Giuseppe Ungaretti


Il ritorno all'ordine → con la conclusione della guerra si affermò in Italia un nuovo clima culturale, si aprivano dinanzi alla società italiana e alla sua classe politica problemi materiali nuovi e di inusitata gravità. Il fermento che aveva alimentato nei ceti borghesi l’adesione a forme di vitalismo e di ottimismo lasciava il posto a una insicurezza diffusa. Anche la stagione dello sperimentalismo e delle avanguardie volgeva al termine. Tornava a farsi strada l’idea dello scrittore come cultore della bellezza, custode dei valori della tradizione. Il ritiro degli intellettuali entro i confini circoscritti del mondo delle lettere coincise, nel mondo reale, con la diffusione del movimento fascista e il consolidamento del regime. Respirarono questa atmosfera di ritorno all’ordine quegli uomini che pure avevano aderito alle avanguardie e che, optavano ora per le soluzioni tese a recuperare i valori dell’equilibrio, dell’armonia, della bellezza, alla ricerca di un nuovo classicismo (come con Gino Severini). La rivista che più consapevolmente promosse questo richiamo all’ordine fu “La Ronda”, fondata a Roma nel 1919 da un gruppo di scrittori fra i quali Bacchelli, Cardarelli, Cecchi e Barilli. Il senso del suo programma è espresso nel titolo: la ronda è, la pattuglia militare che ha il compito di riportare in caserma i soldati che si attardano in libera uscita o che si comportano in maniera sconveniente. Allo stesso modo essa si proponeva di recuperare la dignità dell’uomo di lettere, richiamandolo al suo magistero, che è quello della bella scrittura, della nobiltà della tradizione umanistica. Essa respingeva gli eccessi delle avanguardie, ma guardava con distacco anche i modelli di D’Annunzio e Pascoli. Il frammento vociano si trasformò in prosa d’arte, cioè una scrittura equilibrata e volta la bello. Il modello prediletto furono le “Operette morali” di Leopardi. Per altre vie si andava consolidando anche un ritorno alla forma del romanzo. Ebbe un significato particolare il romanzo “Rubè” (1921) di Borgese che raccontava la parabola di un intellettuale borghese incapace di abbandonare il proprio velleitario ribellismo (atteggiamento adattato anche dalle avanguardie). Rubè è un inetto che rappresenta bene l’ambiguità, psicologica e politica, della generazione dei sovversivi piccolo-borghesi, che oscillano tra destra e sinistra e che finiranno poi con l’ingrossare le fila del movimento fascista. Anche il rondista Bacchelli si cimenterà nel recupero del romanzo storico di stampo manzoniano (“Il diavolo al Pontelungo” 1927).

Giuseppe Ungaretti → il primo ad esser riuscito a trovare un punto di incontro tra avanguardie e costruzione di un nuovo equilibrio formale.
Nasce ad Alessandria d'Egitto il 10 febbraio 1888 da immigrati italiani di origine lucchese. Il padre muore quando Giuseppe ha solo due anni; la madre gestisce un forno. Frequenta la “Baracca Rossa”, un ritrovo internazionale di anarchici organizzato dallo scrittore versiliese Enrico Pea. Nel 1912 si trasferisce a Parigi (capitale culturale europea del tempo) e entra in contatto con gli ambienti delle avanguardie: conosce Apollinaire, Leger e poi Severini, Braque, Satie, nonché il gruppo di futuristi italiani, in particolare Papini, Soffici e Palazzeschi, che lo convincono a collaborare con la rivista fiorentina “Lacerba” dove compaiono alcune sue poesie. Nel 1914 rientra in Italia, dove partecipa alla campagna interventista e l'anno seguente parte per il fronte come soldato semplice. Nel 1916 esce la sua prima raccolta di poesie a cura dell'amico Ettore Serra intitolata “Il porto sepolto”, testi composti nei luoghi di combattimento.

Nel 1919 essa confluisce per intero nell'edizione edita a Firenze da Vallecchi con il titolo “Allegria di naufragi”. La terza e definitiva edizione seguirà nel 1931 con il titolo “L'allegria”. Dopo la guerra rimane a Parigi come inviato del quotidiano fascista “Il popolo d'Italia” e si unisce in nozze con Jeanne Dupoix. Si stabilisce a Roma nel 1920, dove inizia un recupero della tradizione letteraria in linea con la tendenza restauratrice del ritorno all'ordine. Si converte al cattolicesimo e aderisce idealmente al fascismo, nel quale vede soprattutto la spinta innovatrice e antiborghese, così da ripubblicare nel 1923 “Il porto sepolto” con una presentazione di Benito Mussolini. “Il sentimento del tempo” esce nel 1933. dal 1937 al 1942 si trasferisce con la famiglia a San Paolo in Brasile, dove insegna lingue e letteratura italiana. Il soggiorno è funestato da due lutti: il fratello e il figlio, che lo portano alla pubblicazione di una nuova raccolta poetica del 1947 dal nome “Il dolore”. Ottiene in Italia la cattedra di letteratura e viene nominato Accademico d'Italia. Escono nel 1950 “La terra promessa” e nel 1960 “Taccuino del vecchio”. Nel 1969 Mondadori pubblica la raccolta completa dei suoi versi “Vita di un uomo”. Muore a Milano nella notte fra l'1 e il 2 giugno del 1970.
La sua produzione poetica può essere suddivisa in due fasi principali. La prima culmina nella “Allegria” e raccoglie tutti i fermenti che Ungaretti trae dal rapporto con le esperienze di avanguardia (in particolare Espressionismo e Futurismo), conciliandoli con la matrice simbolista della sua formazione. Egli pero li supera, procedendo alla ricerca di un linguaggio assoluto, che trasformi le scelte provocatorie delle avanguardie in proposte positive e definitive. Cosi facendo cerca di rifondare una lingua poetica attraverso un percorso di eliminazione del superfluo dall’interno. La seconda si ha a partire dagli anni Venti, quando inizia un progressivo ripensamento dell’esperienza poetica, che muove da un recupero della tradizione letteraria e del suo significato storico, dalla riscoperta del valore del tempo. A questo si riferisce il titolo della raccolta “Sentimento del tempo”, il più importante risultato della seconda fase della sua produzione. Qui il linguaggio acquista una complessità sintattica che era estranea ai testi dell' “Allegria”, procedendo per allusioni. L'oscurità espressiva che ne deriva diventa l'immagine dell'insopprimibile mistero posto al fondo della conoscenza. Idea ripresa come modello dagli ermetici.
La ricerca dell'“innocenza” → nella poesia di Ungaretti il tentativo di cogliere nelle realtà segni capaci di rivelare significati nascosti assoluti che è proprio della tradizione del Simbolismo francese, si incontra con l’urgenza della testimonianza autobiografica che appartiene alla area espressionista. Dal Simbolismo deriva la concezione del poeta come sacerdote e della poesia come religione della parola. Dall’Espressionismo discende invece l’attenzione agli aspetti più ruvidi e contraddittori dell’esperienza personale, che sembrano continuamente porre in discussione la possibilità di trovare un significato. Da qui anche la volontà di raccogliere la propria produzione poetica in “Vita di un uomo”. La grande poesia d'Ungaretti nasce al fronte, lo testimoniano innanzi tutto la data e il luogo di composizione (Locvizza, Cotici, Valloncello, ecc.). È la situazione tragica della guerra a generare nell’uomo il senso di sradicamento, lo smarrimento dei consueti punti di appoggio grazie ai quali si mantiene viva l’impressione che tutto abbia un senso. Dove la vita è appesa a un filo e la morte semina cadaveri sul campo, si pongono due sole alternative: la disperazione che porta alla follia, oppure la possibilità di cogliere al di là dello spettacolo di disfacimento una verità in grado di reggere all’urto violento di un’esperienza estrema. La poesia è capace di far fiorire la parola dove domina la morte e attraverso la parola recuperare il senso della vita. Al tempo stesso l’esperienza di guerra è condivisone di una condizione comune e quindi superamento della solitudine esistenziale, il sentirsi come gli altri, membro di una comunità che condivide lo stesso doloroso disagio, è spesso una via di salvezza dalle privazioni della devastazione. Analogamente agisce anche la ricerca di una sintonia con la natura, del bisogno di sentirsi parte del tutto (o «docile fibra dell'universo» come scrive nei “Fiumi”). La disarmonia provocata dalla guerra, la degenerazione della morte, suscitano il bisogno di armonia e di innocenza. Ungaretti si avvicina in questo al pensiero dell’unanimismo, una dottrina che predicava la necessità di superare l’individualismo nella società di massa per guardare a uno spirito collettivo, a un punto di vista unanime. Nel caso di Ungaretti la dimensione comune è quella della guerra di posizione e del rapporto con l’organismo vivente della natura.
Il titolo “Allegria di naufragi” nel 1919 ha la forma di un ossimoro, nel senso che unisce il significato positivo (allegria) con quello negativo (naufragio). Il naufragio è innanzi tutto quello esistenziale e autobiografico dell’esperienza bellica, che rivela l’illusorietà di ogni certezza, ma è anche il recupero dell’immagine del naufragio utilizzata dai simbolisti che implicava il superamento delle tradizionali forme di conoscenza per abbandonarsi a nuove esperienze dei sensi: un naufragio necessario alla rinascita. L’allegria indica la forza naturale che contro ogni aspettativa segue la distruzione: è l’energia pura, che restituisce un valore autentico a una realtà che sembrava aver perso ogni valore. L’allegria è la forza del soldato che sa scrivere parole d’amore in mezzo alla morte ed è la parola della poesia che crea un mondo nuovo dalle macerie. Sarà solo questa a campeggiare come titolo dell'edizione del 1931, segno della volontà di sottolineare solo la funzione positiva della poesia. L’”Allegria” è divisa in 5 sezioni: la prima si intitola “Ultime” e raccoglie poesie scritte prima della guerra, cioè le ultime della sua infanzia. Segue “Porto sepolto” che contiene poesie di guerra, cosi come le due sezioni successive “Naufragi” e “Girovago” raccolgono poesie di guerra composte rispettivamente sul fronte del Carso e in Francia tra il 1916 e il 1918. L’ultima parte contiene testi composti dopo la guerra e con il titolo di “Prime” allude alla nascita di una nuova poetica che confluirà in seguito nel “Sentimento del tempo”.

La verità della parola → la poetica dell’”Allegria” si fonda sul tentativo di recupero dell’innocenza della parola. Ciò è possibile solo attraverso lo sradicamento della parola dal flusso del linguaggio quotidiano e il ritorno a una totale nudità che comporta l’affermazione del valore sacrale della parola poetica. Liberata dal suo valore referenziale, essa recupera la propria purezza e il potere di alludere a verità che non possono essere spiegate con la ragione. In un certo senso è la parola che crea la realtà e non viceversa, il poeta fa rinascere la verità da parole private del loro potere nell'uso comune. Ungaretti procede a una liberazione del linguaggio poetico da tutto quanto non ritiene essenziale, egli applica alcune delle proposte dei futuristi: centralità del sostantivo, abolizione della punteggiatura e della sintassi, estrema semplificazione dell’uso delle forme verbali, ma con un intento diverso. Egli recupera l’esperienza del frammentismo (vociani) ma si concentra sulla poesia e assegna al frammento il valore della tradizione simbolista: cioè di improvvisa illuminazione di verità, intensa e brevissima. Il ritmo dei versi è spezzato, l’andamento è paratattico (no nessi grammaticali, sintattici e punteggiatura ). L’unica scansione è quella delle strofe e quella del verso. È molto ridotta la flessione verbale con prevalenza del presente. (Abbiamo la sensazione di una poesia senza tempo). Scompare anche la rima, assume una funzione importante il silenzio. I veri brevissimi finiscono per coincidere con una sola parola. Si dilatano le pause nella lettura in modo da creare il vuoto intorno a lei, la parola si carica di suggestioni nuove, diventa il cardine del messaggio poetico, sia per il suo significato che per le risonanze sonore e emozioni di ogni tipo che è capace di suscitare. In realtà questa opera di drastica riduzione all’essenziale è condotta mantenendo la centralità del soggetto poetico che viene presupposto in tutti i testi come protagonista che compie l’esperienza e ne rende testimonianza. Le poesie si sviluppano utilizzando la figura dell’analogia, ovvero associando immagini a momenti e percezioni del protagonista. Anche la frammentazione metrica è in certi casi solo apparente, perchè al di sotto di più versi brevi si nascondono strutture metriche tradizionali quali l'endecasillabo e il settenario. Fra i temi ricorrenti nell’”Allegria”, oltre a quello della guerra, è rilevante sopratutto il recupero dell’infanzia e della giovinezza in Egitto, attraverso immagini del deserto, del nomade. Si tratta del tentativo di stabilire radici abbastanza solide della propria identità. In parallelo si sviluppa il tema dedicato alla condizione di sradicamento. Molte poesie sono inoltre dedicate al rapporto con la natura, che rappresenta il termine di confronto per l’esperienza di guerra del protagonista. In lei si risolvono gli interrogativi sul significato della devastazione che sfigura il paesaggio. Predomina il bisogno di porsi in armonia con il tutto, per ritrovare quella sintonia con le cose che l'uomo moderno sembra aver perduto.
Sentimento del tempo → la prima edizione del sentimento del tempo fu pubblicata nel 1933 e ne seguirono altre due modificate, nel 1936 e nel 1943. Nel 1921 vive a Roma e l’impatto con la città è decisivo, si sente respinto e poi affascinato dalla Roma barocca e dall’arte di Michelangelo, espressione della forza e della pena che contraddistingue la condizione dell’uomo. La scoperta dell’arte barocca coincide in Ungaretti con la scoperta della ricchezza che copre il vuoto, dell’opulenza che nasconde un brivido per la percezione del nulla e del mistero. Il Barocco è per lui un esempio di quanto la capacità creativa dell’uomo possa dare forma a una realtà disgregata. Questo è il nucleo poetico della nuova raccolta, cioè il recupero della sintassi e anche dell’eloquenza per esprimere «quel nulla/ d’inesauribile segreto» del quale parlava nel “Porto sepolto”. Matura in lui la conversione al cattolicesimo che favorisce il contatto con la poesia religiosa medievale e barocca. Traduce e impara a amare la poesia del poeta spagnolo De Gongora. L’evoluzione di Ungaretti segue il percorso indicato dalla rivista “La Ronda”. Giunge cosi a riscoprire la tradizione letteraria italiana: Leopardi e Petrarca, sintesi di armonia classica e inquietudine interiore. Nel “Sentimento del tempo” si assiste a una normalizzazione delle scelte formali e a un ripiegamento verso il classicismo. Si allunga la misura del verso, recupera la punteggiatura e la struttura sintattica del discorso. Riutilizza endecasillabo e settenario. Il linguaggio è più forbito e allusivo, ma soprattutto viene meno l’idea della poesia come diretta testimonianza autobiografica. Rimane il riferimento all'esperienza soggettiva, ma è filtrato, sublimato e reso più difficilmente riconoscibile. Convinzione petrarchesca che la realtà nella sua immediatezza non sia poetica e l'arte sia un valore più alto di quello della vita vissuta. Ungaretti ritorna a una concezione più aulica della poesia, come prodotto raffinato rivolto a un pubblico capace di intenderlo. Al grado espressionista si sostituisce la religione della parola.

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