Giorgjo di Giorgjo
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Giacomo Leopardi

L’opera di Giacomo Leopardi sta a fondamento della modernità letteraria e filosofica italiana, fondata sulla consapevolezza dell’infelicità dell’uomo. Egli visse un rapporto ambivalente col movimento romantico: il poeta esaltava infatti i valori romantici come l’ispirazione, la forza dell’immaginazione, l’adesione immediata all’esistenza e l’ebbrezza dell’abbandono alla vita e alla felicità, ma contemporaneamente egli era fortemente ancorato alla purezza della forma e riteneva che il movimento romantico finisse per costruire una retorica convenzionale molto più vuota di quella dell’antichità classica.
Leopardi mantiene una posizione isolata nell’Italia del Risorgimento e non prende parte ai circoli intellettuali e politici di Firenze preferendo l’amicizia con un giovane letterato napoletano, Antonio Ranieri. Rimase inoltre sempre in miseria per la scelta di non essere inserito nel mondo della produzione culturale.

Leopardi elabora la teoria del vago e dell’indefinito, che entra in contrasto con la tradizione italiana: secondo questa il piacere infinito nella realtà non è raggiungibile, e per questo l’uomo può figurarsi piaceri infiniti tramite l’immaginazione. La realtà immaginata compensa la realtà vissuta, che non è altro che infelicità e noia. La poetica del vago e dell’indefinito si fonde alla poetica della rimembranza, in quanto la poesia non è altro che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria. Da questa teoria Leopardi sviluppa anche la teoria della visione, secondo la quale è piacevole, per le idee vaghe ed indefinite che suscita, la vista impedita da un ostacolo, poiché in mancanza di una precisa visione l’immaginazione lavora ed il fantastico sostituisce il reale. Contemporaneamente viene a costruirsi anche la teoria del suono: Leopardi elenca tutta una serie di suoni suggestivi perché vaghi, come ad esempio un suono che si allontana affievolendosi, il muggito degli armenti che riecheggia nelle valli e così via. Tutto ciò che è vago ed indefinito in qualsiasi forma di arte è quindi, secondo Leopardi, bello, in quanto lascia spazio all’immaginazione. Leopardi osserva che maestri della poesia indefinita e vaga erano gli antichi; i moderni, secondo Leopardi, hanno perduto la capacità immaginosa e fanciullesca propria degli antichi. La filosofia di Leopardi, contrariamente da quello che sembra superficialmente, non conduce alla misantropia (atteggiamento di disprezzo totale nei confronti del genere umano) bensì la esclude e tende a sanare, a spegnere quel mal umore e quell’odio che caratterizza tanti uomini. Negli ultimi anni della sua vita Leopardi abbandona il pessimismo più metafisico e riconosce una duplice matrice del dolore: il dolore che deriva dall’ordine delle cose, dagli eventi ed è quindi ineliminabile, ed il dolore che rimanda alla qualità della vita, al mondo dell’esistenza, che può essere combattuto e rimosso in quanto dipende non dalla natura ma dall’uomo. Leopardi recupera il vitalismo e scopre la dimensione sociale. Nell’ultima fase del suo pensiero emerge il tema della natura distruttrice, la natura empia che da tempo non è più madre ma matrigna: gli uomini devono unirsi in una social catena che abbia il coraggio della verità e rifiuti la Provvidenza. Il messaggio leopardiano è chiaro ed è il frutto di un razionalismo irriducibile che lo spinge a credere che è necessaria una società nuova, costituita con le sole forze umane. La filosofia di Leopardi rende colpevole di ogni cosa la natura e rivolge l’odio dei viventi al principio più alto, all’origine vera dei mali.

Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, nelle Marche, da una famiglia nobile ma con un patrimonio dissestato. Riceve un’educazione privata sotto la guida di precettori di impostazione gesuita. Recanati apparteneva alla chiesa e per questo era uno dei luoghi più arretrati di Italia, ostile alle novità. Gli anni giovanili furono segnati da uno studio “matto e disperatissimo” condotto nella enorme biblioteca di famiglia. Leopardi crebbe in un ambiente dominato dalla figura della madre, mentre dal punto di vista politico seguì gli orientamenti paterni.
Comincia a tradurre classici latini e greci fin da bambino; traduce libri dell’Odissea e dell’Eneide, scrive tragedie e poemetti satirici tra cui i Paralipomeni. Nel 1815 passa dall’erudizione al bello, abbandonando le minuzie filosofiche e cominciando a leggere Foscolo, Dante, Goethe e così via. Iniziano nel 19 i primi tentativi di fuga da Recanati, in quanto era un paese assolutamente arretrato. Sono anni di profonda crisi per Leopardi, accentuati da un’infermità agli occhi che gli impedisce di leggere. Raggiunge ben presto la lucida percezione della profonda nullità di ogni cosa, che diviene il nucleo del suo pessimismo. Questa crisi segna il passaggio dal bello al vero, ovvero la poesia filosofica moderna. Inizia in questo periodo ad essere chiara la poetica del vago e dell’indefinito. Nel 17 inizia a scrivere lo Zibaldone, una sorta di diario di appunti. Nel 19 nascono invece, tra le prime opere, gli Idilli, componimenti poetici che vengono interpretati da Leopardi come affezioni sentimentali, e le Canzoni. Nel 22 si reca a Roma dal fratello della madre: essa gli sembra però arretrata e provinciale. Nel 23 torna a Recanati e compone le Operette Morali. Comincia però un periodo di aridità interiore che gli preclude la poesia. Nel 25 gli si offre la possibilità di mantenersi autonomamente come intellettuale da parte dell’editore Stella. Gli vengono chiesti dei commenti su Cicerone, su Petrarca e così via. Si trasferisce quindi a Milano e subito dopo, nel 27, a Firenze, dove entra in contatto con l’intellettuale a capo della rivista “Antologia”, Vieusseux, il punto di riferimento del progressismo illuminista. Tra il 27 e il 28 trascorre un periodo a Pisa, dove nascono i grandi Idilli e scrive anche il Risorgimento. Insieme a Ranieri si stabilisce poi a Napoli, dove compone la Ginestra (O Fiori del deserto). Muore nel 1837.

ZIBALDONE
Immaginazione degli antichi e sentimento dei moderni (143-144)
La riflessione sulla natura della poesia modera occupa ampio spazio nello Zibaldone. Nel passo 143-144 Leopardi chiarisce il suo passaggio dal bello al vero, ovvero dall’immaginazione e dalla fantasia alla ragione ed al vero. Questo passaggio è dovuto anche alla malattia agli occhi a causa della quale Leopardi è costretto a rinunciare agli stimoli della lettura e della natura. Nel passo l’autore esplicita anche i tratti che contraddistinguono la poesia degli antichi e quella dei moderni: la prima corrisponde alla giovinezza di Leopardi, mentre la seconda corrisponde alla maturità o alla vecchiaia. Negli anni della maturità Leopardi sviluppa una nuova attitudine dovuta alla riflessione interiore e all’espressione degli affetti e dei sentimenti.
Agli antichi Leopardi attribuisce la forza dovuta alla vicinanza della natura, mentre ai moderni l’autore riconosce caratteri come il dominio della ragione, l’indole sentimentale e l’attitudine filosofica (tutti elementi generati dalla spiritualizzazione moderna, dovuta alla percezione interiore e profonda e alla consapevolezza della propria esperienza, del mondo e delle cose). In Leopardi, il quale cambiamento va di pari passo con lo spirito umano in generale, dominano adesso la riflessione e il sentimento, egli è diventato filosofo di professione. E’ qui che il poeta giunge a maturare il concetto dell’infelicità umana intesa come condizione esistenziale.

La teoria del piacere (646-648)
All’interno del testo Leopardi afferma che qualunque essere vivente non cessa mai di desiderare per sé il bene, ovvero il piacere, perché questo deriva dall’amore di sé che gli uomini provano solo per il fatto di vivere. L’amore proprio non ha misura, mentre qualunque piacere è necessariamente individuato e definito: pertanto nessun piacere potrà mai soddisfare a pieno il desiderio dell’uomo di felicità. La felicità è sempre futura poiché in realtà non esiste, o meglio esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza.
Immaginazione, poesia, rimembranza (4418-4426)
Leopardi afferma che l’uomo sensibile ed immaginoso vive percependo il mondo e gli oggetti in un certo modo doppi. Egli vedrà con gli occhi una torre, udirà con le orecchie il suono di una campana; contemporaneamente vedrà con l’immaginazione un’altra torre, udirà un altro suono. In questo secondo genere di oggetti sta, secondo Leopardi, tutto il bello ed il piacevole delle cose: triste quella vita che non vede, non sente se non che oggetti semplici, quelli di cui solo gli occhi e le orecchie ricevono la sensazione.
Un oggetto qualunque, comunica Leopardi, pur bello che sia,non risveglia alcun ricordo e pertanto non è poetico affatto. Il ricordo è infatti essenziale e principale nel sentimento poetico. Il poetico si trova sempre nel lontano, nell’indefinito e nel vago e mai nel presente.
TUTTO E’ MALE (4174-4177)
Il passo esprime il pensiero tragico leopardiano e giunge a riaffermare il motto della tragedia greca: meglio non vivere che vivere, meglio non essere che essere. Leopardi analizza ogni scenario della vita di un uomo e afferma che egli, da qualsiasi parte si rivolga, non può che vedere il male. Perfino all’interno di un giardino di piano, di erbe e di fiori, secondo l’autore, tutto è triste ed infelice, proprio come la vita. Ogni giardino, proprio come la vita, non è accogliente.

I Canti

L’infinito

Composto a Recanati nel 1819 è il primo degli idilli. Il poeta descrive lo smarrimento di sé e del contatto con il mondo circostante attraverso l’abbandono all’immaginazione e al pensiero dell’infinito. Il testo è fondamentale per la comprensione della poetica del vago e dell’indefinito. All’interno della poesia il poeta è seduto nei pressi di un colle solitario (monte Tabor) e nella siepe che gli limita lo sguardo impedendogli di abbracciare il paesaggio circostante egli trova l’occasione per immaginare gli infiniti spazi e tempi in cui il pensiero sembra annegare.
Lo scenario della poesia si apre immaginando una scena ed uno stato d’animo, ovvero ermo, che significa solitario e anche desolato. L’aggettivo dimostrativo ad incipit ed alla fine della poesia ricollega la cara e terrestre immagine iniziale, luogo della certezza con l’immagine finale, luogo di immaginazione e di pensiero. Il “ma” delimita il tempo della percezione sensibile da quello della percezione interiore. Lo scenario della percezione interiore è caratterizzato dalla quiete e dalla contemplazione, che a sua volta spalanca un altro spazio, fuori dai limiti umani e senza termine (gli interminati spazi, i sovrumani silenzi…). Si tratta di uno spazio e di un tempo vuoto di ogni esistenza. Il concetto di infinito non è altro che un’idea, inconcepibile dal punto di vista razionale. Come la delimitazione sensibile evoca lo spazio infinito (teoria della visione), allora la percezione uditiva legata all’istante fa venire in mente l’eterno (teoria del suono).

Ultimo canto di Saffo

E’ un canto composto nel 1822; l’io lirico assume la voce della poetessa greca Saffo, vissuta tra il VII e il VI secolo a.C. e suicida per amore secondo una leggenda riportata da Ovidio. Il poeta utilizza la vicenda di Saffo, innamorata non corrisposta a causa della sua bruttezza fisica, per rappresentare l’infelicità di un animo caldo, delicato e sensibile posto in un corpo brutto e giovane. La poesia si mantiene nell’ambito del classicismo eroico per via del tema tragico del suicidio e dei temi autobiografici. Lo stile è aulico e solenne, la sintassi elaborata ed ardua, ricca di arcaismi e latinismi. La canzone chiude il primo grande capitolo dei canti poiché tratta del tramonto della bellezza. La poesia è costituita da un monologo attraverso il quale Saffo, prima di suicidarsi, si congeda dal mondo in uno straziante dolore.
La poesia può dividersi in tre strofe. I primi versi aprono l’atmosfera serena di un tramonto lunare, ma subito si rivela un presagio: non si conclude solo la fase della notte, ma anche l’incanto di quell’esperienza per la poetessa. Quello spettacolo le è ormai estraneo; emergono tutti i turbamenti della donna, che si legano con gli aspetti minacciosi della natura, ovvero il mare in tempesta e lo squarciarsi del cielo tenebroso. La prima strofa si conclude con l’affermazione di Saffo di essere estranea al mondo naturale.
Nella seconda strofa la poetessa si sente esclusa dal senso profondo della bellezza: il suo monologo è proprio un addio alla bellezza. Il destino di Saffo è allegoria del soggetto moderno: la poetessa abbandona quella bellezza che il mondo ha già perso per sempre. Quella bellezza non è altro che la vita stessa delle forme.
Nella terza strofa, attraverso una serie di domande senza risposta, il dramma della poetessa si definisce: il problema è un difetto intimamente legato alla sua esistenza di persona. Leopardi sa che il sentirsi separato dalla natura è proprio dell’essere umano; in particolare, il sentirsi esclusi dalla bellezza esteriore obbliga l’uomo a chiedersi lo scopo, la causa, la ragione del mondo e del destino. Leopardi afferma che tutta l’esistenza delle cose è un mistero impenetrabile, ed è un mistero la forza che le genera. Ciò che invece all’uomo è accessibile è la manifestazione di questo mistero, ovvero la sofferenza, il dolore. L’ultima strofa è aperta dalla parola “morremo”, che riprende il tema dell’infelicità umana. Il canto si chiude circolarmente sul rovesciamento tragico del paesaggio d’apertura.

Alla luna

Questo idillio risale al 1819; emerge il tema del ricordo, di cui la luna è confidente e testimone. L’immagine della luna assume rilevanza poiché accompagna l’intera raccolta di canti fino a “Il tramonto della luna”. All’interno della poesia il poeta si ritrova su un colle e, rivolgendosi alla luna, afferma che proprio un anno fa’ era lì a rimirarla pieno d’angoscia (forse è un riferimento all’ermo colle, L’infinito). Adesso guarda il volto della luna e proprio come un anno prima il poeta è pieno di affanni: la ricordanza giova però al poeta, che ripercorre con la memoria il tempo del suo dolore. I ricordi del passato, ancor che tristi, si presentano graditi a Leopardi.

Piccoli Idilli (19-21): L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, Lo spavento notturno, La vita solitaria. Grandi Idilli (28-30): A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Il passero solitario.

Operette morali

Le Operette morali vengono composte tra il 1824 e il 1832, anni che furono particolarmente fertili dal punto di vista della maturazione filosofica di Leopardi. Lo scrittore avverte, attraverso la meditazione, un crescente disincanto e prende atto che la maturità esistenziale coincide con il dominio della ragione. Da “fanciullo antico” si sente diventare uomo “moderno”, e la sua riflessione comincia a confrontarsi con l’arido vero, l’insignificanza della vita umana, il valore consolatorio delle illusioni attraverso gli inganni della fantasia.
Dialogo della Natura e di un Islandese
Il dialogo è composto nel 1824. Giunto all’equatore dopo infinite peregrinazioni, uno sfinito viaggiatore islandese che cerca scampo dalla Natura persecutrice si vede apparire davanti una figura gigantesca e spaventosa di donna. E’ proprio lei, la Natura, alla quale l’uomo rivolge una serie drammatica di proteste e di accuse. Ma invece delle ragioni richieste, arriveranno dalla divinità indifferente soltanto secche e gelide precisazioni: non esiste un senso ed un perché delle cose, la Natura non ha motivazioni per prendersi cura di noi.
L’islandese, desideroso di vivere una vita oscura e tranquilla, senza nuocere a nessuno e senza preoccupazioni, decide di fuggire dal consorzio umano. La ricerca della solitudine lo spingerà a scoprire la ferocia della Natura. L’Islandese infatti, rimossi i patimenti sociali, non può vivere senza dover sopportare il freddo, l’arsura, lo strazio e le tempeste. Tutto ciò si rivela una crudele ed ingiusta persecuzione, che Leopardi manifesta tramite i vocaboli “turbarmi” “offeso” “molestia” “afflitto” e così via. Nelle parole dell’islandese Leopardi delinea il suo nuovo pensiero: l’infelicità umana non è “storica”, cioè dovuta al distacco alla Natura, ma è piuttosto nella Natura stessa, regolata dall’ordine mostruoso e imperscrutabile che presiede l’universo. Nelle operazioni della Natura nulla è rivolto al male e neppure al bene: Leopardi ribalta ogni prospettiva teologica. Nel finale dell’operetta è presente una sottile ironia: l’islandese viene ucciso da due leoni e, sepolto sotto la sabbia dalla Natura, viene ritrovato da certi viaggiatori e collocato in un museo come una “bella mummia”. Il destino definitivo dell’uomo non è tragico bensì pittoresco, proprio per via della bella mummia esposta al museo.
Il dialogo costituisce un punto di snodo fondamentale per il pensiero leopardiano: per la prima volta viene esplicitamente indicata nella Natura la vera nemica dell’uomo, perché indifferente alle creature. Il personaggio dell’Islandese viene suggerito a Leopardi probabilmente da un’opera di Voltaire, l’Histoire de Jenni, in cui si accenna alla difficile condizione degli islandesi, vessati dalle avversità dell’ambiente in cui vivono. Nell’Islandese si rivela il poeta, persuaso che non vi sia via di scampo al dolore esistenziale.
Dialogo del folletto e di uno gnomo
E’ un dialogo composto nel 1824. Leopardi immagina che gli uomini si siano estinti, in parte guerreggiando tra loro, in parte marcendo nell’ozio ed in parte restringendo il cervello sui libri. Sulla terra rimane solo un folletto, che vive in aria, in compagna di uno gnomo, che vive invece sulla terra. I miti umani vengono da questi dissacrati ad uno ad uno, e l’antropocentrismo si sgretola lentamente

Dialogo di Tristano e di un amico

Il testo conclude la seconda edizione delle Operette morali, pubblicata nel 1834; esso fu composto a Firenze nel 1832. Nell’operetta Tristano finge una ritrattazione delle proprie idee, confessandosi convinto ad abbandonare il pensiero disperato sostenuto fino ad allora per convertirsi alle opinioni positive del secolo, alla fiducia che anima l’amico. Con più evidenza però, nelle parole di Tristano prende forma la dichiarazione di Leopardi delle proprie ragioni di intellettuale e di uomo di fronte alla condizione umana universale e ai tempi moderni. Si tratta di un libro eretico, forse da “bruciare” proprio come afferma Tristano stesso. Il dialogo è costruito su un procedimento antifrastico, una finta ritrattazione delle proprie idee che produce un paradossale “credo” rovesciato e colmo di dogmi.
I temi principali del dialogo sono la corrosione del mito antropocentrico e la polemica nei confronti del 19° secolo. L’opera è determinante poiché è il punto di collegamento tra il pessimismo cosmico descritto nei grandi idilli ed il messaggio finale e rivoluzionario della Ginestra. Dopo avere analizzato il dolore dell’islandese Leopardi si concentra sul sarcasmo di Tristano (nome che dipinge con ironia la presunta dominante sentimentale del suo carattere), l’ultimo alter ego del poeta.
Nelle prime righe il verbo “credere” compare ricorrentemente: secondo Leopardi gli uomini credono nelle cose che li consolano, facendo sì che non vedano la finitezza della loro esistenza. Alla fede in miti illusori si contrappone immediatamente la presa di coscienza della condizione umana e della dura verità: il genere umano non capirà mai di non essere nulla, di non saper nulla né tantomeno di non poter sperare nulla. La fede nelle illusioni si lega, secondo Leopardi, ad un atteggiamento di codardia; il guardare virilmente al proprio stato rappresenta invece un atteggiamento coraggioso. La “filosofia dolorosa” di Tristano rivendica per sé la fiera compiacenza di vedere strappato “ogni manto alla coperta”: quella del protagonista è una critica a un’epoca e ad un’educazione repressiva e mortificante a confronto del tempo antico, tempo in cui pensiero, azione, immaginazione e bellezza si unificavano in un’armonia per sempre perduta. Da qui il poeta afferma che l’uomo moderno in confronto all’uomo antico è solo un bambino. Leopardi parla poi dell’importanza della salute e del vigore del corpo e riconosce maggiore felicità nella vita attiva rispetto a quella contemplativa. Tutto ciò costituisce una faccia della polemica contro il secolo decimo nono, che, al culmine di un processo iniziato con il cristianesimo, è attento solo alla sfera dello spirito deprimendo quello della vita fisica. Secondo l’etica sensistica di Leopardi il corpo è l’uomo. Con un’ironia che non sfugge né all’interlocutore né al lettore, Tristano ammette che la specie umana va ogni giorno migliorando. L’amico è invece convinto che il continuo superamento e l’accrescimento indefinito del sapere renderanno il secolo decimonono, secolo dell’ottimismo innovativo, l’età più felice. Tristano afferma però che si tratta di una superiorità quantitativa, dove “tutti sanno poco” e dove ha più spazio la “profonda filosofia dei giornali” che vengono interpretati come “maestri e luce dell’età presente”, e la letteratura e lo studio non avranno più grande importanza. Nel suo messaggio Leopardi anticipa alcune problematiche novecentesche: il rischio di impoverimento culturale e la critica al concetto di progresso illimitato. L’ironia di Tristano non risparmia né il termine “massa” né il termine “transizione”, chiedendosi però se sia dal peggio al meglio o viceversa. Insomma il secolo decimo nono è povero di cose ma ricchissimo di parole. I miti umani, proprio come nel “Dialogo del folletto e di uno gnomo”, vengono dissacrati ad uno ad uno. Tristano, come Saffo, considera l’infelicità una condizione necessaria dell’uomo. Egli si rifiuta di implorare la felicità al suo destino e vuole passare dalla morte spirituale a quella fisica. Niente riesce comunque a turbarlo, neanche le illusioni che rendevano piacevole la vita. L’opera ribadisce perciò la forza morale e la sicurezza intellettuale che caratterizzano la produzione leopardiana degli anni trenta. Attraverso il potere della parola Tristano esplora il mistero dell’esistenza e cerca una dimensione umana: è questo l’unico beneficio che può riconciliare l’uomo al destino.
Dialogo della Moda e della Morte
Composto a Recanati nel 1824, fa parte della prima edizione delle Operette Morali. Il Dialogo cita e celebra Petrarca e i suoi Trionfi. Si intrecciano due temi: la satira della moda, assurda e irragionevole secondo l’intelletto, e la satira della vita contemporanea, che si è ridotta ad essere simile alla morte. Il tono è ironico ma denuncia efficacemente il clima di paralisi morale e spirituale sentito dall’autore nel proprio tempo.
Nel dialogo viene inscenato un surreale colloquio tra due figure astratte, la Morte e la Moda. Non è presente una descrizione della cornice narrativa, e per questo le due figure rimandano a un incontro di corsa per strada. La Moda si proclama sorella della Morte e ricorda a questa come entrambe siano figlie della fugacità poiché hanno la funzione di rinnovare continuamente il mondo. All’interno del dialogo la Moda spiega ad una frettolosa ed impegnatissima Morte in cosa è del tutto simile a lei: è così che la prima fornisce un elenco di usanze che gli uomini compiono in suo onore, come ad esempio le sofferenze per rispettare le consuetudini sociali e gli esercizi per tenere in allenamento corpo e mente perché sono ormai decaduti i valori dell’antica società. A trionfare è però la sorella Meretrice poiché tutto sulla terra è passeggero e incostante, fugace. A questo punto, riconosciuta la parentela, le due s’accordano per meglio operare e si consultano sulle più adatte soluzioni da adottare per trarre entrambe il miglior profitto da ogni situazione. Oltre a Petrarca viene citato anche Ippocrate in un passo che parla delle terribili usanze dei barbari nel trasfigurare le teste dei neonati. La Morte è rappresentata secondo un’iconografia classica: ciò si evince dalla battuta sull’impossibilità di portare gli occhiali (significa che la testa è un teschio, rappresentazione classica). Il personaggio più originale è però la Moda, non molto diversa dalla sorella ma più elegante nel sostenere l’ipocrisia umana.

A Silvia

Composta a Pisa nel 1828, appartiene alla serie dei canti pisano-recanatesi con i quali Leopardi recupera le memorie e le emozioni giovanili. Il ricordo di Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di Leopardi morta dieci anni prima di tisi, è lo spunto per la creazione della figura di Silvia, incarnazione della giovinezza e delle speranze con essa perdute.
All’interno della poesia Leopardi ricorda gli anni giovanili e la felicità, che terminano proprio come l’appassire di Silvia. La fanciulla, rappresentata come un fantasma di gioventù, diviene poi simbolo della speranza giovanile di ogni uomo e della fatale scoperta dell’arido vero. La lirica si compone di sei strofe simmetriche caratterizzate da endecasillabi e settenari: la prima è di introduzione, la seconda e terza di confronto tra Silvia e il soggetto poetico, la quarta come intermezzo centrale, la quinta e la sesta come paragone tra Silvia e i sentimenti del poeta. Si ripresentano alcune immagini comuni agli Idilli, come il canto, la giornata festiva e l’ambientazione primaverile. La sintassi della lirica è paratattica, caratterizzata da periodi brevi e concisi. Sono presenti troncamenti e rime sparse.
La poesia è romantica proprio per via del tema sentimentale della morte precoce. Essa può essere divisa in quattro sequenze: 1-16 Il poeta si rivolge all’immagine della donna che egli tiene nel cuore, e ne delinea un ritratto interiore ed esteriore. Nonostante sia descritta nella fase finale della sua vita, la donna viene descritta tramite aggettivi assolutamente giovanili e sereni come “lieta, pensosa, ridente e fuggitiva”. 16-27 Viene ricordata la giovinezza di Leopardi, tra gli studi “leggiadri” e la dolcezza di Silvia. I due giovani sono rappresentati in momenti di leggerezza e per questo sono simmetrici. 28-48 Leopardi realizza l’inganno della natura e ritorna al presente dopo il recupero memoriale. Adesso percepisce la crudeltà e la sconsolatezza del presente. 48-63 La speranza muore definitivamente: con Silvia muoiono anche i sogni giovanili del poeta. Tutto si infrange contro l’arido vero.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
Il canto viene elaborato tra il 1829 e il 1830. La situazione fu suggerita dalla lettura di un articolo che riportava le impressioni di un viaggiatore russo sulle usanze dei nomadi kirghisi, tra cui quella di passare la notte seduti su una pietra e guardare la luna e ad improvvisare dei dialoghi tristi. L’io poetico si identifica con il personaggio del pastore, che diventa portavoce di un’umanità sofferente e rassegnata. La poesia si articola in sei strofe: nella prima il pastore paragona il corso immortale della luna al proprio vagabondare sulla Terra, e si chiede se l’una e l’altra storia abbiano uno scopo; nella seconda Leopardi illustra la vita umana utilizzando un esempio petrarchesco, ovvero quello dell’uomo anziano che si affatica per tutta la vita e poi muore. La terza strofa considera la nascita dell’uomo come sventura insensata secondo la ragione; nella quarta sono presenti le interrogazioni più profonde sul senso del trascorrere del tempo: la morte, le stagioni, l’eternità e il cosmo; nella quinta Leopardi ritorna al confronto con il gregge, meno infelice perchè meno vincolato alla consapevolezza. La sesta strofa consiste in un’esplorazione del canto, con il definitivo e tragico ossimoro: è funesto a chi nasce il dì natale.
Sin dal titolo Leopardi recupera l’approccio primitivo alla natura e torna ad assumere la voce di un uomo “antico”; un personaggio umile e semplicissimo, del tutto esposto al potere di vita e di morte della natura, canta, ovvero esprime liricamente, le sue sensazioni di fronte alla nuda vita. Il pastore esprime il nuovo concetto leopardiano di lirica: la forma più alta di poesia, espressione del bisogno umano di comunicare. Nell’ingenua semplicità del pastore si cela in realtà la nuda essenza delle più profonde questioni relative all’esistenza dell’uomo. L’apparente semplicità ha quindi un immediato effetto. Ogni elemento del paesaggio assume un valore allusivo carico di significato: il deserto rappresenta il percorso senza fine né senso, e diviene l’emblema del desolato, immobile scenario di esistenza. Il vero tema del paesaggio è però la luna, interlocutrice silenziosa e immortale. E’ proprio il suo silenzio intatto che conferisce al canto del pastore la sua intensità: il monologo non fa altro che accentuare il distacco tra la natura e l’uomo. Il poeta utilizza immagini elaborate per descrivere la condizione umana e l’ordine naturale: il drammatico affaticarsi del vecchio, il paradosso del nascere e la rappresentazione del morire. Solo la poesia può dare un senso alla vita, un possibile conforto. La poesia funge da consolazione del male di vivere, ed accompagna il trascorrere della vita. Al polo opposto della luna del cielo è il gregge, vicinissimo al pastore. Entrambi comunque sono estranei all’angoscia del pastore ed entrambi trovano quiete e riposo, non provano noia. Al contrario, la noia è un sentimento per eccellenza umano: l’uomo non sopporta a lungo che alcunché sia sospeso al di fuori dell’orizzonte di senso ordinario. La poesia è un canto caratterizzato da settenari, dal ripetersi del finale di ciascuna strofa in –ale, dalle rime e dalle assonanze.
A sé stesso(facente parte del Ciclo di Aspasia, serie di componimenti poetici che trattano di amore o morte)
Il canto è composto nel 1833 ed è da ricollegare all’esperienza amorosa per Fanny Tozzetti. La presenza di un interlocutore deriva dallo sdoppiamento dell’Io del poeta: la ragione si rivolge al cuore, origine del sentimento e degli impulsi vitali.
All’interno della poesia viene ribadita la scissione tra l’io che propone e l’io che risponde alle proposte del primo: ciò rappresenta la divisione tra mente e cuore. In seguito si dirà “noi” v.4, che rappresenta due persone concordi riguardo la definitiva conclusione del racconto della vita. Si è ormai spenta la speranza, ed anche il desiderio di dolci illusioni. La lirica ripercorre l’ultima fase della dialettica tra la ragione, di svelatrice dell’arido vero, e il cuore, incapace di rinunciare alle illusioni: è uno dei temi vitali del pensiero leopardiano ed assume un accento teso e tragico.
..fino alla Ginestra
Leopardi appare come un intellettuale isolato: egli non è legato a nessuna ideologia, né allo spiritualismo né al positivismo. Ciò è dovuto allo sradicamento dalla società contemporanea, che gli permette di aggredire dall’alto i miti e le diffuse ideologie. Il poeta non ha comunque intenzione di introdurre una nuova corrente di pensiero, bensì vuole manifestare il suo impegno in modo diverso: è per questo che introduce il progetto solidaristico ma allo stesso tempo utopistico della Ginestra. Nel poemetto Leopardi è convinto che sia sufficiente diffondere l’arido vero per trasformare la realtà sociale e politica. Il progetto è utopistico proprio perché non prende in considerazione gli ostacoli politici, economici e sociali per giungere alla confederazione di uomini consapevoli dell’arido vero, la social catena, e all’onesto professar cittadino.
Negli ultimi anni Leopardi assume un atteggiamento fondato sul riconoscimento di un doppio piano della verità, quello dell’ordine delle cose e quello del modo dell’esistenza. La matrice del dolore è, di conseguenza, duplice: esiste il dolore che deriva dall’ordine delle cose, legato all’esistenza della vita e quindi ineliminabile (è il dolore inflitto all’uomo dai mali esterni come malattie, eventi atmosferici e cataclismi), ed esiste un altro tipo di sofferenza, legata al modo dell’esistenza, e riguardante la qualità della vita, la storia, la cultura. Questo secondo tipo di dolore può essere combattuto e rimosso in quanto non dipende dalla natura ma dall’uomo: da qui il recupero del vitalismo e la scoperta, della poesia leopardiana, della dimensione sociale.
Secondo Leopardi l’uomo tende, per via degli istinti più bassi, a contrapporsi l’un l’altro, accrescendo il già grande male di vivere. Ma l’uomo è essere razionale, soggetto di cultura, e secondo Leopardi è capace di dominare gli istinti e produrre valori alternativi come la compassione e l’amicizia. E’ proprio questo il compito della filosofia leopardiana, che si fa promotrice di un autentico progresso sociale.
Da qui nasce l’etica della solidarietà, tema centrale della Ginestra: si impone una grande alleanza tra tutti gli uomini, una social catena che coalizzi i mortali contro la Natura ed abbia il coraggio della verità. Progressismo e pessimismo coesistono in questa fase di pensiero denominato pessimismo eroico.
La ginestra o il fiore del deserto
Composta nel 1836 fu pubblicata come l’ultimo dei Canti, secondo la volontà di Leopardi. La lirica consta di sette strofe.
Nella prima strofa è presente il confronto tra il terribile scenario vesuviano, che ricopre le rovine antiche, e l’umile e dolce presenza della ginestra, cui si contrappone la follia vana ed arrogante dell’uomo, che con i suoi miti cerca false consolazioni al dolore. Nella seconda strofa aumenta l’indignazione verso gli uomini contemporanei che negano la debolezza della condizione umana. La terza strofa descrive il profilo morale necessario per l’uomo moderno: egli può recuperare il fondamento della vita sociale solo affermando la propria dignità come testimonianza ( ammettendo le miserie umane) e come impegno nella guerra comune contro la natura. Nella quarta strofa lo sguardo ed il pensiero si allargano verso il cielo infinito, la cui maestosità conferma al poeta la nullità dell’uomo. La quinta strofa descrive il rapporto tra uomo e natura attraverso una similitudine col mondo animale: la natura non ha riguardo per le città degli uomini quanto non ha riguardo per i formicai; quella che per l’uomo è una catastrofe, per la Natura è un normale evento. La sesta strofa ritorna invece a considerare le rovine di Pompei e si concentra sull’angoscia del “villanello” che abita le pendici del monte ed è emblema della precarietà della condizione umana. La settima strofa ritorna alla ginestra, unica consolazione all’orrore, piena di dolcezza, precaria salvezza che proviene da tutto ciò che è sul punto di cadere via, di essere travolto.
Il ricordo del poeta si lega alla memoria storica delle rovine antiche. La vicenda storica si concentra però sul momento attuale, sulla presenza viva della morte come scena primaria. La condizione di solitudine caratterizza sia il fiore che il poeta: anche se la ginestra esprime il rapporto privilegiato con la desolazione dello scenario, essa testimonia la condizione di abbandono propria di ogni essere vivente. Il fiore ha la radice più profonda nell’essenza dell’essere vivente, generato ed abbandonato all’esistenza in vita e al suo destino in morte. Tutto ciò che esiste o è caduto o è destinato a cadere: proprio nel cadere però, per Leopardi, risiede l’unica salvezza. Si tratta dell’umiltà, orgogliosa e combattiva.
La caratteristica essenziale della natura è il potere totale di vita e di morte : il vulcano è simbolo di tale potere. Questo è capace di annientare ogni distinzione e certezza; i prodotti dell’opera umana sono quindi destinati ad essere cancellati proprio come quelli di “un popol di formiche”. La reazione a questo orrore è all’origine della società, basata su un accordo mirato ad un uso disciplinato della forza organizzata militarmente contro la nemica natura.
La quarta strofa costituisce una pausa lirica. E’ presente un colloquio interiore suscitato dalla visione del paesaggio: il poeta è nuovamente seduto su un rilievo, con lo sguardo verso l’orizzonte nella meditazione dell’infinito. Ma la precedente contemplazione (Infinito) che ebbe come esito il dolce naufragar nel mare dell’immaginazione si trasforma adesso nell’abbandono ad una sorta di vertigine che corrisponde all’esistenza in vita. La vertigine continua poi nella riflessione sull’apparenza e sulla relatività delle grandezze: lo sguardo si fissa sulle luci delle stelle che, anche se sembrano solo un “punto di luce nebulosa”, sono tanto grandi che la terra ed il mare sembrano un punto rispetto a loro. Ancora una volta emerge quindi la sproporzione tra l’infinità dell’universo e la piccolezza delle generazioni umane. La storia e la terra sono solo nomi attribuiti alla breve parentesi tra l’infinità precedente e quella successiva (“questo oscuro granel di sabbia il qual di terra ha nome”). In queste parole è presente la polemica con gli intellettuali, progressisti e spiritualisti, i quali sostenevano che all’umanità fossero riservate “le magnifiche sorti progressive”. Il poemetto si conclude con la denuncia delle illusioni del “secol superbo e sciocco”, che aveva promosso la crescita della civiltà umana.
La Ginestra appare come un poemetto per l’ampio numero di versi e per il tono quasi epico della lirica. Il lessico è aulico e letterario, ricco di echi danteschi e petrarcheschi. Nella descrizione dello scenario vulcanico prevalgono i toni aspri, mentre è più dolce la musicalità nelle parti liriche del notturno.

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