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Canto notturno di un pastore errante per l'Asia

Il “Canto notturno di un pastore errante per l’Asia” è un grande idillio scritto in seguito alla lettura da parte di Leopardi di un articolo che trattava di un Barone Russo che effettuò un viaggio in Asia dove conobbe le popolazioni dei kirghisi che amavano la notte contemplare la Luna. Il pastore cerca di instaurare un dialogo con la Luna ma essa è silenziosa, c’è il paragone tra Luna e pastore che sono entrambi erranti e il pastore vuole conoscere il senso della vita. In seguito il pastore descrive alla Luna la fatica che caratterizza la vita dei mortali e ciò rappresenta un pellegrinare universale verso la morte e l’oblio, la Luna adesso invece si presenta come vergine e questo accentua ancora di più la distanza con il pastore che è mortale e la luna stessa che è immortale. In seguito c’è il tema della nascita che è fatale (citazione di lucreziana memoria, de rerum naturae) e quindi il pastore chiede alla luna perché si viene messi al mondo ma la luna continua imperterrita a non rispondere ed adesso è intatta, non la toccano le sofferenze umane. Continuando il pastore si pone numerosi interrogativi invano e chiede alla luna la ragion d’essere degli uomini e del mondo perché lei è eterna, ma ella continua non rispondere e allora il pastore giunge alla conclusione che la vita è male. Allora il pastore invidia il beato gregge perché non è colpito dalla noia che è il dolore più cocente; infine l’io del poeta si innalza al cielo e si ha il passaggio da pessimismo individuale a pessimismo cosmico.

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