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La ginestra

• In questa prima strofa, Leopardi focalizza l’attenzione sul luogo dove pone lo sguardo: il paesaggio desolato delle pendici del Vesuvio. Qui nota un fiore, la ginestra, unico esempio di vegetazione in mezzo a tanta aridità. La contrapposizione che ne emerge è evidente: nella stessa strofa sono menzionati l’aridità del deserto e il profumo della ginestra, che con esso sembra umilmente portare consolazione.
Dall’osservazione del paesaggio deriva una riflessione dell’autore, che confronta le rovine del presente e lo splendore che caratterizzava gli stessi luoghi ai tempi dell’impero romano. Questo porta Leopardi a riflettere sulla fragilità della condizione umana, annientabile in pochi attimi, e sull’indifferenza della natura. Espressioni quali amante natura e dura nutrice vengono impiegate in maniera ironica, per sottolineare l’atteggiamento di matrigna crudele della natura, nei confronti dell’uomo. Nel testo è presente anche un rovesciamento del locus amenus; vengono infatti nominati due animali, il serpente e il coniglio, ma la serpe si annida e contorce, mentre il coniglio torna nella sua sotterranea, quindi buia.

I pensieri di Leopardi sono in forte contrasto con le concezioni ottimistiche e progressiste che caratterizzano il pensiero ottocentesco, contro cui l’autore si scaglia in questa prima parte.
Nell’ultimo verso della strofa, viene ripresa la citazione del cugino Terenzio Mamiani, intellettuale che condivideva un’idea ottimista e religiosa del progresso. L’espressione allude a ogni facile fiducia nella storia e nella trascendenza.
• In questa seconda parte, la polemica contro il presente e le sue concezioni viene esplicitata. Il secolo diciannovesimo viene qui personificato e assume le sembianze di un padre, che si comporta come un ragazzino. Leopardi rinfaccia al secolo il fatto di aver interrotto la tradizione razionalistica del pensiero rinascimentale e illuminista, che aveva permesso un grande progresso e il risollevamento dal periodo medioevale. La causa di quest’interruzione è data dal rifiuto della ricerca settecentesca. Gli uomini sentono il bisogno di illudersi e questo porta al riaffioramento di miti consolatori.
Leopardi sottolinea subito la propria posizione, sostenendo che il suo atteggiamento sarà diverso da quello degli altri intellettuali; proprio per questo, per il suo contrapporsi così schiettamente, sarà destinato ad essere dimenticato. Ciò però non lo preoccupa, anche perché è consapevole che la stessa sorte toccherà all’Ottocento.
Particolarmente emblematiche sono gli ultimi versi della strofa: per Leopardi chi sottolinei la natura divina degli uomini è volto ad ingannare se stesso o gli altri, quindi in buona o in cattiva fede. In ogni caso, egli o è astuto, perché interessato alle falsità che dice, o folle, perché davvero convinto di ciò che sostiene.
• Nella prima parte di questa strofa, è presente un’allegoria. Viene introdotta la figura di un uomo, malato e povero, inteso a rappresentare l’intera condizione umana. Parte della critica riconosce anche un riferimento autobiografico in questo personaggio.
L’uomo può decidere di comportarsi in due modi differenti: o mostrarsi e considerarsi come è davvero, dimostrando così di avere un animo nobile, oppure fingere una ricchezza e una buona condizione fisica, divenendo così oggetto di scherno.
Anche alla stessa umanità, quindi,si offrono le stesse opzioni.
Nel proseguo della strofa, viene considerato il caso della simulazione, il comportamento adottato dagli intellettuali del tempo, che promettono orgogliosamente felicità sconosciute. Contro tutto ciò si scaglia il poeta, ricordando alcune tra le ragioni di debolezza e fragilità dell’uomo, come disastri naturali ed epidemie. Il riferimento a maremoti e terremoti si ricollega anche all’ambientazione del canto, nella quale la potenza distruttrice dell’eruzione vulcanica palesa tutto ciò che ha enfatizzato Leopardi.
Nella seconda parte della strofa, invece, viene proposto un nuovo modello di comportamento sociale. Viene presa in considerazione il comportamento alternativo alla simulazione ed esteso nuovamente a tutta l’umanità.
Anche in questo caso all’uomo sono offerte due possibilità: può reagire alle ingiustizie della vita o accusando altri uomini, oppure accusando la natura. Gli altri uomini, in questo secondo caso, diventano ottimi alleati nella battaglia contro il nemico comune. Anche questo concetto è enfatizzato dalla presenza di una similitudine, che paragona gli uomini che si combattono tra loro, senza accorgersi che il vero nemico è la natura, a dei soldati che, proprio mentre i nemici avanzano, si attaccano tra loro.
Leopardi conclude il pensiero dicendo che il giorno che l’infelicità dell’uomo sarà un fatto riconosciuto da tutti, allora le virtù civili saranno fondate su una base solida, ovvero la realtà oggettiva, e non più su sciocche superstizioni, come invece avveniva in passato.
I richiami a Rousseau e al suo “Contratto Sociale” sono qui evidenti.
• In questa strofa, l’osservazione del paesaggio desolato spinge l’autore a riflettere oltre ciò vede e si cala personalmente nella realtà osservativa. La dimensione della strofa diventa spaziale, rovesciando così la concezione cristiana per la quale la Terra stava al centro dell’universo.
La grandezza di questo, però, non spinge l’autore a vedere la necessità di una divinità creatrice; al contrario, dimostra la piccolezza e marginalità dell’uomo.
Oltre all’antireligiosità, queste strofe si prefigurano come una contestazione della mentalità antropocentrica dell’epoca. L’uomo infatti continua a considerarsi al centro del mondo, nonostante sia evidente il contrario.
• In questa strofa leopardi si concentra sulla fragilità dell’uomo e lo fa utilizzando una lunga similitudine.
Come le formiche, che dopo aver tanto faticato nel costruire le loro colonie, vengono schiacciate da un piccolo frutto maturo che cade dall’albero proprio sul loro formicaio, allo stesso modo l’uomo, dopo aver impiegato anni nel costruire la sua civiltà, viene annientato in pochissimi istanti dalla potenza del vulcano, che sommerge con la lava le città. In questo modo, Leopardi ripropone nuovamente il paesaggio desolato.
Inoltre, sottolinea come il comportamento della natura non cambi, a seconda che si tratti dell’uomo o di altre forme di vita.
• Il tema di questa strofa è la relatività del tempo storico degli uomini; come il Vesuvio ha eruttato diciotto secoli prima, così fare, e in effetti farà, nuovamente.
La prima parte della strofa infatti interessa una vicenda di distruzione presente, nella quale una famiglia di contadini viene travolta dalla potenza devastatrice della lava. La tenerezza con cui Leopardi presenta la vicenda rafforza ulteriormente il contrasto tra la fragilità degli uomini e la crudeltà della natura.
Nella seconda parte l’autore presenta il tema preromantico delle rovine. Sono passati diciotto secoli dal disastro di Pompei, ma sembra sia passato un giorno, perché la minaccia del vulcano è ancora presente. Leopardi invita a tener conto della subordinazione dell’uomo alle forze naturali; in questa maniera, critica le concezioni filosofico-idealistiche della storia, che invece sottolineavano la grandezza umana. Anche qui il poeta rimanda alla marginalità dell’uomo.
• Nell’ultima strofa il poeta ritorna a rivolgersi alla ginestra; lo scopo di questi versi è spiegare il significato di questa allegoria.
La ginestra svolge un’azione consolatoria e abbellisce i luoghi devastati dall’eruzione; è quindi un invito agli uomini ad essere solidali tra loro, senza aggravare la situazione combattendosi a vicenda.
Inoltre, il fiore si comporta in una maniera assolutamente dignitosa, di fronte alla forza che la distruggerà. Ella non è orgogliosa, cosa che risulterebbe inutile, e tuttavia nemmeno vile, implorando pietà. Non tenta neppure di consolarsi con folli affermazioni di immortalità, sia che siano fondate dalla fede nell’aldilà, sia che si basino su di una fiducia laica dell’uomo di procurarsi da solo una perdurata nel tempo.

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