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La ginestra - commento versi dal 231 al 236

“Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.” Vv. 231-236 da La Ginestra

Il poeta in questo canto mette in contrapposizione la smisurata potenza della Natura con la debolezza e fragilità, e direi quasi impotenza del genere umano: da un lato la Natura che tutto può e dall'altro l'uomo che deve subire ciò che la divinità superiore con i suoi "decreti" ha stabilito per lui; l'inesorabile inimicizia della Natura nei confronti degli uomini in contrasto con la ridicola superbia degli uomini che, pur non essendo nulla, si credono padroni e signori della terra e dell'universo. Il senso di pietà per i viventi e per le loro debolezze, che percorre tutto il canto, trova espressione nell’affettuosa rappresentazione del popol di formiche, trasportata in una prospettiva umana. A riprova di ciò, nella vicenda del formicaio annientato dall’accidentale caduta di un frutto maturo, l’attenzione è tutta rivolta alla fatica e all’impegno dei laboriosi insetti nel costruire ( vv. 205-210 ), mentre nella seconda parte della similitudine (vv. 212-226 ) la scena grandiosa e dettagliata mette in risalto l’impeto inarrestabile della natura nel distruggere. Tutto ciò che l’uomo si affanna a costruire, la natura può distruggerlo all’istante, se le ceneri e la lava eruttati dal vulcano annientarono città e campi coltivati con la stessa facilità con cui un frutto cadendo dall’albero schiaccia un formicaio. Spesso accade che l’uomo si domandi e cerchi di spiegarsi lo svolgersi dei fenomeni naturali, perdendo di vista il suo agire, molto spesso egoista e unicamente dedito alla propria persona.

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