anche gli antichi dovevano rapportarsi con il dolore, con la malattia e con la morte, quindi passò al Pessimismo cosmico.
La fase intermedia tra pessimismo storico e pessimismo cosmico è segnata dall'Ultimo canto di Saffo. Saffo si sente perseguitata dalla Natura pur avendo vissuti nei tempi antichi. Lei però attribuisce la colpa della sua infelicità al Fato che però con Leopardi diventa Natura.
Con il pessimismo cosmico Leopardi si rende conto che la Natura in realtà non è benigna, ma è 'Matrigna'. La colpa dell'infelicità, quindi, non è l'uomo, ma la Natura. Nel 'Dialogo della natura e di un islandese', ad esempio, Leopardi definisce la Natura come un'entità fredda, che mira solamente ad uno scopo, cioè quello di mandare avanti il meccanismo del mondo. L'uomo è quindi solo una delle parti di questo meccanismo. L'uomo è quindi destinato ad essere infelice sin dalla nascita. Non c'è più il concetto di 'storico' che contrapponeva la felicità degli antichi a quella dei moderni, ma adesso per Leopardi l'uomo è sempre stato infelice perché aspira a un concetti di felicità che la natura gli nega. Per questo il pessimismo di definisce 'cosmico', perché si riferisce a tutti gli esseri viventi. 'L'infelicità nasce da un'aspirazione negata'. Il contrasto tra aspirazione e realtà crea l'infelicità dell'uomo. In particolare Leopardi la definisce 'Noia' intesa come la distanza che c'è tra quello che l'uomo vorrebbe e quello che invece la vita è. Quindi se la natura avesse creato l'uomo senza un'idea di felicità, probabilmente sarebbe stato felice.
Il ritorno al titanismo

In tutto questo Leopardi non deve essere considerato un pessimista perché pur sapendo di essere destinato all'infelicità, non pensò mai al suicido. Nell'ultima fase dice che gli uomini, essendo accumunati da questo triste destino, devono unirsi tra di loro e combattere contro la Natura. Sprona gli uomini a non farsi guerre tra di loro, a non perdersi in questioni inutili, a non mettersi gli uni contro gli altri, ma unirsi con grande solidarietà contro la Natura.