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Pessimismo di Giacomo Leopardi

Il pessimismo di Leopardi nasce dall’ambiente familiare, dal paese e dalla sua condizione fisica. Questo pessimismo si divide in:
Pessimismo storico: l’uomo è infelice a causa di sé stesso in quanto si è civilizzato. È la civiltà a renderci infelici. Quando si viveva nelle foreste la natura era benigna perché aiutava i nostri avi a rimanere inconsapevoli. È come se la natura mettesse un velo sopra gli occhi degli uomini per non farli rendere conto del loro reale stato d’infelicità.
Pessimismo cosmico: l’uomo con il tempo ha scoperto la civiltà, si è evoluto, e si è reso conto della sua reale condizione. La natura è quindi matrigna, cioè non pensa al singolo individuo ma alla specie in generale. Se un singolo individuo soffre la natura nemmeno se ne accorge perché pensa a portare avanti la specie. Tutti gli esseri viventi sono coinvolti in questo stato d’infelicità.
Leopardi dice che siamo in questa situazione di pessimismo perché l’individuo identifica la felicità nel piacere. L’uomo però non cerca un piacere ma IL piacere: un piacere continuo. Se ciò non accade diventa infelice.
Siccome il piacere non può essere infinito l’uomo si deprime e cade nell’infelicità. Per Leopardi la felicità la abbiamo nell’attesa del piacere, che è il piacere stesso. In questo periodo (1815-16) passa dall’erudizione al bello. Dai sette anni di studio “matto e disperatissimo” si dedica alla poesia e scrive “Gli idilli”. È una poesia fatta di molta immaginazione, che è una cosa molto bella. Abbandona quindi gli studi filologici e si dedica alla poesia. Inizia a leggere i poeti classici (Omero, Virgilio, Dante) ma anche i moderni (Rousseau ecc.).
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