Giacomo Leopardi


Leopardi nacque a Recanati (attualmente nelle Marche) nel 1798, un borgo che allora apparteneva allo Stato pontificio, uno dei più arretrati d’Italia. 

Lo scrittore apparteneva a una famiglia nobiliare in cattive condizioni economiche: il padre, Conte Monaldo, era un intellettuale di cultura accademica e poco aggiornata, di idee reazionarie (fortemente conservatrici) avverse ai valori diffusi dalla Rivoluzione Francese e dalle campagne napoleoniche. 

Nel suo palazzo possedeva una ricca biblioteca nella quale si formò il giovane figlio sotto le cure di un maestro privato che gli insegnò il latino e il greco.
La straordinaria precocità permise al poeta di acquisire in breve tempo una vastissima cultura classica di tipo erudito e di proseguire i propri studi da autodidatta.
Leopardi imparò anche l’ebraico e qualche nozione di armeno.

I suoi primi lavori furono compilazioni erudite tra cui spiccano una storia dell’astronomia e un saggio intitolato “Sopra gli errori popolani degli antichi”.
A questi lavori affiancò anche traduzioni da classici greci e latini che evidenziano la grande competenza del giovane intellettuale nell’ambito degli studi classici e della filologia.

Importante per la sua formazione fu l’incontro con il letterato Pietro Giordani di orientamento classicista ma di idee democratiche e laiche; in questo scrittore Leopardi trovò la guida spirituale che gli mancava e che gli consentì di allargare il proprio sguardo sul mondo esterno.

Nel 1819 Leopardi tentò una fuga da Recanati definita “Natio Borgo Selvaggio”, ma essa fu sventata dal padre.
Il 1819 fu un anno di profonda crisi nella quale Leopardi si convertì dall’erudizione al bello, cioè alla sensibilità per la poesia.

In questo periodo lo scrittore lesse le opere principali della classicità, della nostra tradizione letteraria e della letteratura europea contemporanea, venendo a contatto con le novità del Romanticismo.

Nel 1822 si trasferì a Roma, ospite dello zio materno Carlo Antici, ma il soggiorno nella città lo deluse per la ristrettezza degli ambienti intellettuali.

Nel 1823 fece ritorno a Recanati, dove attraversò un periodo di aridità spirituale che lo indusse ad abbandonare la poesia e a dedicarsi alla prosa, passando dall’amore per il bello a quello per l’arido vero – la reale e triste condizione dell’uomo.

Nel 1824 compose una serie di operette morali in prosa che pubblicò nel 1827 a Milano presso l’editore Stella.

Nello stesso anno Leopardi soggiornò a Firenze entrando a contatto con gli intellettuali toscani legati alla rivista “L’Antologia” e al “Gabinetto Vieusseus”; trascorse l’inverno tra il ’27 e ’28 a Pisa, dove la mitezza del clima e la bellezza dei luoghi favorirono la rinascita della facoltà poetica e un’attenuazione dei suoi mali fisici che lo tormentavano fin dall’adolescenza.
Era afflitto infatti da una tubercolosi ossea che gli provocò delle deformità fisiche e problemi di vista.

Tra il ’28 e il ’30 compose gli “Idilli Pisano Recanatesi” o “Grandi Idilli”. 

Nel 1833 Leopardi si trasferì a Napoli con l’amico Antonio Ranieri che aveva conosciuto a Firenze nel ’30 insieme a un donna nobile, Fanny Targioni Tozzetti con la quale cercò di instaurare una vera relazione sentimentale subendone una cuocente delusione.

A Napoli Leopardi compose le sue ultime opere, tra le quali la più importante è “La Ginestra” o “Il Fiore Del Vesuvio”, considerato il suo testamento poetico-spirituale. 

In questa città morì nel 1837, a 39 anni.
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