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Giacomo Leopardi


Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798 ed era il primogenito del conte Monaldo e Adelaide Antici. Alla sua epoca, Recanati apparteneva al retrogrado e conservatore stato pontificio.
Suo padre, il conte Monaldo, era un appassionato di antiquariato e raccolse una grande serie di testi antichi che conservava nella sua biblioteca. L’immensa biblioteca era aperta a tutti i cittadini di Recanati ma mai nessuno vi si recò per consultare i testi. Lo stesso Leopardi, in una lettera indirizzata all’amico Pietro Giordani, si rammaricava del disinteresse dei suoi concittadini rispetto alla ricchezza culturale messa a loro disposizione.
Leopardi si sentiva a disagio con la popolazione di Recanati, che non condivideva i suoi stessi interessi, come la passione per lo studio e le letture.
La madre di Leopardi, Adelaide Antici, era una donna dura e severa. Si dedicava all’economia decadente della famiglia e sentiva la maternità come un peso ed una limitazione per la sua libertà mentale.
In un’altra lettera, Leopardi raccontò di essersi sentito turbato quando la madre affermò di ritenere fortunate le madri che avevano perso i loro figli a causa di malattie. L’unico affetto familiare di cui Leopardi godeva era sua sorella Paolina, che l’accompagnò per gran parte della sua vita.
Leopardi chiamava Recanati come “borgo natio” e la sua casa come “paterno ostello”, di cui egli non si sentiva parte.
Il poeta provava un forte disagio sia con l’esterno e sia con l’interno delle mura del suo palazzo.
Sebbene egli provasse rabbia nei confronti dei recanatesi, Leopardi era attirato dall’ignoranza e dalla semplicità dei suoi concittadini e ipotizzò che questi vivessero più felicemente di lui. Di fatto egli maturò l’idea secondo cui chi è più ingenuo è più felice, avvertendo il peso della sua stessa intelligenza.
Si rendeva conto di ciò soprattutto in occasione delle feste cittadine, che Leopardi osservava in lontananza in quanto si sentiva superiore e, per la sua mancata semplicità, non era attirato da tali eventi.
In quanto nobile, Leopardi fu educato da precettori ecclesiastici ma, dopo dieci anni, era così istruito che non necessitò più di insegnanti e si dedicò autonomamente allo studio delle opere conservate nella biblioteca del padre.
Lo studio si prolungò a “sette anni di studio matto e disperato” che causò gravi danni alla fragile fisicità del poeta.
A sedici anni, Leopardi parlava fluentemente l’italiano, il francese, l’inglese, il latino, il greco e l’aramaico.
Dopo aver passato la sua giovinezza a studiare, Leopardi sentì il bisogno di andare via da Recanati. Tale desiderio fu alimentato dalla corrispondenza che il poeta intratteneva con l’intellettuale milanese Pietro Giordani, che rappresentava una finestra sull’attualità dell’epoca. Giordani presentò a Leopardi i moti rivoluzionari, la creazione delle repubbliche e la letteratura estera.
Quando il conte Monaldo venne a conoscenza del rapporto epistolare tra i due, si intromise per fermarlo. Giordani fu perfino invitato al palazzo del conte ma fu impossibile conciliare la mentalità di Monaldo, reazionario e conversatore, a quella dell’intellettuale milanese, propenso ai cambiamenti sociali.
Dopo la visita di Giordani a Recanati, il conte si impegnò affinché le lettere del milanese non arrivassero al figlio.
Leopardi ebbe l’idea di fuggire dal palazzo di Recanati, soprattutto dopo che gli fu negata la possibilità di partire per Roma. Il poeta organizzò la fuga ma fu sorpreso e rinchiuso nel suo palazzo da quel momento.
In questa occasione iniziò la stesura dei “Piccoli idilli”, in cui è contenuto l’”Infinito”.
Quando ottenne il consenso, il poeta visitò Roma ma rimase deluso e turbato dagli abitanti, che considerava come corrotti. Dal suo epistolario emerge che l’unico momento di commozione nella città di Roma fu la visita alla tomba di Torquato Tasso ma, eccetto tale occasione, il poeta non fu colpito da Roma e i romani.
Leopardi continuò a viaggiare per l’Italia senza il consenso del padre e alla ricerca di sollievo per i suoi problemi di salute. Trovò impiego come insegnante privato e traduttore per alcuni editori e, per tale motivo, era causa di vergogna per la sua famiglia, che considerava inaccettabile che egli utilizzasse il suo sapere per sostenersi a livello economico.
Tuttavia, in una lettera Leopardi assicurò al padre che tali pratiche fossero usuali a Milano.
Dopo la visita a Roma, Leopardi si sentì poco ispirato alla composizione in versi e quindi si dedicò alla prosa, componendo le “Operette morali”.
Leopardi visse il momento migliore della sua vita in Toscana, stabilendosi prima a Firenze e poi a Pisa, dove le condizioni climatiche giovarono alla sua salute.
In Toscana Leopardi ricominciò a verseggiare, dando avvio al periodo di composizione dei “Canti pisano-recanatesi”.
Malgrado l’ispirazione, Leopardi non si sentiva a suo agio nell’ambiente fiorentino, infatti era considerato come una persona strana, e non aveva di che vivere. Per tale motivo, gli amici del poeta raccolsero una somma di denaro da prestargli che avrebbe potuto restituire in seguito.
A Firenze, Leopardi conobbe l’esule napoletano Antonio Ranieri, che divenne suo grande amico e con il quale si trasferì a Napoli, dove risiedeva la famiglia di Ranieri.
Il legame tra Leopardi e Ranieri era molto forte. Ranieri stimava profondamente il poeta e Leopardi era riconoscente del supporto ricevuto.
La sorella di Ranieri, Paolina, raggiunse i due e si trasferirono insieme in una villa a Torre del Greco, dove il poeta compose la “Ginestra”, il componimento leopardiano più maturo, considerato come sintesi del pensiero e testamento spirituale dell’autore.
Leopardi scrisse più opere in diversi momenti della sua vita:
• I “Piccoli idilli” dopo il tentativo di fuga da Recanati
• Le “Operette morali” dopo la deludente visita a Roma e l’inizio della pausa dalla poesia
• I “Canti pisano-recanatesi” in seguito allo stabilimento a Pisa e alla ripresa della poesia

Per tutta la sua vita, Leopardi scrisse un diario non destinato alla pubblicazione, utilizzato per prendere appunti e raccogliere riflessioni e considerazioni. Tale diario è denominato “Zibaldone dei pensieri”, titolo che rimanda alla sua funzione, cioè quella di raccolta sparsa di idee che Leopardi raccoglie e riordina.

L’opera permette di constatare l’autenticità e l’evoluzione del pensiero leopardiano, organizzato in ordine cronologico.
Tale evoluzione presenta due conversioni diverse:
• 1816 – Leopardi colloca in quest’anno la sua prima conversione “dall’erudizione al bello”.
Per “erudizione” si intende la cultura nozionistica, arida, libresca, accademica e fine a se stessa. Dopo aver studiato tutti i libri della biblioteca paterna, Leopardi decide di avvicinarsi al “bello”, cioè la poesia, maturando come artista.

• 1819 – Leopardi colloca la seconda conversione “dal bello al vero”. Leopardi matura da uomo e da artista tanto da abbandonare la poesia, intesa come espressione lirica, e accoglie la “verità”, ossia la filosofia.
I poemi che compongono i “Canti pisano-recanatesi” non sono altro che poesie filosofiche, definizione ossimorica che indica pensieri filosofici trattati in versi e non in saggi.

Possiamo legare le differenti opere ai differenti stadi della evoluzione leopardiana:
• sette anni di studi – erudizione
• “Piccoli idilli” – scoperta della bellezza della poesia
• “Operette morali” – periodo di contemplazione filosofica
• “Canti pisano-recanatesi” – passaggio al vero

Al termine della sua evoluzione, Leopardi non scrisse più poesie leggere ma cariche di arido vero, la filosofia.
Se il vero è arido, dunque brutto, allora ciò che è bello è l’illusione.
Possiamo distinguere le due opere poetiche in:
• “Piccoli idilli” come poesia dell’illusione

• “Canti pisano-recanatesi” come poesia del vero

Il percorso di Leopardi è inverso a quello di Foscolo, Leopardi parte dalla poesia delle illusioni ma alla fine giunge a contemplare il vero. Dalla sua etimologia, illusione proviene da “in ludus” cioè “in gioco”, un vortice da cui è difficile uscire.

L’idillio è in letteratura un componimento che descrive la natura.
Idillio significa bozzetto o quadretto e si riferisce ad una descrizione paesaggistica. In Leopardi l’elemento naturalistico è lo spunto per rivolgere la poesia all’io poetico, protagonista. Leopardi conosceva molti idilli greci perché li traduceva.

Un passo fondamentalo dello “Zibaldone dei pensieri”, relativo al periodo dei “Piccoli idilli”, è il passo sulla “Teoria del piacere”, chiave del pensiero leopardiano.
Nel passo, l’autore afferma che il fine della vita umana è la felicità (edoné o voluptas), che egli chiama “piacere”. Gli uomini non si accontentano dei vari piaceri che la vita offre e sentono un costante senso di insoddisfazione, che Leopardi denomina “noia”, di cui egli cerca l’origine.
Piuttosto che a molteplici piaceri, gli uomini aspirano all’unico piacere nella sua infinita e massima estensione, sia per durata che per intensità, cioè il massimo piacere possibile.
Dato che l’uomo non può ottenere tale piacere illimitato, percepisce un senso di malcontento e frustrazione. La vita si beffa dell’uomo dandogli la possibilità di conoscere i piccoli piaceri, che permette loro di percepire cos’è il piacere infinito, per poi toglierglieli. Leopardi riflette sulla fonte e causa che ispira nell’uomo il desiderio di piacere infinito.
In un primo momento, Leopardi incolpa la ragione. Per argomentare, egli fa riferimento sia al punto di vista dell’uomo individuale che del genere umano.
Quando l’uomo nasce, egli è felice e curioso di tutto ma, quando cresce, diventa maturo grazie alla sua ragione, che gli consente di avvertire il senso di noia.
La natura fa nascere l’uomo felice e la ragione gli provoca noia.
Per quanto riguarda la storia del genere umano, Leopardi mette a confronto la sua generazione e quella degli antichi, riscontrando sostanziali differenze.
Mentre gli antichi vivevano più felici poiché interpretavano ingenuamente la natura attraverso il mito, la generazione di Leopardi era disillusa a causa del passaggio dal cristianesimo al razionalismo, immergendosi quindi nella noia.

La riflessione di Leopardi continua finché egli si domanda quale ente conferisce la ragione all’uomo piuttosto che agli animali. L’ente che dona all’uomo l’intelletto è la natura, colei che precedentemente lo aveva fatto nascere felice.
La natura, prima considerata madre benigna, viene rivalutata come matrigna maligna, la quale prima mette al mondo l’uomo felice e poi lo priva di qualsiasi piacere.
La ragione è riconsiderata come elemento che aiuta gli uomini a farsi forza e a capire che lo stato di noia appartiene all’intero genere umano. La ragione consente agli uomini di provare un senso di solidarietà rivolto al resto dell’umanità, in quanto tutti gli uomini sono accomunati dal senso di noia.
La solidarietà, seppur non risolutiva, è un’azione dignitosa.
La ginestra di cui il poeta parla nella famosa poesia è la metafora dell’uomo e simbolo di solidarietà.
La ginestra è un fiore che nasce nei luoghi desolati e tra le ceneri vulcaniche. Nonostante essa sia debole e facilmente distruttibile dalle ceneri vulcaniche, essa rimane dignitosa e con lo stelo ritto di fronte al pendio vulcanico su cui si trova. Essere dignitosi è quindi l’unico modo per superare le difficoltà, senza abbattersi definitivamente. Di fatto Leopardi non sosteneva il suicidio.

L’evoluzione del pensiero di Leopardi è legato alla sua evoluzione poetica e si divide in:
• pessimismo storico – esiste un’età felice (infanzia o antichità) e l’infelicità è data dalla ragione – “Piccoli idilli”
• pessimismo cosmico – la natura è colpevole della noia degli uomini – “Canti pisano-recanatesi”.

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