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Giuseppe Ungaretti
Vita e opere
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto, nel 1888, da genitori lucchesi: il padre lavorava come sterratore al canale di Suez. In Egitto, frequenta scuole di lingua francese e studia i classici, come Baudelaire e Mallarmé, oltre che il filosofo Nietzsche.
A 24 anni, per perfezionare gli studi, va a Parigi, dove è allievo di Henri Bergson. Intanto, entra in contatto con gli ambienti intellettuali: conosce Pablo Picasso e si lega ai futuristi italiani, tanto da pubblicare sulla loro rivista di riferimento – la “Lacerba” - la sua prima poesia, “Il paesaggio di Alessandria d'Egitto”.
Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, torna in Italia e aderisce al movimento interventista, guidato da Benito Mussolini. All'entrata nel conflitto, Ungaretti si arruola come volontario e combatte prima sul Carso, dove nasce “Il porto sepolto”, poi in Francia.
Nel 1919, dopo la fine della guerra, pubblica “Allegria di naufragi”. Un anno dopo, a Parigi, sposa Jeanne Dupoix e, quindi, torna di nuovo in Italia: aderisce al fascismo e ottiene un impego al Ministero degli Esteri, ma continua nell'attività letteraria.

Anzi: tale attività s'intensifica, tra il 1931 e il 1933. Durante questo periodo, infatti, pubblica il “Sentimento del tempo” - uno dei testi che influenzerà maggiormante l'ermetismo.
Nel 1936, dopo una sofferta conversione religiosa, è invitato dal governo brasiliano a insegnare Letteratura italiana, a San Paolo. Durante quest'esperienza, durata sette anni, Ungaretti è provato dalla la morte del fratello, Costantino, e del figlio, Antonietto.
Nel 1942, dopo l'entrata in guerra del Brasile a fianco degli Alleati, torna in Italia, dove ottiene la cattadra di Letteratura moderna e contemporanea all'Università di Roma, grazie alla sua ormai immensa fama.
Ungaretti elabora i due lutti, così come la precaria situazione che lo circonda, in una raccolta del 1947, “Il dolore”. Pubblica, successivamente, altre opere, tra le quali “La terra promessa”, “Un grido e paesaggi” e “Taccuino del vecchio”.
Nel 1969, dà alle stampe “Vita d'un uomo”, raccolta che comprende l'intera produzione poetica dell'Ungaretti e, in un certo senso, sottolinea il suo carattere indagatore e biografico.
Nella notte di Capodanno del 1970, infine, scrive la sua ultima poesia, “L'impietrito e il velluto”. Morirà a Milano, il primo giugno di quello stesso anno.

Poetica
La poesia indagatrice
Ungaretti concepiva la poesia come indagine, forma di conoscenza della verità, che il poeta doveva rivelare - così com'è possibile intuire “Porto sepolto”, lirica che apre l'omonima raccolta, confluita in “Allegria di naufragi” e poi nell'edizione definitiva, “Allegria”.

Il porto sepolto
Mariano il 29 giugno 1916
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde*

Di questa poesia
mi resta
quel nulla*
d'inesauribile segreto
*v.3: “disperde” è usato nel siginficato di “diffondere”, ma secondo un'altra accezione del termine, più negativa, si potrebbe intendere come “dare a chi non merita”. Ecco: in questo passo, quindi, si potrebbe leggere una critica agli uomini del suo tempo, presi dalla guerra, e perciò indegni di scoprire il segreto portato alla luce dal poeta.
*vv.6-7: Ecco: il poeta, dopo essersi “immerso” nel “Porto sepolto”, non può rivelare che un frammento di una verità, inesauribile.
In questo senso, la parola, scarna ed essenziale, è fondamentale nella riscoperta dell'io. Scavando dentro di sé, il poeta può cogliere una scintilla di verità, grazie alla momentanea illuminazione: è questa la lezione di “Commiato”.
Commiato
Locvizza il 2 ottobre 1916
Gentile
Ettore Serra*
poesia*
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola*
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso*
*v.2: Ettore Serra era un ufficiale dell'esercito, oltre che compagno d'armi del poeta e promotore della prima stampa del “Porto sepolto”.
*v.3-6: Ungaretti afferma qui l'universalità della poesia, che parte da un momento interiore per poi arrivare all'intera umanità.

*v.6-8: l'illuminazione poetica è il momento che permette di scoprire il “frammento di verità”. È un momento, questo, che nasce dall'intuizione e da un attimo di “delirante” vitalità.
*v.9-13: in questa strofa, Ungaretti riprende l'immagine dell'immersione del poeta nel profondo, in questo caso nel proprio silenzio, per riaffiorare poi dopo aver trovare una parola che – come detto dal poeta stesso – pentri il “buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto”.
Per questo motivo, le sue liriche sono solitamente brevi e frammentate, ricche di pause, per sottolineare l'importanza del singolo vocabolo – grazie alla tecnica del versicolo. Inoltre, i frammenti di verità sono solitamente espressi tramite simboli, seguendo l'influsso dei Simbolisti francesi.
La precarietà dell'esistenza
Nella sua prima poetica, insomma, il superfluo viene eliminato: si assiste all'abolizione della punteggiatura, in favore di spazi bianchi che enfatizzano la pregnanza dei versi; proprio riguardo a quest'ultimi, assistiamo a un'altra rivoluzione, poiché viene abbandonata la metrica tradizionale.
La frammentazione del verso, che approda al verso libero, quando non addirittura d'una sola parola (il versicolo), corrisponde alla precarietà dell'esistenza umana, rafforzata dall'esperienza della guerra, raccontata in “Il porto sepolto” - seconda sezione di “Allegria di naufragi”; una sorta di diario, fortemente autobiografico, com'è possibile notare da alcune scelte stilistiche (l'indicazione di data e luogo, per esempio) oppure dalla divisione in cinque sezioni, ordinate in base alla data di composizione dei testi.
“Il porto sepolto” nasce tra le trincee del Carso e, quindi, non può che risentire di quella situazione: innanzitutto, da un punto di vista pratico, date le condizioni di guerra, raccontate in “Veglia”.
Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915
Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato*
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore*

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.
*v.4: è il primo “versicolo”. Così come gli altri, esprime la violenza della guerra, anche da punto di vista fono-simbolico (la “t”, che si ripete, dà il senso del macabro).
*vv.11-12: la morte è penetrata fin nel silenzio del poeta, che nonostante ciò scrive lettere piene d'amore. È l'esaltazione estrema dello slancio vitale, che si manifesta esplicitamente nei tre versi conclusivi.
Ma la guerra influenza pure l'aspetto formale, poiché il verso spezzetato restituiva a pieno la condizione di quanti vivevano il fronte, come si può leggere in “Soldati”, dove Ungaretti accosta analogicamente la figura dei soldati – un plurale che dà toni universali al componimento – a quella delle foglie d'autunno.
Soldati
Bosco di Courton luglio 1918
Si sta* come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
*v.1: Il verbo impersonale allude a una condizione di una massa anonima di soldati.

Il senso di precarietà e di solidarietà che lega i soldati è riproposto, se non rafforzato, in “Fratelli”, lirica rivista più volte dal poeta – come da sua abitudine – e apparsa in versione definitiva, qui riportata, in “Allegria”, del 1942.

Fratelli*
Mariano il 15 luglio 1916
Di che reggimento
siete fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente nella sua
fragilità*

Fratelli
*: La parola “fratelli” è ripetuta nel titolo, nel secondo (nella composizione originale, il termine è usato al singolare) e ultimo verso per indicare una struttura circolare, che rimanda all'idea della solidarietà umana.
*v.9: La ripetizione del gruppo “fra” e della consonante “l”, così come quella dei suoni “ento”, “ente”, “ante”, sembrano legare il componimento e, di rimando, rendono la condizione di precarietà comune a tutti gli uomini, così come comune deve essere la solidarietà.

Lo stesso Ungaretti giustificherà le innovazioni apportate, in base al momento storico vissuto: “Se la parola fu nuda”, dirà nel 1955, “è perché in primo luogo l'uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo, e quella gli sembrava la rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze storiche muoversi dalle parole. Le condizioni della poesia nostra e degli altri paesi allora non reclamavano del resto altre riforme se non questa fondamentale”.
Tradizione e continuità
Il valore della parola manterrà un ruolo centrale nell'evoluzione poetica dell'autore, che in “Sentimento del Tempo” approderà a un vivo interesse per la tradizione italiana, innestata su un complesso di folgorazioni e legami analogici – già presenti nel primo Ungaretti.
Rimane comunque vivo il senso di caducità dell'esistenza, rafforzato dall'attenzione per la Roma barocca. Dal punto di vista stilistico, come detto, assistiamo a un ritorno al classico, “incentivato” dalla ricerca dell'ordine del fascismo: il verso libero cede il passo a settenari, novenari ed endecasillabi – talvolta, pure a quinari; il ritmo si distende, ma la sintassi diventa più complessa, così come il lessico; lo stile nominale è dominato dagli astratti; l'aggettivazione s'intensifica e cerca raramente l'accostamento al sostantivo; il vocativo è usato quasi come grido.
Questa raccolta, inoltre, segna l'avvicinamento del poeta a un autentico sentimento religioso, modellato sulle teorie del tempo del filosofo Henri Bergson – secondo il quale, un evento del passato può tornare attuale, grazie alla memoria. È un po' ciò che avviene in “La madre”, lirica composta in occasione della morte della mamma, dove quest'ultima si fa intermediario tra il poeta e Dio e il ricordo dell'infanzia torna attuale, creando un senso di continuità tra la vita terrena e dell'aldilà.
La madre
E il cuore quando d'un ultimo battito,
Avrà fatto cadere il muro d'ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano*,

In ginocchio, decisa,
Sarai una statuta davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi*.

E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi*.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
Evrai negli occhi un rapido sospiro*.
*vv.1-4: si nota, sin da subito, l'influsso della conversione al cattolicesimo. Ungaretti esprime una certezza, ossia quella che la morte gli permetterà di ricongiungersi alla madre, che ora si trova nell'aldilà. Inoltre, in questa prima strofa troviamo già un ricordo del passato, che torna – o, meglio, tornerà – presente.
*vv.9-10: dopo un altro ricordo – probabilmente – d'infanzia, tra i vv. 7 e 8, Ungaretti riporta alla mente il momento della morte della madre, che in quel preciso istante s'affida completamente a Dio, in perfetto spirito cristiano.
*vv.13-14: Ungaretti sottolinea di nuovo la profonda devozione della madre, che è intermdiaria tra il poeta e Dio e prega affinché il figlio sia perdonato; solo allora potrà guardarlo.
*v. 15: Il sospiro può essere visto come un sospiro di sollievo di una madre che ha “atteso tanto” il figlio.
L'ultimo Ungaretti: dolore e speranza
L'infanzia tornerà nell'ultima produzione di Ungaretti, che si apre con il “Dolore”, nel 1947. È il momento più drammatico di questa vita d'un uomo, così come il poeta stesso titolerà la sua intera produzione, poiché coincide con la morte del figlio: “Fu la cosa più tremenda della mia vita. So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima (avendo vissuto, ormai, due guerre mondiali, ndr); ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte”.
Ecco: se in “Sono una creatura”, lirica del “Porto sepolto”, aveva scritto che “la morte si sconta vivendo”, riferendosi al crudele destino del sopravvissuto durante la guerra, ora Ungaretti soffre quella pena in solitudine, nel profondo del suo animo. Ed è una pena già dura, rafforzata dall'esperienza della Seconda guerra mondiale, che lo porta a lanciare un grido di speranza, un appello alla solidarietà: “Non gridate più”, lirica composta dopo la fine del conflitto, dove invita a cessare “d'uccidere i morti”; è un Ungaretti che ormai ha perso fiducia nel genere umano, tanto da arrivare a dire che l'erba è “lieta dove non passa l'uomo”, resosi protagonista d'inenarrabili violenze.
Non gridate più
Cessate d'uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate,
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.

Nonostante la fragilità attribuita all'esistenza, Ungaretti si è sempre sentito – come scrive in “Fiumi” - una “fibra dell'universo”, infinito, con il quale – grazie all'illuminazione – arriva quasi a fondersi e, anzi, immergersi in esso – un po' come nel “Porto sepolto”. È questa, la fusione nell'infinito, la sintesi perfetta della poetica di Ungaretti, magistralmente condensata in “Mattina”.
Mattina
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917
M'illumino
d'immenso

La produzione dell'Ungaretti, quindi, si chiuderà con un barlume di luce: nella “Terra promessa”, poema drammatico iniziato nel 1935 e pubblicato nel 1950, il poeta riporta alla luce i suoi sogni giovanili – la terra promessa è l'Italia, vista dall'Egitto – che crollano in “un autunno inoltrato”, come lo stesso poeta identifica la vecchiaia.

L'infanzia, ora vista come speranza di tempi migliori, torna nell'ultimo componimento del vate della poesia novecentesca, “L'impietrito e il velluto”. È una poesia matura e modernissima, oltre che inno alla vita: nonostante le asperità, la vita merita d'essere vissuta, sempre. Una vita che reagisce pure alla distruzione e alla morte, oltre che ai drammi personali, così come si legge in “Allegria di naufragi”, lirica che darà il nome all'intera raccolta: l'allegria è lo slancio vitale, tratto tipico della filosofia di Bergson, l'attaccamento alla vita già espresso in “Veglia”, che vince il naufragio, ossia la guerra stessa.
Allegria di naufragi
Versa il 14 febbraio* 1917
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
*: il mese di febbraio è molto importante nella vita di Ungaretti. Nato proprio l'8 febbraio, il poeta dedicherà alcuni versi a questo mese, nel “Taccuino del vecchio”, dove si sofferma sulla mimosa (“Con minuto fiorire gialla irrompe la mimosa”, si legge nel nono degli “Ultimi cori per la terra promessa”) che rompe il grigiore dell'inverno e, simbolicamente, vince la morte.

E quest'élan vital torna, quindi, nella lirica che conclude – idealisticamente – il cammino di Ungaretti, che qui s'ispira alla figura di Dunija - la sua tata croata, dallo sguardo vellutato, apparsa già nella raccolta “Croazia segreta”. È l'infanzia che torna nel presente, pregna dei suoi sogni; è, forse, la “terra promessa”, cercata a lungo, dopo una lunga perigrinazione: la “Vita d'un uomo”.

L’impietrito e il velluto
Ho scoperto le barche che molleggiano
Sole, e le osservo non so dove, solo.

Non accadrà le accosti anima viva.

Impalpabile dito di macigno
Ne mostra di nascosto al sorteggiato
Gli scabri messi emersi dall’abisso
Che recano, dondolo nel vuoto,
Verso l’alambiccare
Del vecchissimo ossesso
La eco di strazio dello spento flutto
Durato appena un attimo
Sparito con le sue sinistre barche.

Mentre si avvicendavano
L’uno sull’altro addosso
I branchi annichiliti
Dei cavalloni del nitrire ignari,

Il velluto croato
Dello sguardo di Dunja,
Che sa come arretrarla di millenni,
Come assentarla, pietra
Dopo l’aggirarsi solito
Da uno smarrirsi all’altro,
Zingara in tenda di Asie,
Il velluto dello sguardo di Dunja

Fulmineo torna presente pietà.

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