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Ungaretti, Giuseppe - Vita e Poesie scaricato 0 volte

Giuseppe Ungaretti


“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.” Giuseppe Ungaretti sperimentò sulla propria pelle l’amarezza, il senso della precarietà umana e un disperato attaccamento alla vita che manifesta nelle sue opere come in perenne contatto con la morte. Nella poesia “Soldati”, Ungaretti anticipa mediante il titolo, il significato di ciò che viene raccontato. In questo brevissimo testo il poeta fa una similitudine e paragona la vita umana alla fragilità delle foglie autunnali, appese a fatica sugli alberi, destinate inevitabilmente a cadere; simboleggiando così la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. “..nel mio silenzio ho scritto lettere piene d’amore”, il poeta nella poesia “Veglia”, accanto alla morte celebra la vita. Qui l’autore veglia il compagno ormai morto, con la “bocca digrignata volta al plenilunio” dove traspare in lui il desiderio di scrivere parole d’amore. Amore per la vita e per l’umanità. In quel momento di dolore il poeta si sente particolarmente attaccato alla vita e non vi è traccia di odio per il nemico ma prevale la fraternità che unisce gli uomini durante la propria sofferenza. In questo componimento descrive uno scenario arido, pieno di dolore, come in “Sono una creatura” precisamente il monte S.Michele, presso Gorizia, paragonando questa roccia, prosciugata, al proprio cuore. Davanti al dolore del mondo, all’uomo non resta che piangere. “La morte si sconta vivendo”, un poco ogni giorno, vedendo morire o soffrire tutti gli altri uomini, muore poco a poco chi rimane per l’angoscia di aver visto uccidere o gli uccisi. “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro” nell’opera “San Martino del Carso”, l’autore associa la distruzione di tutte le cose al dolore che egli porta nel cuore. Dei suoi amici, dei suoi familiari, non è rimasto nessuno, la guerra li ha uccisi tutti. E’ proprio il cuore “il paese più straziato” e non il paese vero e proprio ma l’anima afflitta del poeta che porta con sé il ricordo di queste croci. “Cessate d’uccidere i morti”, “Non gridate più” è la poesia con cui Ungaretti, ispirata al poeta dalla <<guerra fredda>> dove egli fece sentire la propria voce convincendo gli uomini a porre fine ai rancori e a raccogliersi in una preghiera silenziosa. “E solo quando m’avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. “Di che reggimento siete fratelli?” Due battaglioni di soldati s’incontrano nella notte e la parola “fratelli” sta ad indicare la ricerca di solidarietà e soccorso di fronte al pericolo. Elemento centrale è la parola fratelli che, oltre al titolo, viene ripetuta, nella breve lirica, per altre due volte, costituendo il secondo e l’ultimo verso. Al termine fratelli sono associate tre definizioni: parola tremante, Foglia appena nata, involontaria rivolta. Fratelli è il timido richiamo ai compagni d’armi, una fragile speranza, come una foglia appena nata, è l’espressione dell’istintiva ribellione all’odio e alla morte e quindi ricerca di fratellanza e di solidarietà. Gli uomini, secondo Ungaretti, sono tutti fratelli, perché accomunati dallo stesso destino e dalla stessa precarietà tale è “l’involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità”. .” L’opera “La madre” viene scritta da Ungaretti che immagina di trovarsi di nuovo insieme alla madre defunta, che nell’oltretomba lo attende per farle da tramite e condurlo a Dio. La congiunzione iniziale fa intendere un dialogo in realtà “mai interrotto” con la madre. “In ginocchio, decisa, sarai una statua davanti all’Eterno”, come quando questa donna era in vita, piena di sicurezza e determinazione. “Alzerai tremante le vecchie braccia” e chiederai perdono a Dio per me, come quando pronunciasti “mio Dio, eccomi.” Nella quarta strofa, riprende l’intero verso della strofa iniziale, “solo quando m’avrà perdonato” ti verrà il desiderio di stare con me. Ricorderai di avermi atteso tanto e avrai negli occhi la tenerezza e una dolcezza che guardandomi, mi accompagnerai in paradiso. Solo dopo la purezza riconosciuta al figlio, la madre riacquista dolcezza e affettuosità, ella “guarda e sospira”.
Vita: Il giorno 8 febbraio 1888 nasce ad Alessandria d'Egitto il grande poeta Giuseppe Ungaretti, da genitori lucchesi. La famiglia si era trasferita in Africa per ragioni di lavoro. Rimasto orfano di padre, visse ad Alessandria la prima giovinezza. Nel 1912 partì alla volta di Parigi, dove frequentò i principali esponenti dell’ambiente culturale della capitale francese, movimentata dalle avanguardie artistiche di quegli anni: conobbe, tra l’altro, Picasso, il poeta Apollinaire e l’italiano Marinetti, fondatore del futurismo. Pubblicò le sue prime poesie sulla rivista futurista “Lacerba”. Nel 1914, scoppiata la prima guerra mondiale, rientrò in Italia, si arruolò volontario e combattè contro gli austriaci. L’esperienza della guerra segnò Ungaretti, ispirandogli le liriche, del “Porto sepolto” e quindi di “Allegria di naufragi”. Alla fine della guerra visse a Parigi: sposò Jeanne Dupoix, lavorò presso l’ambasciata italiana e collaborò come corrispondente al quotidiano “Il popolo d’Italia”, fondato da Mussolini. In seguito aderì al fascismo e si trasferì a Roma. Ungaretti visse in Brasile, per insegnare letteratura italiana all’università di San Paolo. Nel 1937 una prima tragedia familiare colpisce Ungaretti: muore il fratello Costantino, per il quale scrive le liriche "Se tu mio fratello" e "Tutto ho perduto", apparse successivamente in francese in "Vie d'un homme". Da lì a poco, per un attacco di appendicite malcurato, muore in Brasile anche il figlio Antonietto, di soli nove anni. Quest’episodio sconvolse la vita del poeta. Nell’immediato dopo guerra, a causa dei suoi trascorsi fascisti, fu criticato dagli intellettuali più in vista e ne soffrì amaramente. Nel frattempo, però, la sua poesia veniva conosciuta ed apprezzata dal grande pubblico. Nel 1969 fu stampata la definitiva edizione di “Vita d’un uomo”, il libro che raccoglieva l’intera sua produzione e che sottolineava il forte legame tra vita e poesia. Morì a Milano nel 1970.
L’Allegria: Ungaretti esordì nel 1916 con la raccolta il “porto sepolto”, composta da 31 liriche. La pubblicazione avvenne per interesse di Ettore Serra che vide che quel soldato portava con sé un manipolo di proprie poesie; erano state scritte quasi tutte in trincea e annotate su pezzi di carta qualunque. Poco dopo, il “porto sepolto” divenne parte di una grande raccolta, intitolata “Allegria di naufragi” e stampata nel 1919. Quel titolo sottolineava che sia nell’esperienza di guerra, sia nella condizione umana, gli estremi (vita, morte, felicità e dramma) si toccano e si intrecciano. Lavorando sui medesimi testi, Ungaretti pubblicò a Milano nel 1931 una terza versione dell’opera con il titolo l’Allegria. Si presenta strutturata in 5 sezioni o gruppi: ultime, il porto sepolto, naufragi, girovago, prime. Tutte le poesie dell’Allegria, sono datate così che, nell’insieme, costituiscono una sorta di diario autobiografico. Dal punto di vista formale, l’allegria reca in sé la rivoluzione. Il poeta rinuncia quasi del tutto alla punteggiature e alle rime, per mettere in evidenza i singoli vocaboli: poche parole, quasi scarnificate e ridotte all’osso, scandite e isolate graficamente. I versi liberi sono per lo più brevissimi; il loro ritmo è totalmente spezzato dalle pause e soprattutto dagli spazi bianchi. L’autore da valore non tanto al discorso logico, al ragionamento poetico, quanto all’analogia, al puro accostamento di oggetti diversi, che brucia ogni discorso per stabilire un nesso solo psicologico, tutto intuitivo, fra quelle realtà. La poesia deve rappresentare le cose essenziali, quelle che davvero contano nell’esistenza umana, dunque lo stile rivela un’intenzione di autenticità.
Emetismo: a partire dagli anni 20, e per tutto il periodo fascista, si affermò in Italia una nuova poesia che rappresentò il definitivo passaggio dalla tradizione alla poesia contemporanea. Le caratteristiche dell’Ermetismo secondo il critico letterario Francesco Flora:
• la brevità del testo poetico, in cui le poche parole utilizzate vengono scelte con cura per i loro effetti di suono e per la loro capacità di evocare altri significati;
• l’utilizzo di analogie tra immagini diversissime e distanti: Giuseppe Ungaretti tra i fondatori dell’ermetismo, scrisse: il poeta di oggi cercherà di mettere a contatto immagini lontane. Il risultato fu una poesia dai significati talvolta oscuri, spesso difficili da comprendere, in cui il poeta voleva esprimere il mistero dell’esistenza, la realtà nascosta, la solitudine e la sofferenza. Secondo alcuni critici questa esperienza poetica rappresentò l’ideologia fascista, senza doverlo esprimere a chiare lettere: nell’impossibilità di parlare apertamente, essi scelsero la poesia pura che non descrive, non racconta e non spiega nulla ma rappresenta, con poche e scarne parole, la difficoltà di esistere.

Veglia


È una poesia scritta al fronte, dove la guerra si rileva in tutta la sua crudeltà. Composta da due strofe di diversa lunghezza. La prima, è costituita da un discorso poetico che riguarda la crudeltà della situazione: la vicinanza con il cadavere sfigurato e deformato di un compagno caduto, nella notte sconvolta e allucinata, con la “bocca digrignata volta al plenilunio” dove traspare in lui il desiderio di scrivere parole d’amore. Amore per la vita e per l’umanità. “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. La breve strofa conclusiva ribadisce, le ragioni di un attaccamento alla vita che nascono dall’orrore e dal dolore, ma anche come riconquista dei valori di un umana solidarietà.

San Martino Del Carso


Come Veglia, anche questa poesia contiene immagini di desolazione e di morte, legate alla guerra. Gli effetti della distruzione si rivelano sulle cose, in uno squallido paesaggio di macerie e di rovine su cui si è battuta la furia degli eventi tanto che “di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro”. Nella seconda strofa il pensiero si sposta sui compagni caduti. Di loro, a differenza delle <<case>>, non è rimasto più nulla. La loro totale scomparsa è il segno di una distruzione più dolorosa e profonda, in quanto non vi è una rinascita o un risarcimento. Non resta che la triste memoria di chi è sopravvissuto; un ricordo fatto di tante croci, che trasformano il <<cuore>> in una specie di cimitero, “è il mio cuore il paese più straziato”. Questo materializza un immagine che è affidata alle croci ed “è il mio cuore il paese più straziato”.

Sono una creatura


L’esperienza del fronte segna anche questa lirica: nella desolazione dell’altopiano carsico, il poeta soldato coglie la condizione di uomo, impietrito, dal dolore dinanzi agli orrori della guerra in trincea, e la fredda e arida roccia che domina il paesaggio. Nel titolo, che anche qui, è parte integrante del testo, la voce del poeta risuona come un grido disperato, una rivendicazione umana. La lirica si apre con “come una pietra” questa similitudine resta sospesa fino a “ così totalmente/ disanimata” e si schiarisce solo nella seconda strofa quando viene introdotto “il mio pianto”. Il pianto del poeta è come la pietra del monte S. Michele presso Gorizia, è un pianto che non può sciogliersi in lacrime perché la guerra l’ha trasformato in una materia fredda e disanimata. Questa pena interiore si lega alla riflessione conclusiva sulla morte. “La morte si sconta vivendo”, un poco ogni giorno, vedendo morire o soffrire tutti gli altri uomini, muore poco a poco chi rimane per l’angoscia di aver visto uccidere o gli uccisi. È il prezzo che si paga vivendo in un triste dolore. La poesia è composta da tra strofe di versi liberi di misura breve ma di forte intensità, che sembrano riprodurre, l’animo lacerato dal dolore.

Soldati


Anche in questa poesia il titolo entra a far parte integrante del testo, risultando un elemento essenziale per la sua comprensione. Il testo assimila la vita del soldato alla fragilità di una foglia d’autunno. L’intera poesia è formata dal complemento di paragone che rende la sensazione di precarietà e angoscia dovuta a qualcosa che potrebbe in ogni momento accadere. Il valore di questa vicenda continuamente sospesa fra la vita e il nulla emerge nella larga spaziatura dei versi.

Non gridate più


Questa poesia è ispirata dal poeta dalla guerra fredda. Nel primo verso <<uccidere i morti>>, il poeta chiede di superare gli odi e le divisioni di parte, che ancora insanguinano la vita politica e civile italiana, perché il sacrificio dei caduti non risulti inutile. Ben diversa è la lezione che i morti possono trasmettere, e riguarda la possibilità stessa di salvare e continuare la vita. Ma bisogna raccogliersi in silenzio per poter ascoltare la loro voce, l’<<impercettibile sussurro>>. Al grido della morte si contrappone la muta presenza dei morti, come un ultimo messaggio di chi può ancora testimoniare il favore della dignità dell’uomo.

Fratelli


Due battaglioni di soldati s’incontrano nella notte e la parola “fratelli” sta ad indicare la ricerca di solidarietà e soccorso di fronte al pericolo. Elemento centrale è la parola fratelli che, oltre al titolo, viene ripetuta, nella breve lirica, per altre due volte, costituendo il secondo e l’ultimo verso. Al termine fratelli sono associate tre definizioni: parola tremante, Foglia appena nata, involontaria rivolta. Fratelli è il timido richiamo ai compagni d’armi, una fragile speranza, come una foglia appena nata, è l’espressione dell’istintiva ribellione all’odio e alla morte e quindi ricerca di fratellanza e di solidarietà. Gli uomini, secondo Ungaretti, sono tutti fratelli, perché accomunati dallo stesso destino e dalla stessa precarietà tale è “l’involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità”.
La madre
L’opera “La madre” viene scritta da Ungaretti che immagina di trovarsi di nuovo insieme alla madre defunta, che nell’oltretomba lo attende per farle da tramite e condurlo a Dio. La congiunzione iniziale fa intendere un dialogo in realtà “mai interrotto” con la madre. “In ginocchio, decisa, sarai una statua davanti all’Eterno”, come quando questa donna era in vita, piena di sicurezza e determinazione. “Alzerai tremante le vecchie braccia” e chiederai perdono a Dio per me, come quando pronunciasti “mio Dio, eccomi.” Nella quarta strofa, riprende l’intero verso della strofa iniziale, “solo quando m’avrà perdonato” ti verrà il desiderio di stare con me. Ricorderai di avermi atteso tanto e avrai negli occhi la tenerezza e una dolcezza che guardandomi, mi accompagnerai in paradiso. Solo dopo la purezza riconosciuta al figlio, la madre riacquista dolcezza e affettuosità, ella “guarda e sospira”, per l’avvenuta ammissione in paradiso.
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